Monthly Archive for Novembre 2010

CGIL: il valore aggiunto alla vita sociale. Di Ebo Del Bianco

Introduzione: a tutti coloro che, ogni mattina, varcando un simbolico cancello, tra ansie e speranze, entrano nell’azienda Italia.

Ispirazione musicale: tema conduttore del film Novecento; di Bernardo Bertolucci- autore musica Ennio Morricone.
XXX

Come sempre, ogni mattina, si apre lo sportello dell’armadio. La tuta blu resta appesa, ben in vista, al centro dei ricordi. Accanto ad una foto, un sorriso, il sudore di quegli anni sono ancora intatti, come l’indelebile figura dell’amico scomparso tragicamente nell’ultimo suo atto di generosità. Proprio tu, Stelvio, metalmeccanico per missione, dall’ignoto trasmetti energia per iniziare questo tragitto quotidiano, dove non mancano incognite, i dubbi di ex lavoratore. Lontano, lassù, nella grande pianura del Po, i campi, le distese di terra, gli attrezzi agricoli di Aldo Cervi, sono rimasti intatti. Sono queste le immagini mattiniere che balzano alla mente. Ma assai vicino al portone di casa, al grande cancello, alla grande distesa, si spalanca una soglia dove c’è sempre qualcuno che riceve, assiste, tutela i diritti del lavoro, di chi si sente dimenticato, oppresso, emarginato, discriminato. Sulla vetrata d’ingresso una scritta: CGIL. Si respira aria di fiducia, aria di conforto. È quell’aria fortemente voluta, per rendere un servizio alla società, da due dei grandi protagonisti sindacali del ‘900: Peppino Di Vittorio e Bruno Buozzi. Quando l’Italia in bianco e nero viene citata per i principi fondamentali su cui poggia la società attuale, per la CGIL è un significativo certificato di presenza attiva accanto alla storia del popolo Italiano. Se qualcuno distrattamente dimentica la funzione storico-sindacale della CGIL, reca danno alla causa di tutti i lavoratori Italiani. La tuta blu nell’armadio, quell’aratro dei Cervi rimasto nel campo della fattoria intatti come allora, sono immagini simboliche del lavoro trasparente e tutelato dal più grande sindacato Italiano. Mi sento addosso la CGIL perché ho indossato la tuta blu, ho respirato l’aria di fiducia e di conforto nei momenti più difficili, ma più veri, del lavoro attivo. È assurdo contrattare le regole di un rapporto di lavoro ad un tavolo quando manca un posto, una presenza CGIL. Il sindacato non occupa vuoti lasciati dalla politica, il sindacato ha tutti i titoli per rivendicare il diritto di sedersi e discutere sulla contrattazione del lavoro: rappresenta intere categorie di cittadini. Alla segretaria nazionale CGIL Susanna Camusso un’augurio da ex lavoratore di pilotarci verso quel tavolo come lei sa. Ora si può chiudere l’armadio per uscire fuori e dare un’occhiata al nuovo che si coglie per le strade d’Italia.

Novembre 2010 Ebo Del Bianco

“Eppure da qualche parte…” di Ebo Del Bianco Suggerimento musicale: Paolo Fresu Live Quintet In Berchidda 2007 – Time in Jazz – brano Almeno tu nell’universo. Paolo Fresu tromba – Tino Tracanna sax soprano – Roberto Cipelli piano – Attilio Zanchi contrabbasso – Ettore Fioravanti batteria.

