Monthly Archive for Gennaio 2011

Il mega direttore di Ebo Del Bianco

Ispirazione musicale: We insist Freedom now suite da Abbey Lincoln e Max Roach.

Scende improvvisamente dall’alto del suo piano riservato, con l’aureola in testa e con la bacchetta magica del direttore d’orchestra. Appare e scompare come una sacra immagine, specializzato in miracoli enunciati, qualche breve sosta tra gli umani. Ma chi è costui? Il megadirettore della globalizzazione, imbattibile, instancabile, inattaccabile, inavvicinabile. Dove sono i lavoratori? I lavoratori sono e saranno sempre in paradiso perché loro sono i protagonisti del lavoro distribuito ed organizzato dall’alto. Nessuno può togliere loro il diritto di incrociare uno sguardo al giorno, di raccogliere qualche fugace briciola di torta caduta accidentalmente dall’alto.
Il megadirettore un tempo si presentava con una immensa torta per prospettare urgenze di produzione prossima ai dipendenti. Con loro stabiliva l’intensità dell’orario emergente e l’ampiezza della fetta di torta spettante loro.
Oggi il megadirettore si presenta col manuale del lavoratore da distribuire a fine turno di lavoro. Oggi la fetta di torta non si contratta più, è già compresa nel piano aziendale da lui stilato.
Forse da qualche “libera emittente” l’onnipotente, avrà sentito parlare anche di diritto ad avere rapporti interpersonali durante il giorno, magari fuori dai canoni della globalizzazione: chiaramente rapporti interpersonali riservati solo a lui. Ai lavoratori basta respirare, sapere che da qualche finestra entra uno spicchio di sole, e produrre.
Ma quei signori speculatori, seduti da qualche parte, comodamente mai intravisti, giocano a produrre profitti illeciti quotidiani alle spalle di tutti, mega direttore compreso: quando verranno resi inoffensivi? Il popolo, ha diritto di esistere in categorie di lavoratori, di lavoratrici, di studenti, di ex lavoratori, in modo dignitoso.
E per organizzare meglio la globalizzazione è auspicabile maggiore dignità verso chi è sempre in attesa ed in fila per accedere in paradiso. Si mandi all’inferno quei giocatori speculatori che agiscono indisturbati o quasi con azioni mirate ed efficaci.

P.S. Nessuna appartenenza politica.

Ebo Del Bianco
Pensionato CGIL – ex metalmeccanico
Gennaio 2011

C’era una volta il cinema di Sergio Leone di Ebo Del Bianco

Tributo a Sergio Leone, attraverso i personaggi dei suoi film.
Supporto musicale: colonne sonore western, autore Ennio Morricone, relative ai films compresa C’era una volta in America.

