Monthly Archive for Agosto 2010

“World Music” di Ebo Del Bianco

Un percorso artistico per non incontrare intralci deve essere evolutivo ed indefinibile. Nel Jazz, oggi, è già in atto un processo di straordinarie innovazioni.
Ebbi l’occasione di conoscere Paolo Fresu negli anni ’80 in un pomeriggio festivo a Savignano sul Rubicone. Ero in compagnia del mio caro e compianto amico, tecnico del Jazz, Rino Casula anche lui sardo come Paolo. Mentre ascoltavamo in relax da uno stereo Parallel Realities di Jack De Johnette, la conversazione a tre scivolò sulle evoluzioni all’epoca, del Jazz. «Paolo, metti tanta Sardegna nella tua musica, faccela sentire, faccela vedere», fu la frase che mi lasciai scappare. Paolo Fresu, e la sua tromba, erano già su quel percorso, su quella via evolutiva. Oggi Paolo Fresu, il linguaggio lirico della sua tromba, sono sinonimi di cambiamento, senza perdere identità artistica, ma fortificandola. Paolo prosegue in avanti sulle tracce lasciate da Miles Davis. Sto ascoltando un omaggio di Fresu alla World Music, in trio, col chitarrista norvegese Eivind Aarset maestro di fusioni di suoni tra il suo strumento e l’elettronica (si ispira molto a Jimi Hendrix) ed il musicista tunisino Dhafer Youssef, virtuoso dell’oud (liuto arabo) e dotato di una voce strumentista che veramente spacca il cuore con serenità.

Mentre ascolto, intravedo un passato dolcemente sfumato, ma anche un presente fortemente carico delle sue tensioni, tragedie, contraddizioni. E’ la World Music, espressa da tre latitudini diverse, è il Jazz sulle tracce di un qualcosa che lo rinvigorisce, lo rinnova. Sono situazioni nuove senza paletti e discriminazioni. Miles le ha subite, ingiustamente, inspiegabilmente: ma è andato avanti. A New York, mi riferisce un amico fotografo professionista, i giovani ascoltano in massa questa evoluzione musicale e sociale del Jazz, indefinibile e finalmente senza confini geografici.

Ci sono altri jazzisti italiani come Francesco Bearzatti, Giovanni Falzone che su quelle “tracce”, stanno presentando i loro progetti assai originali ed interessanti dedicati a Malcom X e Jimi Hendrix. C’è il pianista, grande studioso, Stefano Battaglia, originale anche quando sta sul piano ed inconfondibile nel suo stile. Ci sono giovanissimi jazzisti italiani come i fratelli Ananda e Govinda Gari, pianista e batterista nell’ordine, che già hanno scelto quella via luminosa con un progetto mirato. C’è il contrabassista pesarese Giacomo “Jack” Dominici, dal tocco fantastico, che assieme a Stefano Battaglia al piano e Govinda Gari alla batteria, tra breve, dovrebbero presentare una registrazione ensamble molto attesa. C’è il mitico grande Drummer Billy Cobhan, che nel suo nuovo progetto Palyndrome rivisita le atmosfere Mahavisnu Orchestra troppo frettolosamente lasciate in disparte, nonostante la fertilità di quell’evoluzione anni ’70. C’è ancora molto da scavare senza andare in profondità.

Sono certo che anche il grande David Zard, che allora fu il primo ad intuire e promuovere questa musica leggendaria, sia dello stesso parere. Mi sta affascinando l’idea della casa discografica Decca di far incidere live, nel loro convento di clausura ad Avignone, alle suore, i loro mattutini canti gregoriani in latino. So di avere ora molto critici contro, ma suonare con la voce in latino provoca un ascolto carico di emotività e privo di discriminazioni. Scusate per questa parentesi (da non latino logo), ma nella World Music del futuro tutto può accadere serenamente ed alla luce del sole. Arrivano suoni e ritmi da ogni luogo, dalla Turchia del grandissimo pianista Afuhir Atakoglu, dall’Albania attraverso il prossimo intrigante progetto del tosto pianista Markellian Kapedani. All’epoca del be-bop, ad Harlem, per partorire Jazz nuovo per piccole formazioni, la discriminazione razziale costringeva i musicisti di colore ad usare gli scantinati di una casa di piacere.

Oggi la discriminazione è diversa, molto fine, ma esiste.

C’è gente legata a vecchi schemi paranoici, vecchi fraseggi, vecchi atteggiamenti, pur essendo dotati di grande virtuosismo.

Può succedere che in certi ascolti le note entrino da un orecchio ed escono dall’altro senza soste nel cuore. L’esecuzione, minimo, deve avere un atteggiamento molto fisico per creare feeling col pubblico. Il pubblico è sacro e non sempre distratto.

Se si ascoltano suoni già precedentemente assimilati, il tutto, purtroppo, si riconduce al verso del pappagallo, o addirittura al rumore della fotocopiatrice, che già abbondano in una famosa, virtuale orchestra felliniana…

In molti ci sentiamo a fianco di Paolo Fresu e di altri: speriamo di essere sempre di più.