For you

Non ci sei più al mattino a scegliere la via del parco per pascolare, per nutrire l’istinto che ci ha sempre uniti, che ci ha permesso di camminare senza mai perderci di vista. Il parco attende invano i tuoi balletti, le tue danze, le tue quattro zampe che usavi come spazzole per scuotere l’erba e la mia sonnolenza.
Lyla, angelo mio, un anno dopo, qui è rimasto tutto intatto come se nulla sia accaduto o debba accadere.
L’atrocità del tempo è sempre in doppio petto lasciandoci silenziosamente senza testimoni.
Solo due esseri animali intenti a vuotare un cestino di rifiuti: il parco nel suo deserto ora offre solo questo.
L’immaginazione sta diventando ipotesi assediata dalla realtà, asserragliata in questa specie di bunker dove gli ideali non crollano mai.
Quanto potrà durare questo orizzonte dove traspare uno schermo privo di colori. Su quello schermo si riversano assurde banalità, come mine vaganti pronti ad esplodere. Eppure da qualche parte almeno tu ci sei, non misuro le distanze perché non so se ve ne siano.
I passionali, sai, a volte sono “colpevoli” di sognare ed il verdetto viene emesso sottovoce come atto discriminatorio.
Nuvole minacciose si preparano a comporre il preludio di una tempesta agitandosi su e giù.
Ho la sensazione che essere presenti tra lo squallore di questo vuoto indecifrabile sia come impossessarsi del nulla. Eppure da qualche parte sboccia una vita come un fiore, un evento che perfora tentazioni autodistruttive trasformandole in un desiderio di volare sempre più in alto dove spiccano i veri colori dell’arcobaleno. Eppure da qualche parte tu ci sei, come un fremito che avvicina la tua presenza ad un atto di fede verso l’arte. Proprio quell’arte che toglie residui tossici ai rapporti umani, che suggerisce a gran voce disponibilità verso gli altri senza distinzioni, senza discriminazioni.
L’arte che, con qualsiasi abito, non certifica di vivere insieme per necessità come su un palcoscenico con pubblico presente.
Il parco è alle spalle, il cammino prosegue senza mai rinviare il tutto qui acquisito al giorno seguente, perché ora, è l’oggi il protagonista. Quell’oggi che equivale proprio ad un’esigenza artistica di vivere subito senza copione.

Ebo Del Bianco
Novembre 2010

Passeggiando per Harlem: “’Round Midnight: l’ora di Thelonious Monk” di Ebo Del Bianco

