Monthly Archive for Marzo 2010

“La leggenda del Jazz” di Ebo Del Bianco

Un viaggio immaginario, metaforico, emozionante tra i musicisti jazz di ogni epoca, da New Orleans ad oggi. Tutto a bordo e dagli oblò della nave passeggeri Virginia in compagnia di Novecento protagonista del film La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore. Un omaggio ai valori del jazz. Supporto musicale: Around Midnight di Thelonius Monk. Dedicato al pianista jazz Mark Kapedani, mio caro amico.

La nave è arrivata a New Orleans, tra l’inconfondibile suono di una Brass Band, che suona all’aperto sulla banchina del porto. Fuori dai locali esce fumo, odore di alcool, ed un’infinità di note musicali a tempo di Ragtime. A New Orleans, gli europei sbarcarono coi loro luccicanti ottoni, sax, trombe, tromboni, sotto l’occhio vigile della gente dalla pelle scura, Per questa gente, erano le percussioni l’unico sfogo ritmico musicale. Il Banjo, caratteristico strumento africano, e per batteria, fusti vuoti di benzina. Quando gli ottoni passarono poi in mano alla gente di colore, in cielo, come una meteora, apparve sempre più il colore blu di una magica parola: il jazz.

Dall’oblò della nave si vede, si sente tutto, senza essere intercettato, da perfetto underground. Il jazz per i musicisti basta immaginarlo, sedersi e solleticare la tastiera. Le note normali sono dirottate ai facoltosi di 1° classe, le note blu vanno sempre in 3° classe tra la povera gente od in sala macchine tra l’odore del carbone che brucia. Nel frattempo, la nave è già partita verso New York, una città in tutto illimitata. Dagli oblò già si osserva e si ascolta l’umore mattutino di Manhattan. Sulla panchina vicino al Grande Ponte, un musicista jazz afferra la sua tromba e dedica all’alba che sta per spuntare, Stardust sotto un lampione acceso, proprio come Wynton Marsalis. Ma è Harlem il covo di tutti i segreti del jazz. Dalla 54a in su, questo quartiere di New York, ha visto sfavillare locali notturni con luci ad intermittenza che al mondo intero hanno annunciato la nascita al loro interno del Be-Pop. Un evento che mandò in tilt tutte le grandi orchestre bianche modello esportazione.

E’ il vero jazz, da piccola formazione, dove non si legge, ma si improvvisa. Il colore scuro della pelle dei vari Parker, Gillespie, Monk, ecc… Non poteva dolcificare le note, perché tutti sappiano che la schiavitù, la discriminazione, il razzismo sopportati per secoli è nel DNA di tutto il popolo di colore americano. E la scala del blues è la fonte dove tanti musicisti attingono anche oggi. In questa scala le settime rappresentano questa sensazione, questa sottolineatura caratteriale.

Ma in tutta New York aleggia l’ombra di Miles Davis, l’uomo che attraversò tutti gli stili, l’uomo che arrivava in anticipo sui tempi.

Miles, l’uomo che attraverso la tromba e la sua sordina, incazzatissime come lui, impattò con l’epoca post moderna. L’uomo che non discriminò lo tsunami sociale rock, l’uomo che aprì le frontiere alle innovazioni a partire dall’incontro con Jimi Hendrix ed alla sperimentazione di In a silent way.

La nave è ferma a New York. Dall’oblò si intuiscono persino i piccoli rumori dei clacson mattinieri. Non si odono i rumori sgradevoli e cornacchiosi di tanti critici che al di là delle loro scrivanie emettono assurde sentenze senza sapere che di jazz si vive prima di parlare.

Sulla west coast, verso la California, la nave non fa tappa. I musicisti del cool jazz, il jazz analcolico con ghiaccio (come lo chiamo io), sono volati verso l’Europa. Chet Baker con la sua esile voce e tromba, Gerry Mulligan col suo baritono amante di tante jam europee.

Si va verso l’Europa, verso la Svezia, la Francia, la Danimarca. L’Italia, mi suggerisce Novecento, viene dopo, perché infestata da troppe note normali. Nel jazz, un pizzico di follia non guasta mai, ma quella intesa come creatività non convenzionale.

