Monthly Archive for Dicembre 2010

“A mario, un italiano sempre presente” Ebo Del Bianco

Accompagnamento musicale: Bella ciao antico canto che tutti possono a viva voce interpretare.

Hai sempre acceso i riflettori sugli altri, sull’Italia reale che più ti ha voluto bene: mai, li hai accesi su di te.
Hai condiviso con l’arte un percorso mai tortuoso, mai incerto: una convivenza senza celebrazioni.
L’Italia intera ha sempre personaggi in cerca di autori che la possano mettere in risalto. Ma oggi, mario, non è semplice. Dai quattro amici al Bar Sport sempre pronti a fare “bischerate”, si passa a strani individui che dietro la siepe mettono a segno il loro piano criminale verso adolescenti. Sono troppi, mario, questi criminali; si mettono da soli vergognosamente in scena, mentre c’è troppa gente che interpreta in platea e galleria la parte di spettatori.
L’Italia di Bella ciao non può collegarsi con questo continuo culto dell’apparire, dell’evidenza, che ai più perversi suggerisce lo strumento dell’aggressione violenta. Sono stato un tuo spettatore, sono un grande ammiratore dell’Italia: a volte mi fa tenerezza per la sua ingenuità, per la sua bontà d’animo.
Non so chi abbia messo mine nel nostro DNA, perché anche la vita viene messa in stato di allerta. Anche tu mario, te ne sei accorto, perché se un tempo la commedia ci rappresentava in ogni momento della vita quotidiana, oggi è la tragedia quotidiana ad avanzare pretese di attenzioni. Il dialogo, a volte, viene dato per spacciato, come una barca naufragata.
Come si fa, mario, a rappresentare la superficialità, la banalità, l’appiattimento sociale?
Una società aggrappata ai cellulari, ai digitali, ai telecomandi, mario, è una società che aspetta segnali senza darli. La solitudine è una via d’uscita, come tu avevi deciso in tempi mai sospetti. Anche per questo, mario, ti dico grazie e scusa per aver acceso su di te una piccola lampada per 5 minuti.
Tu l’hai tenuta accesa per novantanni su di noi.

Ciao mario

A Mario Monicelli
Dicembre 2010

Regalo di Natale a tutti i visitatori Metti una sera tardi al Club Three Deuces di Harlem in compagnia…

Idea sviluppata da un sogno realmente fatto: in attesa di sedermi realmente su un marciapiede di Harlem.

Musica consigliata: In a Silent Way – Bitches Brew – Time after Time, Tutù, così si “elettrizza” l’ambiente ed i produttori di opinioni s’incazzano di più.