Nato a Rocky Mount (Carolina del Nord) nel 1917, da una modesta famiglia, a 11 anni inizia a suonare la tromba, ma passa presto al piano e all’organo. Le sue prime esperienze sono nei rent parties e nelle chiese.
La sua prima incisione col chitarrista Charlie Christian. Ha rivoluzionato il jazz, sia nel linguaggio musicale che nella disciplina compositiva, nel rispetto delle antiche tradizioni afro/americane.
La sua personalità eccentrica, schiva e “povera di parole”, lo ha reso un mito. Ineffabile, portava copricapi volutamente esagerati, mangiava e dormiva fuori orario (o meglio quando gli andava), impossibile da inglobare. Suonava il piano smembrando il tema principale per poi ricomporlo con variazioni fatte di lunghe pause, improvvise accelerazioni, sincopi, note a cascata, suoni al limite dell’ascolto, angolari e puntuti, sottolineature con stop che sfioravano le disarmonie. Pedalava davanti a tutti i boppers, un po’ come Federico Fellini nel cinema.
Non era semplice suonare con lui; la sua innovazione nel jazz fu paragonata come la caduta di un meteorite sulla terra.
Provocò un enorme e profondo cratere.
Nel 1941 viene ingaggiato dal Drummer Kenny Clarke come pianista al celebre Minton’s covo be-bop e con Bird e Dizzy diviene uno dei pionieri della nuova musica.
Nel 1942, sempre ad Harlem, suona con Lucky Millinder, nel 1944 con Hawkins. Nel 1947 incide il primo vinile con Art Blakey alla batteria e Milton Jackson al vibrafono. Il titolo: Genius of Modern Music, Blakey e Jackson riuscirono sorprendentemente a tenergli testa.
Dal 1951 alla fine del 1956, l’attività di Monk è quasi nulla perché gli viene ritirato il permesso per poter lavorare nei locali notturni.
Fu, tra l’altro, ingiustamente accusato per droga, una vera assurdità discriminatoria. Quindi fino alla fine del 1956 tempi duri senza soldi.
Mi chiedo come sia possibile perseguitare un genio che solo (ad esempio) per ‘Round Midnight, andava a travalicare il concetto stesso di brano standard. Se nel 1957 gli viene ridata la licenza di suonare, gran parte lo deve alla sua musa-patrona, la baronessa tedesca Pannonica, che lo sostiene economicamente perché appassionata di jazz e amica dei boppers.
Monk le dedica Pannonica, un brano sempre eseguito dal vivo. Nel 1957, finalmente, Thelonius suona stabilmente ad Harlem al famoso locale Five Spot con un quartetto comprendente John Coltrane o meglio Trane, sostituito poi nel 1958 da Johnny Griffin e da Charlie Rouse fino al 1970.
Tra la discografia di Monk da ricordare Brilliant Corners con Sonny Rollins, Monk-Trame, ‘Round Midnight, Epistrophy, Trinkle Jinkle, Blue Monk ecc…
La grandezza di Monk non sta solo nella capacità d’interpretare il presente, ma di andare oltre, verso il futuro, il non conosciuto.
Monk è sempre attuale e da scoprire come materia da seminari e studi.
Miles di lui, come insegnante della composizione, parla con devozione considerandolo il n. 1 per la sua puntigliosità, per le tecniche nuove, suoni nuovi assimilati.
Miles, nell’interpretare ‘Round Midnight in presenza di Monk, riceveva quasi sempre critiche a fin di bene, perchè Thelonious aveva inteso chi era quell giovane Miles Davis.
Monk, il genio, se ne va in cielo nel 1982 nel New Jersey. Un pensiero spontaneo: presidente Barack Obama, quanto le costa una lapide per ricordare i grandi del be-bop, magari nel cuore di Harlem? Mi risulta che nulla li ricorda!!
Eccovi ora qualche nota curiosa su Monk trasmessami anche dal mio maestro Rino Casula.
Quando c’era la pausa durante l’esecuzione di un brano, Monk faceva il balletto dell’orso con colbacco.
Quando fu incarcerato ingiustamente per droga, lo fece per solidarietà verso un amico. Parlava poco e niente, però usava le note per comunicare. Mentre ero in onda in radio negli anni ’80 in un pomeriggio d’estate caldissimo e stavo preparando la diretta giovedì jazz su Monk, provai ad imitarlo, non certamente al piano. Indossai un cappotto con un pesante copricapo ed uscii fuori davanti alla piscina. Le persone in costume mi presero per matto e si gettarono in piscina per ridere. Avevo fatto centro tra quella marea di bagnanti rincretiniti, e l’effetto Monk mi penetrò.
Altro episodio anni ’90 ad Urbino, fortezza Albornoz, concerto di Chick Corea trio con John Patitucci al contrabasso e Dave Weckl batteria. Chick a metà del suo concerto ancora non aveva eseguito ‘Round Midnight. Ero in prima fila seduto su una vecchia sedia di legno un po’ sgangherata, e durante una pausa gridai: “Monk”. Pochi secondi dopo Chick Corea stava introducendo alla sua maniera il tema di ‘Round Midnight. Ma il bello avvenne quando entrò in azione tutto il trio con Patitucci che implacabile entra con una battuta il levare. La sedia si disintegrò e caddi all’indietro tra le braccia di un amico.
Monk si suona così; sono aperte continue rivisitazioni moderne, innovative, come quelle del mio indimenticabile idolo Esbjöern Svensson pianista svedese scomparso che ha reso possibile e fertile uno studio moderno su Monk.
Chi ignora Monk, chi fotocopia Monk, chi esegue brani di Monk durante il bis nei concerti, non ha capito nulla o quasi della grandezza di questo mito del be-bop.
Alla prossima tappa notturna ad Harlem dedicata a Bud Powell, altro mitico bopper.