Nel jazz il tasso di glicemia è basso, privo di zuccheri e non caramelloso come la voce delle cosidette cantanti di canzonette. La Svezia parla col piano di Svensson, col suo modo di rivisitare la creatività di Monk e dei grandi. Peccato che il suo piano giace col suo corpo in fondo al mare del mondo. Accanto alla Svezia si varcano i fiordi della Norvegia entrando nelle moderne atmosfere elettroniche di Aarvin Arset e della sua chitarra, supportate a ciò per dare una svolta al jazz, dalla tromba lirica di Paolo Fresu e dalla voce araba di Djaffer Youssef e del suo liuto. E’ l’emozione della World Music, è l’evoluzione alla quale mai si sarebbero sottratti gente come Trane e Miles. L’Europa del nord trasmette la sensazione dell’immortalità del jazz.

Al porto di Londra scendono in tanti, forse per vedere la faccia più europea dell’America.

Ma l’Inghilterra è anche la sede dell’anticonformismo che nel jazz ha un valido rappresentante in John Mclaughlin, il più grande chitarrista jazz vivente, scoperto da Miles nella esecuzione in studio della rivoluzionaria I a silent way. David Zard, nel 1974, lo voleva portare in Italia con la sua Mahavismu Orchestra in un Festival Jazz al Santa Monica di Misano. Con John c’era Jean Luc Ponty, al violino elettrico.

Il permesso per svolgere il Festival Jazz non fu concesso per motivi di ordine pubblico.

Con Zard, a fiancheggiarlo, c’era anche questo logorroico scrittore che vi parla.

In Italia a volte si divora troppo zucchero, troppe caramelle; è tutto troppo esageratamente dolce in musica. Sulla nave Virginia anche Novecento mi suggerisce questo dato di fatto. In Italia la nave fa tappa a Napoli, perché a tutti piace l’atmosfera mediterranea ed il suono ritmico musicale del dialetto napoletano. Oggi in Italia, timidamente in punta di piedi, cominciano a spuntare nuovi fiori. Ma la terra fertile per dare credibilità al jazz è la sofferenza caratteristica di ogni gavetta. Se manca quella c’è odore di bruciato. Novecento: suona sempre jazz! Anche quando la nave Virginia ha finito l’ultimo viaggio ed il film è terminato.

Novecento rappresenta metaforicamente tutti i musicisti jazz di ogni epoca, quelli che… nella vita prima vengono le note e lo strumento, poi tutte le altre insopportabili paranoie, morte compresa.

Dall’oblò della nave o dai vetri di una finestra di una stanza non fa differenza: si ascolta, si vede tutto attraverso l’immaginazione, grazie alla magia di una musica chiamata jazz.

E la leggenda continua all’infinito come l’eco di queste note blu di Monk che colmano il vuoto anche di un solo attimo.

Ebo Del Bianco

Pasqua 2010

“Flash dall’Italia e dintorni” di Ebo Del Bianco

Ai tanti oppressi, ai tanti sofferenti, ai tanti silenziosi, artisti nel condurre una vita priva di rumore ma con tanta luce interna. Supporto musicale: tema di “Annozero” di Nicola Piovani.

Ore 13 di un qualsiasi sabato, il mercato settimanale chiude i battenti. Ortaggi e frutta di scarto vengono gettati via. Ma una signora di una certa età si avvicina, lontano da occhi indiscreti. Apre il bidone e ricicla tutto il possibile commestibile. Una vita intera di sacrifici, osservata da vicino, con tanta amarezza; dimenticata da lontano con indifferenza.

Ore 8 di un qualsiasi lunedì. Il cancello della fabbrica è aperto. All’appello mancano diverse tute blu. I loro strumenti di lavoro sono spenti. Quando manca il lavoro manca il sorriso, manca la fatica, quella vera che ti tiene in vita. Un’aria metalmeccanica da respirare con tanta nostalgia del sudore e del compianto amico Stelvio.

Ore 13 di un giorno feriale. Si spalanca il portone della scuola. I ragazzi, le ragazze, con gli zainetti sovraccarichi di nozioni e di peso, corrono verso il pullman del ritorno. La loro caciara, le loro voci sovrapposte, danno futuro ad un popolo che a fatica vive il presente.

Ore 16 di un pomeriggio qualsiasi. Sulla strada da statale c’è molto traffico. In una piazzola ti arriva l’immagine che non ti aspetti. Cammina avanti ed indietro, il suo passo è incerto. La disperazione la porta sulla via della mercificazione dietro la siepe. Un figlio da sfamare, un marito da sopportare: i suoi occhi neri trasmettono segnali di angoscia. Una stretta di mano, una carezza ben augurante senza alcuna trattativa. Non si può dare e ricevere violenza a nessun prezzo. Un profumo da ricordare tra l’indifferenza del traffico.

