“Weather Report: sound and emotions”

Trasmettere, comunicare emozioni, per avere avuto la fortuna di assistere dal vivo al concerto dei Weather Report nei leggendari anni ’70, non significa esclusivamente nostalgia, ma un dovere di vera critica musicale e giornalistica.

Joseph Zawinul, deceduto anni addietro, tastierista, compositore, inventore di suoni, era nato a Vienna nel 1932. Lasciò Vienna nel ’59 per sbarcare negli USA, per impattare ed addentrarsi in quella società “incasinata”, dove blues, rhythm’n’blues e jazz, gli sono nel cuore.

Wayne Shorter, americano, nato nel ’33, tenor sassofonista e soprano, è vicinissimo alla personalità di John Coltrane, approfondendone lo studio con uno stile tutto personale.

Un carattere introverso, quieto e riflessivo nello stesso tempo, Wayne è un solista con un grande senso impressionista. E’ l’anima mobile del gruppo, un grande compositore.

Quando Joe e Wayne, agli inizi degli anni ’70 fondano i Weather Report, sono coscienti di poter dare molto alla musica e rilasciano dichiarazioni provocanti ai soliti giornalisti dubbiosi ed arretrati che con molta stupidità bollano l’idea Weather come una necessità post-davisiana, senza rendersi conto di quanto lontano possano andare.

In questo progetto ogni strumento è solista, e gli sforzi dei singoli sono puntati verso la totale riempitura degli spazi vuoti, con dialoghi serrati tra strumenti, senza sopraffazioni. In questo modo i brani hanno più di una lettura ed ogni volta c’è qualcosa di nuovo da poter notare e assimilare. Quindi, ad esempio, gli estenuanti assoli di Sonny Rollins in Saint Thomas che vanno oltre i 10 minuti, si scontrano duramente con le atmosfere Weather. Non sono due stili diversi, ma sono un vecchio e nuovo modo di esibirsi. Il sottoscritto sceglie Wayne, secondo solo a Trane, perché gli itinerari sono concepiti per andare avanti e scoprire sempre qualcosa. Con Wayne e Joe hanno ruotato attorno ai Weather due bassisti eccezionali come Miroslav Vitous e Jaco Pastorius.

Con Miroslav Vitous ci fu collaborazione fino al 1975 con 5 anni di intensa produzione. Poi Vitous lasciò il gruppo con accuse di egocentrismo verso i due fondatori.

Pastorius fu scelto dopo una lunga serie di provini, un nastro mandato a Zawinul con preghiera di ascolto.

Quando Joe ascoltò il nastro non potè credere che fosse un solo basso a suonare. Jaco aveva messo una enorme serie di pedali e congegni da sembrare un’orchestra. Quando Jaco incontrò Joe, a bruciapelo gli chiese: “Ti piace Jimi Hendrix?”.

Black Market fu il primo disco che segnò l’ingresso di Pastorius nel gruppo. Fu anche il 33 giri che al primo ascolto mi fece impazzire e toccare con mano la poesia di quei suoni e quei ritmi.

Jaco Pastorius è deceduto ancora giovane, ma il suo modo di suonare il basso ha contaminato ogni generazione. A Joe e Wayne, a queste due figure carismatiche, il jazz deve molto, ma non solo il jazz, anche la musica tutta. I Weather Report non hanno mai perso di vista l’umanità con un modo diverso di proporsi in una classicità sempre attuale. In America, in Europa, molti musicisti delle nuove generazioni, il cui spirito jazzistico mal si sposa alla rigidità e all’appannarsi di certi schemi, riescono ad imporsi con grande intelligenza prendendo come spunto la lezione di Zawinul e Shorter, le loro composizioni azzardate e già classiche. In lontananza, vestito in lamè, con occhiali da sole scuri, elegantissimo con la sua mitica tromba con sordina, intravedo l’ombra di un grande padre, un uomo che forse più di tutti è riuscito in un’opera di fusione massima, un uomo veramente sempre in anticipo sui tempi. Ti dico ciao Miles, da umile ascoltatore, da grande tuo fans proprio nel modo in cui mi giri le spalle e te ne vai per sempre. Sono caduto da una pianta (incolume!) per vederti ed ascoltarti.

Grazie per aver avuto nella tua band Joe e Wayne, per aver trasmesso loro forse tanta poesia nei suoni, nelle voci, negli atteggiamenti, nel modo di comporre ed eseguire. I Weather Report non esistono più, ma dopo averli osservati ed ascoltati dal vivo negli anni ’70 a Bologna, grazie a David Zard ed al suo infinito coraggio, non posso che considerarli immortali. Al primo impatto mi sono lasciato trasportare in un’atmosfera Weather che ancor oggi non riesco a decifrare. Tanti musicisti hanno partecipato alle loro performances, da Peter Erskine al mitico Tony Williams, da Steve Gadd, da Manolo Badrena ad Alexandro Acuna.

Ogni loro produzione è un gioiello di musica, c’è sempre aria nuova. Le emozioni vanno trasmesse più delle date, più delle note storiche, perché sono convinto che negli anni ’70 e ’80 non tutto è stato comunicato a dovere. Non è nostalgia, ma un dovere di chi ha vissuto con intensità e senza pregiudizi entrambe le epoche dove la musica ha subito beenefiche contaminazioni e folgorazioni.

Estate 2010

Ebo Del Bianco

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