Di Miles non scriverò mai una biografia, su Miles si deve fare un film di 4 ore, ma con regista negro che non ama sbiancarsi, ma che abbia tanto blues da regalarci.
Il sogno inizia fuori da un club il Three Deuces di Harlem la parte di New York che più mi si addice. Luci ad intermittenza dappertutto, locali strapieni, siamo sulla 52a in pieno clima discriminatorio razzista. Un bianco come me, cosa ci fa seduto là circondato dalla curiosità? Allora parlo anch’io con le note.
Accendo lo stereo portatile, infilo Bitches Brew o meglio, puttane che si mescolano, e dalla curiosità si passa al pollice della mano sinistra alzato in segno di OK dei presenti.
E’ come se ci fosse Miles seduto “di schiena” davanti a me, con la tromba con sordina stretta tra le gambe. Veste con camicia indiana, pantaloni in lamè, occhiali da sole, invisibile agli ignoranti, accessibile agli intelligenti.
Miles, negli anni in cui anch’io ho alzato i toni, cioè il 1969, con Joe Zawinul e John Mc Laughlin incidendo In a Silent Way ti sei spinto oltre. Riascoltiamolo, perché tu sei andato avanti di brutto proprio da lì. Tu che hai vissuto il be-bop coi grandi, tu che da ragazzo ascoltavi Duke Ellington e Art Tatum, tu che da adolescente hai incontrato Clark Terry, hai catturato le note strozzate e nere della sua tromba, tu puoi fare di tutto. Hai attraversato tutte le rivoluzioni del jazz, sempre in prima fila, a rischio continuo, perché sei stato e sei il più grande, il più geniale, il più innovativo, il più “mente aperta”. Non sei mai stato la fotocopia di nessuno, sei stato te stesso. Per vederti di nascosto come tu preferisci, sono caduto da una pianta a 2 metri di altezza: sotto i piedi, sabbia dalla cintola in giù. Che c.…!
Io, Miles, non posso stare in platea, in galleria. O sto sul palco nascosto o su una pianta all’aperto.
Ho conosciuto Al Foster, il tuo caro Al, che mai ti ha abbandonato, anche nei momenti duri. L’ho abbracciato forte, gli ho detto che sapevo tutto su di te e lui, sulla sua spiritualità, la sua amicizia.
Aveva una bandana attorno alla fronte ed ha suonato con tanta dolcezza In a sentimental mood: ho sentito che c’eri anche tu sul palco, senza tromba, perché il brano è più adatto al trio classico con contorno di spazzole magistralmente usate da Al. Miles, ho pianto di nascosto perché quel brano mi è piaciuto un sacco suonato così. Tu Miles hai aperto a tutto ciò che è futuro nel firmamento musicale. I cosidetti “puristi” non sanno cosa tu abbia ricevuto e dato ad Harlem con Dizzy, Bird, Thelonious e tutti i grandi. Sono loro che ti hanno insegnato ad andare avanti, a non farti fottere dalla eccessiva nostalgia. I “puristi” non sanno che nessuno, te per primo, rinnega e dimentica il passato, anzi ne fa tesoro. I “puristi” dimenticano che tutti i grandi del jazz di oggi, come Herbie, Ron, Marcus, Wayne, Chick, Keith, Dave, Jack, Al hanno assimilato la tua creatività innovativa. Tu Miles incarni, rappresenti la storia del jazz sul palco, in sala prove, ma mai su una insopportabile macchina da scrivere. Non vorrei neanche scrivere a mano, anzi vorrei non scrivere, ma parlare come te, con le note.
Lo stereo mi dice che è ora di Time after Time, dal vivo, con te, con Mike Stern e la sua chitarra.
In questo brano parli anche, dalla tua tromba con sordina note spaventosamente profonde persino Mike con la sua focosità virtuosistica alla chitarra, si è adeguato alle tue atmosfere, dando l’impressione di alternarsi a sfiorare ed accentuare le note. Sei grandissimo Miles, specie girato di spalle, anche se qui ad Harlem sei presente solo nello spirito. Hai vissuto più dei 65 anni reali, la tua personalità artistica nel jazz sarà immortale. Hai avuto il coraggio intuitivo di mescolare esperienze musicali diverse, di far salire alla ribalta giovani jazzisti di diverse estrazioni. Hai avuto il coraggio di essere trasparente e spietato con musicisti come Wynton Marsalis, Ornette Coleman, Chet Baker ed altri molto noti. L’unico neo che rilevo, Miles, la lite con Max Roach perché il suo spirito critico era legato all’Africa e non ai pericolosi tentacoli del consumismo bianco.
Tutto è rientrato anche perché Freedom now suite è un titolo di merito Max e sua moglie.