Ebo Del Bianco
Novembre 2010
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“Tributo a Federico Fellini”

Introduzione: libera conversazione tra cinema e realtà nel giardino di Petrella Guidi, in Valmarecchia, dove si respira anche il silenzio poetico del maestro.
Musica di sostegno: colonna sonora di Ginger & Fred di Nicola Piovani.
Dedicato a tutti i felliniani

Eccomi di nuovo quassù, seduto sulla panchina, vicino all’alberello, per raccontare, per riflettere, per cogliere nuove ispirazioni. Questa società, maestro, prende spunto dal trascorrere del tempo, puntando, con qualsiasi pretesto, ad obiettivi futuri senza mettere a fuoco il presente.
La nave che tu ci hai descritto, carica di lutti, di tragedie, non è possibile intercettarne la rotta. Non si sa in che mare stia navigando, ma il guaio sta nel fatto che, allo stato attuale, è impossibile conoscere il porto di arrivo di questa fantomatica nave. Trova mari e oceani sempre e solo in tempesta, il personale di bordo non lancia SOS, anzi dà segnali di attraversare mari di assoluta tranquillità. Eppure sulla nave i passeggeri soffrono le conseguenze di questa navigazione. I tuoi personaggi sono tutti in devoto silenzio nascosti nei fotogrammi in celluloide delle tue opere. Qualcuno è uscito allo scoperto come il Comm. Lombardoni che di strada… ne ha fatta parecchia!
Ogni anno per l’8 marzo l’intellettuale Salvini, ed il sig. Gonnella li mando in libera uscita perché a loro modo compiono verifiche sull’evoluzione della donna.
Salvini usa la scarpetta di Cenerentola come sta scritto nel libro, per scovare la donna dei sogni. Gonnella, invece, usa metodi tradizionali e patriarcali che lo rendono assai antiquato.
Ma sai, Federico, anche loro trovano spazio in questo caos globalizzato. Sai che la luna, quella degli innamorati, delle serenate, è sempre la regina della notte? Vista al telescopio con tutti quei crateri, quel colore grigio, è priva di fascino e non ispira poesie. Hai fatto bene a mostrarla catturata e legata in piazza così come la sognamo ad occhio nudo da quaggiù.
In cielo, di giorno, a bassa quota, incredibilmente vola l’asino. E’ diventato un personaggio da quando è entrato in vigore, nel costume sociale, il detto che una bugia ripetuta dieci volte di seguito, diviene verità.
Nel preciso istante che la bugia si trasforma in verità l’asino spicca il volo ed i fessi scrutano il cielo. Non è un tuo personaggio, ma sono certo che a te piacerà. Tra i tuoi personaggi c’è l’avvocato che rimane sacro ed intatto nei tuoi fogrammi.
In questa società si troverebbe a disagio, perché il classico avvocato ha perso quel pizzico di romanticismo che lo incoronava tra i primi cittadini del borgo.
Quando passava l’avvocato in bici era istintivo il dispetto a base di palle di neve e pernacchie.
Oggi l’avvocato transita con auto metallizzata e gli scuretti ai vetri a tutta velocità col successo incorporato nei suoi tragitti legali.
Anche il “pataca” di riviera è sparito. In alcune tue opere non lo citi apertamente, ma è visibile a chi lo è stato o ha frequentato questo simpatico esemplare di romagnolo doc.
Un tempo si aggirava squattrinato, tra spiaggia, night clubs e dancing. Il suo cibo preferito era anche per forza, pasta e fagioli. Ora, in spiaggia, le “straniere” classiche del nord Europa non sono frequenti. I nights ed i dancing sono spariti, e quindi qualche “pataca” si nasconde nei vari bar sport finendo per dormire per noia davanti ad una partita di calcio in tv.
Il direttore d’orchestra è diventato un precario perché oltre agli strumentisti in agitazione, non trova balconi per dirigere.
I tuoi personaggi femminili non trovano riscontri oggi. Loro parlavano, accettavano complimenti, portavano il rossetto alle labbra, erano naturali e non ricostruite, usavano viva voce al telefono anche quando senza complimenti ti mandavano a quel paese. Oggi, Federico, c’è il cellulare, utile, ma spesso usato per nascondere la propria voce e lanciare sms a raffica.
Oggi tutto è breve, sintetico, veloce. Il silenzio ha conquistato nuovi spazi tra i rapporti interpersonali.
Tra poco uscirà un codice per interpretare i vari silenzi, perché Federico, non vi è più tempo per parlare. Tu almeno comunicavi con le immagini, ma oggi anche l’arte non accetta di essere profanata e se ne va in esilio.
Questa verifica mi suggerisce di stare lontano dai pericoli e assai vicino all’arte a costo di pagare un prezzo alto. Sotto questo sole autunnale lascio la panchina e l’alberello: alla prossima visita.