Ore 5 di mattina di una notte insonne e di dolore.

Il pronto soccorso ti accoglie a braccia aperte. Il medico di turno tranquillizza, si occupa delle tue paure, del tuo male. Una puntura, una flebo e si ricompone l’ottimismo ed il desiderio di riattivarsi. A volte la sanità è dipinta in nero da coloro che si sentono in dovere di sparlare a titolo personale. Sulla sanità invece vanno riversati i colori dell’arcobaleno perché i medici fanno di tutto per la nostra vita. Il popolo merita di respirare aria sana intrisa di verità sostanziale dei fatti.

Ore 24 di una serata di lavoro per l’artista. Il concerto jazz è terminato tra gli applausi. Un breve riposo in camerino, un veloce cambio di vesti e tutti i musicisti ricevono ciò che spetta loro per l’esecuzione. A volte, ed ingiustamente, sono pochi gli spiccioli. Un panino per sanare la fatica e godersi il meritato riposo. A casa il pianoforte è in attesa di nuove idee, nuove melodie, nuovi ritmi.

Sono le 3, si arriva a casa, e quando si avvicina al piano nasce qualcosa nella mente. E’ la nostalgia per la terra natia, per la mittel Europa, per l’Albania. E’ proprio Mark che si siede, compone, scrive trasportando le melodie ed i ritmi della sua terra nel cuore di Harlem, vedendo così spuntare il sole all’alba. Così spunta invece un grande artista.

Quest’aria artistica che ti riempie il giorno, la notte, che ti fa sentire più vicino a te stesso ed agli altri.

Quest’aria artistica, fedele compagna, che allontana “il ministro dei temporali ed il suo tripudio di tromboni oltre tutto stonati”.

Arriva ogni giorno tanta luce a chi sa vivere con dignità, senza rumore, senza mai cedere e rassegnarsi, padrone della propria vita e certo delle proprie qualità.

Ebo Del Bianco

Marzo 2010

“Kara donna mediatica”

Senza l’ausilio dei personaggi felliniani, l’intellettuale Salvini ed il Dott. Gunnella, in occasione dell’8 marzo ricorrenza celebrativa, tocca mettersi in gioco in prima persona, magari con lo pseudonimo “Orsobruno”. Pensando al Maestro Fellini.

Poiché si continuano a celebrare pagine di vita precedenti ad oggi, accentuando questa sottile ed assurda diversificazione tra esseri, è giunto il momento di mandare questa lettera “rakkomandata” ad una specie di donna che quotidianamente, come un’ossessione, si eleva come regina nei salotti televisivi.

E’ la donna mediatica, quella che alle 7.30 di mattina inizia con le news, continua coi dibattiti sulla salute, si sofferma fugacemente sul sociale, poi alle 12 via tutti ai fornelli.

All’ora di pranzo è presente magari con qualche quiz a premi e col gioco del televoto. L’Italia vista dalla sua ottica è un paradiso, dove il sorriso e l’ottimismo sprizzano come i fugaci raggi di un sole invernale. Nel primo pomeriggio la troviamo in tutti i tg, faccia poco allegra, preoccupata, ma verso la fine di ogni tg c’è sempre spazio per terminare o con una canzone o a tarallucci e vino. Dopo il tg eccola negli approfondimenti, nelle rubriche di scienza, dove finalmente mostra la varietà di flora e fauna del globo. Fin qui tutto procede liscio, ma nel pomeriggio sono in agguato tronisti, troniste, salotti famosi, salotti di benpensanti ed ottimisti, ed eccola là o con la bacchetta magica del direttore oppure sdraiata in minigonna sui divani tv. Non c’è traccia di gente comune non famosa, anonima per la tv, ma tosta nella società. “Kara” donna mediatica, non andiamo oltre il pomeriggio, perché fino a tarda notte è l’apoteosi dell’apparenza e della bellezza fisica.