Hai amato anche Louis Armstrong, ma non il Satchmo che sghignazzava col pubblico, ma quello che suonava la tromba con uno stile unico. Purtroppo sia Dizzy che Satch amavano fare i clown col pubblico, e questo a te non piaceva. Il pubblico deve apprezzarti se suoni, e non se fai ridere, se di mestiere, sei musicista. E’ l’ora di Tutù, ho conosciuto Marcus Miller che ha rivisitato tutto il progetto.
Sul palco mancavi solo tu, Miles.
A fine concerto Marcus ha alzato gli occhi al cielo e ha detto «Thank you Miles!». Inoltre nel “cool” jazz hai portato l’esperienza bop, non dimenticando e travisando le innovazioni ritmiche di Parker.
L’inizio dell’esperienza “cool”, di questo “Jazz da camera”, è segnato dalle tue formazioni in cui ti affiancavi a Lee Konitz, Gerry Mulligan, Max Roach e Kenny Clarke.
Il tuo fraseggio è da bopper, ma il tuo meraviglioso lirismo ed il tuo tono quasi solipsistico, suonato quasi esclusivamente sul registro medio, ti avvicina molto al suono freddo che caratterizzava il “cool”. Le ballate popolari suonate da te, le caricavi e trasformavi con una forza emotiva in una cosa tua. Quelli della West Coast invece, suonavano fedelmente la ballata, facendo risultare estemporanei solo i “chorus” improvvisati. Quasi tutti gli strumentisti, te escluso, non portarono avanti le conquiste melodiche e ritmiche di Lester Young. Le usavano con il cauto abbandono che veniva loro dalla dimestichezza con gli accenti bop, col risultato di un appiattimento prevedibile dei brani. Tu, Miles, con una sola nota o con una sola pausa altamente significativa, eri capace di insinuare più blues di quanto non riuscissero a produrre gli altri strumentisti “cool” con un’intera composizione. Gli strumentisti “cool” bianchi usarono violoncelli, flauti, fughe, ballate popolari riscaldate con atmosfere europee, per allontanarsi dall’antico jazz.
Ti confesso Miles, che sia il “cool” che l’“hard-bop” seguente per il mio ascolto risultavano poco più di un vezzo stilistico. I musicisti dell’hard usavano melodie molto semplici, fondate su un riff di base, e molto meno complesse delle articolate melodie del bop classico.
Tutto è nato nel 1955 dopo la morte di Bird.
Se hard significa rivalutare il proprio passato e tingerlo di soul music, senza dimenticare i boppers, tutto ok, ma solo tu Miles hai il bop nel cuore.
Tu Miles sei stato accettato per quello che eri, persino i bianchi amavano la tua scontrosità, il tuo anticonformismo.
Il poeta Gregory Corso, frequentatore del Greenwich e Bohemia Caffè, mi ha regalato una sua poesia dedicata al suono della tua tromba. Ma tutta la controcultura non dolciastra americana, ti amava.
Di tutti i grandi so che Trane era tra i tuoi preeferiti per il suo modo di avventurarsi in una musica decisamente indipendente, quasi antitetica rispetto all’hard bop, una musica che sottolinea l’individualismo soggettivo. Certo che il tuo lirismo e l’estasi mistica del sax di Trane sono il massimo per un ascolto.
Tutti i grandi della “Beat Generation” come Jack Keruac, Gregory Corso, ci tenevano ad essere considerati poeti jazz, influenzati proprio anche dalla tua vena artistica.
Qui ad Harlem è sempre notte, è sempre jazz.
A me basta essere in compagnia del tuo spirito, essere perennemente circondato dalla musica, perché (l’hai scritto tu), la musica è fatta di spirito, di spiritualità e di sentimenti. Come te Miles, sono attratto da lei, vado a letto e penso a lei, mi sveglio ed è subito jazz. Ecco perché a tarda notte mi sento seduto al Three Deuces in compagnia del tuo spirito, Miles.
Tutto in quello stereo, basta spingere un bottone ed eccomi qui.
Mi accontento quando ascolto una tua nota, mi eccito al tuo linguaggio lirico, m’incazzo quando osservo le fotocopiatrici in azione. Ci sono anche soggetti interessanti, che tracciano percorsi nuovi ai loro progetti: sono dalle loro parti sempre in tenuta bopper per assecondarli.
Spengo lo stereo e provo a catturare un po’ di sonno.
Niente da fare. Meglio camminare tra il silenzio della notte fonda di Harlem e dare i soliti calci alle lattine vuote, ai barattoli di cartone, e a tutto ciò che mal sopporto a quest’ora come te: l’arrivo del sole.
Tornerò Miles ciao