Ebo Del Bianco
Novembre 2010
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Passeggiando per Harlem

“L’irraggiungibile trombettista bopper: Dizzy Gillespie”
Era nato nel 1917, nella Carolina del Sud, da ambiente familiare assai povero. A 14 anni suona il trombone, a 15 passa alla tromba approfondendone in breve teoria ed armonia.
Il suo primo idolo fu il trombettista Roy Eldridge Little Jazz, veloce, frenetico col suo swing, assai vicino ai fraseggi di Coleman Hawkins e Benny Carter prima, Louis Armstrong dopo.
Nel 1935 Dizzy si trasferisce a Philadelphia e suona nella band di Frank Fairfax.
Nel 1937, finalmente, si stabilisce a New York ed entra nella band di Teddy Hill (che poi scioglierà nel 1940 per gestire il Minton’s Play House, il tempio del be-bop) e con lui incide per la prima volta. Dopo 5 o 6 anni di brevi collaborazioni con Ella Fitzgerald, Benny Carter, Charlie Barnet, Les Hite, Earl Hines, Duke Ellington, nel luglio del 1944 entra nell’orchestra di Billy Eckstine, la grande band bop, come direttore assieme alle stelle Parker e Sarah Vaughan. Qui Dizzy conobbe il suo futuro allievo Miles Davis, il quale in seguito, dopo il distacco di Gillespie da Bird, lo sostituì nel gruppo di Parker.
Il be-bop, la rivoluzione moderna del jazz, non partì da un movimento di pubblico ma fu una rivolta musicale di strumentisti negri per liberare la loro individualità personale dalle sabbie mobili della musica standardizzata dei bianchi, e dei neri scoloriti dagli affari.
Il be-bop era anche un manifesto di uguaglianza in favore dei neri. I creatori di questo stile di musica così rivoluzionario erano giovani musicisti di colore, poco più che ventenni, ed allora quasi tutti sconosciuti. Erano Gillespie-tromba, Parker-sassofono, Monk-pianista, Clarke e Blakey-batteristi, Christian (il solo un po’ conosciuto)-chitarra, Powell-piano, Jackson-vibrofono, Tadd Cameron-arrangiatore, Max Roach-batterista, Kenny Dorham-tromba, Mingus-basso, Fats Navarro-tromba ecc…
Il be-bop ebbe anche il fine socio/politico di avvicinare il popolo negro/americano alle barriere apparentemente insormontabili che si ergevano tra essi e l’uguaglianza.
E’ la musica dei neri la cui mente, il cui cuore sono rivolti alle origini, al blues.
La nascita del be-bop avvenne in modo underground negli scantinati del Minton’s.
Al piano terra giovani avvenenti fanciulle si presentavano in tenuta da lavoro per intrattenere i clienti.
Un piano sotto Dizzy & Co inventavano il jazz per piccole formazioni tutto basato sull’improvvisazione straripante dei suoi virtuosi solisti.
Bird riusciva a suonare 360 note in un minuto, Dizzy non era da meno. Clarke alla batteria iniettava melodia oltre il ritmo. Christian suonava la chitarra come un ottone. L’amico scomparso Rino ed il sottoscritto, abbiamo sognato quegli scantinati, ogni giovedì sera, negli anni ’80, in diretta jazz a Radio Portoverde. Lui, col suo bicchiere di whisky, sigaretta accesa tenuta tra le dita color nicotina. Accanto a lui un signore che vi parla con berretta di lana e barbetta bop.
Il merito di Dizzy fu principalmente quello di aver demolito come un terremoto tutto ciò che prima di lui i trombettisti avevano messo in piedi, con un apporto armonico strumentistico devastante.
Con la sua tromba periscopica (adottata nel 1953) si è reso irraggiungibile, inimitabile, col suo temperamento bizzarro, burlone, versatile, antitradizionale.