Mostra sempre, mostra tutto, ma “Orsobruno” non ti guarda, non ti può concepire così in offerta speciale per i video ossessionati. “Kara” donna mediatica, anche “Orsobruno” ha pagato il canone per questa società Rai che tra spots e contributi diviene sempre più società privata con capitale pubblico. “Kara” donna mediatica, esci dallo schermo e siedi a tavola con noi. C’è sempre un piatto di pasta per te, una fettina con l’insalata. Guardaci in faccia da vicino, siamo semplici esseri stanchi ed esausti di messaggi. Non possiamo dirti una parolaccia perché al di là dello schermo non ci senti. Ma sai bene quanto siamo sovraccarichi di stupidaggini. Alle storie d’amore finite o che stanno iniziando e che si celebrano in tv, “Orsobruno” preferisce magari un ciao di sfuggita da una donna scappata via di sfuggita, ma al cuore lei sa che non si può sfuggire.

“Orsobruno” vive solo, in una piccola riserva dove si coltiva jazz per sopravvivere anche alle tue lagne mediatiche. Una riserva dove c’è sempre un libro non solo da leggere ma anche da scrivere. Una riserva dove regna la speranza che la virtualità venga bandita da tutti, in nome della verità. Ecco, “Kara” donna mediatica, “Orsobruno” vive qui, è finchè la tv ti fa apparire in quelle vesti, sono ben lieto di appartenere a questa specie di animale protetto, almeno con lo pseudonimo.

Ogni anno erano due personaggi felliniani a scriverti, perché nel loro orizzonte c’è spazio solo per l’antica donna dei sogni. Poiché al posto di Cenerentola sei subentrata te, “Orsobruno” è in libera uscita.

La spettacolarizzazione della vita quotidiana, “Kara donna mediatica” è come un boomerang per chi manda il messaggio. Datti una regolata.
“Orsobruno”

Marzo 2010

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“Il nostro concerto” di Ebo Del Bianco

A ricordo del suo autore, Umberto Bindi, proprio nel momento in cui si viene a conoscenza che, negli ultimi istanti della sua vita, qualche malato di insensibilità gli fece pignorare il suo bene più prezioso: il pianoforte.
“Ovunque sei, ovunque andrai…”, una frase accompagnata da una melodia, che insieme danno la dimensione infinita dell’amore.

Era Umberto Bindi che cantava con vigore passionale accompagnandosi al pianoforte. E quando quella musica usciva dal juke box, magari a 50 metri dal mare, con quell’ascolto si rivelava uno stato d’animo ad una persona accanto. Forse il merito di Umberto Bindi è stato quello di celebrare la semplicità e la profondità dell’amore con parole e melodie perfettamente inscindibili e da brividi.

Tutti i suoi brani sono stati la colonna sonora di un’epoca in cui, cantautori come Luigi Tenco toccavano temi mai banali della vita, ed Umberto era un po’ il capostipite generazionale.

A molto giovani d’oggi consiglio di rivisitare quelle melodie, quelle parole così semplici e piacevoli di Umberto.

La musica italiana è orfana di questi autori al punto che si e no li cita appena nel libro della sua storia. La televisione? La televisione è composta da gente distratta in frivolezze e seste misure. Enzo Iannacci in un suo remoto lavoro dice in milanese: “La television la te indurment cum’en cuion”.

So che Maurizio Costanzo ha cercato in vari modi di aiutare Umberto Bindi, che negli ultimi anni della sua vita versava in pessime condizioni economiche. Umberto merita ben altro. Non era un personaggio da festival, era uno scomodo. Oggi addirittura le tele sciocchezze hanno reso ridicolo anche il festival. Ma Bindi, come Tenco, nonostante il silenzio dei vari giocolieri mediatici, sono vivissimi, uno chino sul pianoforte, uno col sax in braccio.

Il tema del successo ha premiato troppo spesso chi non lo meritava.

Oggi poi si arriva al paradosso. Non si parla più di centinaia di migliaia di lire, ma di milioni di euro regalati in nome di una bellezza estetica che cancella pochezze artistiche.

I virtuosi del mio jazz ne sanno qualcosa. Jazz come terapia per fare un salto di qualità, per scacciare le sonnolenze televisive.

Poi magari quando un rapporto diventa impossibile, Umberto Bindi ed il suo concerto sono come una cintura di salvataggio.

Gigi D’Alessio, quando seppe del pignoramento del pianoforte di Umberto, ne regalò uno, ma ormai Bindi era salito in cielo.

Sono pochi a dover scagliare la prima pietra, sono tanti ad aver sbagliato con Umberto Bindi.

Marzo 2010