Natale 2010
http: //ebodelbianco.blog.tiscali.it/

Passeggiando per Harlem “Quando l’improvvisazione: è composizione istantanea: la leggenda di Bud Powell”

Era nato a New York nel 1924, da ambiente familiare discreto: una famiglia di musicisti. Il padre era pianista di stile stride (evoluzione del ragtine). Il fratello Richie, pianista, negli anni ’50 aveva fatto parte del quintetto di Max Roach-Clifford Brown.
Studia il piano classico per molti anni sotto la guida del padre, che verso gli anni ’40 lo inserirà nel mondo del jazz tra le note di Jelly Roll Morton ed Art Tatum.
A 15 anni suona come solista di piano in clubs di Harlem ed al Boemia Caffè del Greenwich Village. Il mitico Monk, intuite al volo le qualità musicali del ragazzo, lo prende sotto la sua protezione e lo incoraggia ad andare in profondità sulla tastiera.
Immaginare che razza di duetto bop tra questi due mostri!
A 20 anni incide con la band di Cootie Williams (trombettista), col bassista John Kirby nel 1946 e finalmente nel 1947 con Charlie Parker. Entra così con pieno merito tra i grandi della 52a strada.
Dal 1945 al 1949 viene ricoverato alcune volte a causa di disturbi mentali, ciò però è da associare alle conseguenze di gravi tumulti ed incidenti razziali in cui Bud viene colpito alla testa dalla polizia e ricoverato in ospedale.
Soffrirà per il resto della sua vita di dolori ed instabilità mentale.
Dal 1949 al 1951 suona spesso al Birdland con Sonny Rollins, Roach, Curley Russel e altri.
Nel 1951 subisce in ospedale un pericoloso trattamento con elettroshock (ricordate Qualcuno volò sul nido del cuculo?). Il suo talento mai fu compromesso. Aveva una personalità positiva, ed una autodistruttiva, come secondo me, tutti i grandi artisti dotati di grande spirito che si eleva dall’essere fisico.
Dal 1947 al 1951 Bud compone alcuni dei suoi migliori brani, Dance of the infidels, Hallucinations, Un poco loco, The amazing Bud Powell. In quest’ultimo album, con lui suonano, Fats Navarro, Sonny Rollins, Roy Haynes, Max Roach.
Dopo il ricovero, nel 1953, riprende a suonare non in modo continuo fino al 1955. Nel 1956 è in Europa col gruppo Birdland 56, comprendente Miles, Lester Young ed il Modern Jazz Quartet. Quindi altri disturbi mentali lo fermano. Dal 1959 al 1964 vive e suona a Parigi ed è questo periodo che ispira il regista Bernard Tavernier a girare il film: Around Midnight dedicato a Bud.
Come già scritto nella storia di Dizzy, nel 1953 prende parte allo storico concerto bop alla Massey Hall di Toronto, in compagnia di Bird, Dizzy, Mingus e Roach.
A Parigi Bud Powell suona nel super disco del sassofonista Dexter Gordon Our man in Paris.
Dopo il ritorno a New York, non rivedrà mai più Parigi. Il suo stato di salute, a soli 42 anni, peggiora all’improvviso volgendo al peggio: 5000 persone ad Harlem per il suo funerale.
Bud, il genio del piano, ha riportato fedelmente sulla tastiera le note e gli accordi rivoluzionari di Bird. Improvvisazione velocissima con la destra, percussività sul registro grave della sinistra con accordi e noti basse. Quando Bud improvvisava componeva come tutti i boppers della 52a.
Quando si ascolta Powell, il suo fraseggio melodico rieccheggia il linguaggio bop ed i fiati. Ai giovani pianisti di oggi auguro di addentrarsi in quelle atmosfere bop (che Bud ci ha lasciato), con interpretazioni soggettive, con miscele etniche della loro terra natia.
Come ha fatto, ad esempio, il pianista Markellian Kapedani, nel suo progetto ultimo Balkan Bop in trio, che ha appena inciso. Proprio meritevole di lode questo giovane pianista albanese che, assieme ad un bassista russo ed un batterista israeliano, danno l’impressione di esibirsi con disinvoltura nel cuore di Harlem. Quando tra poco il cd sarà in uscita, sarà esaudita la vostra curiosità.
Ora, per ricordare l’approccio in radio su Bud Powell una nota col compianto Rino Casula.
Una sera d’inverno, verso mezzanotte (che coincidenza!), dopo la diretta Giovedì Jazz a Radio Portoverde (anni ’80), passeggiavo con Rino per le vie del porticciolo. Rino, raccontandomi di una simile passeggiata tra Miles giovane e Charlie Parker per le vie di Harlem, continuava così: arrivati davanti ad un locale, con le luci ad intermittenza che illuminavano l’ingresso, in strada arrivavano le note velocissime di un pianista. Miles, fulminato dalla straordinaria abilità del pianista, rivolge a Bird la frase “Quello è il pianista che ci vuole nel nostro gruppo!” immediata fu la risposta di Bird: “No, Miles, quello vola troppo alto!”.
Rino raccontava un episodio realmente accaduto: quel pianista era Bud Powell. Il jazz si vive anche così. Il rammarico che ci lascia la storia di Bud Powell, come tante storie, è l’accanimento discriminatorio, razziale verso i negri/americani.
Bill Clinton, anche suonatore dilettante di sax tenore, ha dichiarato che il jazz è la musica ufficiale degli Stati Uniti. 400 anni di persecuzioni discriminatorie, di ingiustizie, di ritardi, non cancellano d’un solo colpo, con un decreto, pagine tragiche e vergognose che hanno visto subire sempre e solo il popolo negro. I padri fondatori del jazz sono noti ed è a loro che va consegnato lo scettro perché a Cesare va dato ciò che è di Cesare.
Miles, sempre lui, nel suo ultimo lavoro Amandla, sulla copertina è disegnata la cartina dell’Africa. E’ partito tutto da quella terra ancor oggi martoriata e violentata: la terra dei nostri fratelli più deboli e sofferenti.
Alla prossima passeggiata in 52a con Charlie Mingus.