Nel 1943 si esibisce nel cuore di Harlem all’Onix col contrabbassista Oscar Pettiford in quintetto be-bop. Quindi entra con Parker in sala di registrazione ed incidono una serie di memorabili classici. Vanno anche in tournè in California, ma l’esperienza non fu felice. Bird si faceva di brutto ed aveva problemi fisici conseguenti. Tra i brani composti da Dizzy Salt Peanuts, Con Alma, Woodyn’you, A Night in Tunisia sono tutt’ora standard di livello mondiale.
Nel 1946 forma un’orchestra be-bop senza Parker, ma con James Moody, Don Byas, Milt Jackson, J. J. Johnson, Kenni Klarke ed il percussionista Chano Pozo. Quattro anni di successi poi l’orchestra si scioglie. Nel 1953, al Massey Hall di Toronto ci fu il grande concerto dei 5 fuoriclasse Bopper, con Dizzy, Mingus, Parker, Roach e Powell. Mentre lo sto ora ascoltando in sottofondo, mi chiedo se sia possibile per molti strumentisti attuali fare assoli così imprevedibili, a ripetizione, con autentiche e perfette acrobazie sugli strumenti con mostruoso sincronismo tra loro. Oltre la tromba, Dizzy, suonava percussioni, cantava, ma il suo sogno era quello di formare e dirigere Big-Band, come quella allestita nel 1956 per conto del governo USA da portare in giro per il mondo.
Fu molto legato al Latin Jazz, per la sua varietà di ritmo, per le sue calde atmosfere. Agli inizi degli anni ’60 adotta nella sua Big-Band un pianista argentino Lalo Schifrin e scriverà per lui diversi successi.
Quando al Greenwich Village, il quartiere bohemien di New York, esplose la Beat Generation con i grandi nuovi intellettuali americani, Dizzy e Miles li frequentavano, anzi Dizzy conversava su temi filosofici. In quel quartiere vi è un locale storico, il Caffè Bohemia, dove molti bopper hanno suonato e conosciuto i nuovi beat.
Negli anni ’70 Dizzy era al top del successo con registrazioni e concerti in giro per il mondo. Come insegnante e direttore d’orchestra rimase attivo fino al 1993, data della sua morte.
Al jazz ha dato un contributo infinitamente grande, col suo spirito innovativo.
Verso gli anni ’80 lo vidi a Riccione in quintetto.
Oltre la sua mitica tromba, Dizzy cantava, ballava e davanti a sé aveva un tamburo africano che percuoteva. Aveva un abbigliamento bopper, con berretta di lana, occhiali con montatura a spizzo, tunica africana. Vederlo dal vivo e ascoltarlo è stata un’emozione, una verifica della grandezza di Dizzy, che pur anziano, quando impugnava la tromba erano numeri.
Nel luglio del 1993 ad Umbria Jazz, per rendergli un doveroso omaggio dopo la sua morte, vennero a Perugia alcuni suoi amici ai Giardini del Frontone. Alle trombe Freddy Hubbard, il Rosso di capelli Red Rodney, ed il sudamericano Claudio Roditi strumentista di Latin Jazz, al sassofono tenore James Moody. Ricordo l’introduzione di un blues eseguita da Rodney che durò due minuti durante i quali le mie coronarie passeggiavano tranquillamente per la 52a di Harlem.
Fu un concerto carico d’amore esplosivo per Dizzy e per il be-bop.
Feci l’alba suonando tamburi coi ragazzi africani universitari di Perugia. E tu, Rino, che lassù li hai tutti a portata di mano, magari avranno allestito una immensa Big-Band!
Immaginiamo che sia così, perché quando le coronarie tornano da Harlem nel loro alveo naturale, vanno alla ricerca di giovani jazzisti di ogni età che con spirito innovativo danno continuità evolutiva a ciò che Bird e Dizzy hanno fatto, senza mai dimenticare Miles.
Ci sono eccome, Mark Kapedani, Francesco Bearzatti con la sua suite For Malcom X, Giovanni Falzone, Claudio Cojaniz con la sua Nion Orchestra.
Con loro l’Africa e Harlem sono più vicini.

Ebo Del Bianco
Novembre Bop 2010