Agosto 2010

Ebo Del Bianco

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Premessa: Nel programma ufficiale di Umbria Jazz 2010 rilevo che a:

Premessa:
Nel programma ufficiale di Umbria Jazz 2010 rilevo che a:

Pag. 17 – Marcus Miller Tutu revisited – The music of Miles Davis, dalla autobiografia di Miles Davis c’è l’ammissione dello stesso che le musiche (in gran parte) sono tutte di Marcus Miller, arrangiamenti di George Duke.
Pag. 35 – Ashley Kahn presenta Bitches Brew at 40: Fusion or confusion? Dopo I due punti sarebbe stato meglio scrivere Evolution Jazz. Confusion i “Davisiani” la respingono al mittente.
Pag. 55 – Fahir Atako?lu Trio Feat Horacio “El negro” Hernandez, manca il nome del bassista elettrico, uno dei più grandi al mondo, Alain Caron, riportato solo a pag. 65 nelle formazioni di Umbria Jazz 2010.
Pag. 60 – Ron Carter Golden Striker Trio, definire il mainstream quel jazz che si colloca in una classicità al di fuori delle mode per I “Davisiani” significa jazz relegate in clausura senza rapporti col mondo esterno, ovvero solo per album dei ricordi.

Pertanto ho deciso di scrivere il brano che segue perché ritengo giusto invece fotografare e sottolineare le evoluzioni ( e non le confusioni) che dalla fine anni ’60 a oggi si sono succedute.

Ancora una volta Thank You Miles per le tracce.

Ebo Del Bianco

“Sconcerto metaforico” di Ebo Del Bianco

A tutti i miei lettori
Buone vacanze, buona lettura profonda, con questa mia riflessione-metafora
Agosto 2010
Ebo Del Bianco
 
 

Ispirazione musicale: ascolto live di Carmina Burana eseguita dal Coro Lirico della Regina di Cattolica e diretta dal maestro Gilberto Del Chierico.
Ispirazione cinematografica: “Prova d’orchestra” opera di Federico Fellini.
 
Il vecchio pescatore seduto davanti al molo del porto lancia un sorriso ai giovani naviganti che rientrano con le reti stracolme di pesce.
E’ un quadro frequente, semplice, così profondo.
E’ un quadro dove traspare il fascino e la dinamicità di un antico mestiere. In alternativa a quell’immagine, in lontananza si fa largo il caos, l’incertezza, la confusione che si aggirano tra i solisti della grande orchestra sociale. Sono tutti in prima fila, intenti ad accordare i loro strumenti, perennemente stonati. Non c’è palco per il direttore, quello “famoso” sempre pronto con la sua bacchetta magica. Questa orchestra ancora non è l’ideale per lui, abituato ad imporre la propria personalità, i propri spartiti.
Il vecchio sul molo conosce i toni del mare, i suoi rumori, forse sono le cose che ha amato di più. Il rumore di questa orchestra è sgradevole ed incomprensibile proprio nel suo insieme. Singoli suoni, singole voci fuori luogo e fuori da qualsiasi arrangiamento: ecco l’orchestra sociale globalizzata per decreto. Meglio allora volgere l’attenzione verso un grande coro, un fiore sbocciato incontaminato tra un clima d’incertezze ed impurità. Finalmente un’opera vera, Carmina Burana, in latino, la lingua del Bel suono che fa dimenticare le difficoltà nel comprendere le sue parole.
Un insieme di ritmi e note che rendono paradossalmente inutili le parole. Se poi le parole, nella società, si riducono solo a quel misero “io”, meglio il latino del coro, perché almeno costruito in 3à persona per rivolgere la sua musica a tutti.
Quell’”io” ormai è trasformato da certi strumentisti, in un verbo da declinare solo in prima persona. Ciò è ripugnante e causa di malesseri sociali.
Alle prime luci dell’alba, il vecchio pescatore è già lì al porto per lanciare uno sguardo bene augurante ai giovani naviganti in partenza con le reti vuote per una nuova avventura in mare.
La grande orchestra, invece, finalmente dorme in silenzio.
Questa società dorme assopita a prescindere dall’alternarsi del giorno con la notte. Nella sala trucchi, il direttore d’orchestra tenta l’ultimo colpo di coda. Indossa uno smoking, afferra la bacchetta e si dirige verso la sala prove.
I solisti sono tutti assenti ed è il momento propizio per introdurre il palco e salirci sopra. La nostalgia è troppo forte ed il direttore, follemente preso dalla smania, inizia a muovere la bacchetta anche senza musicisti. Nonostante i suoi crescendo, un desolante silenzio lo fa desistere e scomparire come il suo sogno.
Cala il sipario su ogni immagine qui descritta, mentre su una bianca parete si stampa indelebile quella di un signore che, muovendo le labbra senza pronunciare parola, viene acclamato da trionfatore.
Questo è il pericolo delle stonature sociali, multicolori ed imprevedibili.
 
Estate 2010
Ebo Del Bianco
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