Ebo Del Bianco
Dicembre 2010
http: //ebodelbianco.blog.tiscali.it/

“Edizione straordinaria” di Ebo Del Bianco

Data: 23 novembre 2010: Auditorium Roma.

Ispirazione musicale:
Suite for Malcom X autore Francesco Bearzatti.
Esecutori:
- Francesco Bearzatti: sax, clarinet, xaphon, elettrics.
- Giovanni Falzone: trumpet, human effects.
- Danilo Gallo: double bass, electric bass.
- Zeno De Rossi: drums, percussion.
- Napoleon Maddox: voice.
- Mauro Gargano: pizzicato double bass.

Siamo a Roma nel 1963. Un mattino tardi, sotto casa in via Como, passa lo strillone dei giornali che a squarciagola urla: “Edizione straordinaria! Assassinato John Kennedy!”.
Quando venne ucciso Malcom X non credo ci furono edizioni straordinarie: è un dato di fatto.
Il giorno stesso dell’attentato a Kennedy, tutti gli studenti romani in corteo si recarono all’ambasciata americana in via Veneto per firmare nel registro delle condoglianze: c’è anche la mia firma su quel registro.
Ora invece siamo a Milano a metà anni ’70.
Scendendo dal metrò, salendo velocemente le scalinate come i milanesi, mi ritrovo dopo alcune decine di metri davanti ad una sala cinematografica. Si proietta un film: Faccia di spia del regista Ferrara. E’ un’opera che ricostruisce fedelmente tragici avvenimenti internazionali.
Come ad esempio, l’uccisione di due grandi leader politici africani come Lumumba e Ben Barkà che lottavano per una grande rete mondiale di vera democrazia. Il film racconta anche gli ultimi giorni di un grande uomo che, a 47 anni lascia la professione di medico all’ospedale di Buenos Aires, per schierarsi a favore dei deboli ed oppressi del continente sudamericano. Per questo motivo, papa Giovanni Paolo II in un suo viaggio a Cuba, nella grande piazza a l’Avana cita il suo nome a fianco di coloro che hanno dato molto a chi sta peggio. Anche questo è un dato di fatto. Tutti sapete il suo nome, è già sufficiente: Ernesto.
Roma, 23 novembre 2010: Auditorium. Per me è edizione straordinaria la Suite for Malcom X, l’opera musicale di Francesco Bearzatti. Per partecipare all’evento, almeno per me non solo musicale, dopo 29 anni sono tornato nella mia città del cuore. Mi sono presentato in divisa, per solidarietà e per feeling verso Bearzatti ed il suo Tnissima 4 et. Ho fatto stampare precedentemente su felpa bianca Suite for Malcom (in rosso) X (in nero)”. L’ho indossata perché anche l’indumento dava una sottolineatura al concerto.
Questi giovani jazzisti italiani hanno partorito questa straordinaria suite con amore ed hanno letteralmente conquistato il pubblico di Roma. Ho usato i colori rosso e nero su fondo bianco della felpa per simboleggiare con sincerità che quei due colori non sono graditi ai bianchi. E’ stato un contrasto da me fortemente voluto.
Malcom predicava, anzi voleva l’unità di tutti i negri, di qualsiasi religione, di qualsiasi filosofia, per ottenere la libertà.
Il suo movimento era per un’azione di massa, non invitava alla violenza, anzi, rivendicava ai negri il diritto di difendersi se attaccati.
Malcom invitava a giudicare gli uomini, in base alle loro azioni e non al colore della pelle. Credeva alle azioni e non alle parole, alle prediche, ai sermoni.
Tra l’altro affermava che quando una classe dominante governava, anche la discriminazione razziale è una componente, uno strumento essenziale di questo dominio. Quando invece un popolo sceglie i propri rappresentanti in clima di libertà ed uguaglianza non virtuali, è segnale di vera democrazia.
Ma oggi, dove sono visibili questi segnali? Malcom X è stato ucciso perché chi agisce per ottenere libertà, uguaglianza, come lui, Lumumba, Ben Barkà, e quel medico di Buenos Aires, rappresentano un pericolo per qualsiasi potere dominante. Questo dato di fatto non si riscontra solo nei libri, ma per le strade, per le piazze, nei luoghi di lavoro, nelle case, dove la gente comune interagisce.
Francesco Bearzatti ha tradotto in note il DNA di Malcom X, ha fatto respirare aria pulita di speranza non solo al pubblico dell’Auditorium, ma anche a coloro che pur assenti… erano presenti spiritualmente.
L’esecuzione della suite ha messo in luce le qualità creative dei componenti del Tinissima.
Suoni nuovi, fraseggi nuovi, atmosfere in perfetta linea col tema, un assemblaggio che ha messo in evidenza un lavoro di profonda escavazione nella vicenda di Malcom X.
Il pubblico romano ha applaudito, ha partecipato, ha discusso a fine concerto. Ha osservato e capito il perché indossavo quella felpa. Tutto è stato in sintonia con Malcom X.
Vi ho parlato in prima persona perché sono libero, diretto, immediato e trasparente.
Se ci fosse stato Miles presente al concerto, non ho dubbi: sarebbe salito sul palco.

Grazie Francesco, grazie Ragazzi, grazie Roma.

Ebo Del Bianco

“Vado via con me” di Ebo Del Bianco

Introduzione:
Dopo trentanni, alla vigilia della partenza per Roma, per scoprire il volto che ha oggi la memoria storica di chi mi legge, ho deciso di lasciare nella vostra cassetta postale un promemoria, che oggi viene chiamato “elenco”.
La musica che consiglio è il tema di “Anno Zero” autore Nicola Piovani.

Enrico Mattei, Presidente Eni
Giuseppe Di Vittorio, sindacalista
Bruno Buozzi, sindacalista
Mauro De Mauro, giornalista
Pier Paolo Pasolini, scrittore
Piazza Fontana, Milano
Piazza della Loggia, Brescia
Stazione Ferroviaria, Bologna
Aldo Moro, statista
Giovanni Falcone, magistrato
Paolo Borsellino, magistrato
Martin Luther King
Malcom X
Tutte le vittime innocenti di mafia
Tutte le vittime innocenti di camorra
Tutte le vittime innocenti dell’ndrangheta
Tutte le vittime innocenti di terrorismo
Tutte le vittime sul lavoro
Tutti i semplici cittadini che sperano
Tutti i volontari italiani
Tutti i medici missionari italiani
Tutti quelli che danno senza ricevere
Tutti quelli che fanno quello che dicono
Tutti quelli che dissacrano la morte
Tutti quelli che vivono senza riflettori
Tutti quelli che non discriminano
Tutti quelli che portiamo nel cuore
Tutti quelli che invece di fare recitano sermoni
Tutti quelli che rientrano tra gli innominabili
Federico Fellini, regista

L’elenco potrebbe continuare con una logica ben precisa: provate a dare un seguito e dare un’occhiata alla vostra memoria.
Nel frattempo “Vado via con me” verso Roma, la mia Roma, che ha sempre le braccia aperte per accogliermi.
La solitudine, a volte, ti aiuta a capire quello di cui puoi fare a meno.

Ebo Del Bianco
Dicembre 2010
http: //ebodelbianco.blog.tiscali.it/

P.S. L’elenco non è altro che la spina dorsale del libro che ho scritto Per quel sogno, che da lungo tempo si trova sotto prolungata osservazione presso due case editrici: un’autentica odissea.