John l’Irlandese, Ramon, Indio, Col. Mortimer, il Biondo, Indio, Tuco, Sentenza, il Monco, Armonica, Frank, Cheyenne, Mister Ciuf Ciuf, questa volta fuori dallo schermo, si aggirano tra i ricordi di un cinema immortale, quello di Sergio Leone. Questi personaggi hanno un linguaggio, un’immagine definiti e sintetici, ormai stampati nella memoria di tanti spettatori. Il fascino del motociclista irlandese che si aggira in Messico per ricercare argento, la rozza genuinità di Juan, contadino messicano con la mania del furto, la ferocia di ramon, il carrillon del Col. Mortimer, la brutalità omicida di Indio, la faccia da cialtrone di Tuco, il Sig. Sentenza anche di fatto, il biondo grande figlio di… grande donna, la vendetta di Armonica, la cattiveria di Frank-una vita di soprusi, la classe ed eleganza di Cheyenne che si apparta con una ferita mortale, Mister Ciuf Ciuf il faccendiere spietato, ed infine Deborah senza citazioni se non quella visibile dal buco della serratura senza veli e sogni di opportunismo.
Questi personaggi tappezzano un’intera epoca impregnata delle loro immagini, delle loro ironiche battute, magari pronunciate di sfuggita. Sergio Leone, con l’amico e compagno di scuola Ennio Morricone, c’è li ha presentati così. Nei films western di Leone è sempre il giusto che prevale sul prepotente, l’intelligenza delle parole che emerge in ogni sequenza. Frasi a doppio senso, con allusioni ben trasparenti, sono il condimento giusto per ricordare questi epiloghi western.
E’ proprio la tecnica di raccontare, accentuare il racconto con musica ed immagini, che mette in secondo piano le parole. Il fascino di Sergio Leone, regista e sceneggiatore indimenticabile, nasce da qui.
Ha narrato il west cogliendone gli aspetti più originali ed imprevedibili, senza esaltare il paesaggio ma il costume dei suoi personaggi “inseguiti” in modo frenetico da una musica ben congegnata da Morricone.
In una scena di C’era una volta in West, proprio all’inizio del film, per 10 minuti, non è volata una parola, solo una mosca a punzecchiare il volto di un pistolero in attesa, non di amici, ad una stazione ferroviaria. Dalle immagini, dalla musica, dal ronzio della mosca, è palese l’epilogo dell’attesa. Dal treno scende “Armonica” (ma dalla parte opposta) che non si fa cogliere di sorpresa…
Sergio Leone racconta il suo cinema usando parole mirate, taglienti e sempre col doppio senso.
E’ un’America selvaggia, quella che ruota attorno ai personaggi chiave. Nel film Per qualche dollaro in più, c’è ne sono due, il Col. Mortimer interpretato da Lee Van Cleef ed il Monco interpretato da Clint Eastwood, che primeggiano per le loro continue e paradossali, schermaglie, vicende che li trovano alleati contro la ferocia di “Indio”, un fuorilegge pluriassassino interpretato da Gian Maria Volontè. Due giustizieri avidi di parole ma generosi nello sparare, tra l’altro, battute taglienti. Tra due mali, perché la violenza è un male, prevale sempre il meno peggio. E’ un po’ un “Leit Motif” dei racconti di Sergio Leone. Far parlare le immagini, vicine alla immediatezza. Il binomio Leone-Morricone, nel cinema, ha avuto un fascino di livello assoluto. Nel cinema di oggi si notano dialoghi nevrotici, complessi, paranoici e logorroici che sfociano in un oceano di parole.
In giù la testa, film che sfiora la rivoluzione messicana di Pancho Villa, si elevano due figure. Una figura risponde al nome di Juan, furfante contadino messicano, interpretato magistralmente da Rod Steiger, e l’altra risponde al nome di John, uno strano motociclista irlandese, interpretato con grandissima classe da James Coburn. Quest’ultimo si aggira su e giù per il Messico non come turista, ma come ricercatore di argento usando dinamite per accellerare gli scavi ed il rinvenimento del prezioso metallo. L’incontro tra Juan e John è divertente tra “scoppi ritardati”, “micce corte”, battute taglienti e sorriso in bocca. Senza saperlo e senza volerlo, diventano eroi del popolo messicano. In C’era una volta il West sono almeno 4 i personaggi pilota del film. “Armonica”, interpretato da Charles Bronson, “Frank” da Henry Fonda, “Cheyenne” da Jason Robards, “Mister Ciuf Ciuf” da un ottimo Gabriele Ferzetti. “Armonica” prima di farsi vendetta, preannuncia il suo arrivo suonando con l’armonica un motivo carico non di amore. “Frank”, spietato senza scrupoli, braccio armato di “mister Ciuf Ciuf”, forma con quest’ultimo un binomio di arroganza e soprusi per costruire la ferrovia che attraversa l’America. Ma il personaggio più vero del film è “Cheyenne”, alleato di “Armonica”, nel momento in cui viene colpito a morte, si rifugia in disparte, nascosto per non farsi scoprire ormai inerme, lui vincitore di tante battaglie. Del primo film Per un pugno di dollari si ricordano due nemici di fronte, “Ramon” e “L’Americano”, fino all’ultima sequenza, ed in questa pellicola è la musica di Morricone a pilotare il film.
In C’era una volta in America, l’epoca del proibizionismo, emerge con forza il valore sacro dell’amicizia tra un gruppo di amici che da giovanissimi mascalzoni si trasformano da adulti in gangster. C’è un interprete su tutti, Robert De Niro che è sublime in una scena in cui non parla ma osserva le tombe dei suoi amici in un cimitero. C’è una donna in questa pellicola “Deborah” all’apparenza perfetta, piena di fascino, ma col passare degli anni e delle vicende del film, molto opportunista. Ennio Morricone ha composto per questo film musiche fantastiche, per celebrare un evento cinematografico in cui storie d’America vengono perfettamente raccontate da un italiano.
Da spettatore come l’amico Rino Guidi, esperto arguto di cinema, che mi ha ispirato la riflessione, mi scuso per aver usato solo parole per ringraziare la genialità di due grandi artisti come Sergio Leone ed Ennio Morricone.

Ebo Del Bianco
Gennaio 2011

Bollettino ai naviganti… di internet

Nel 1978 la TV di stato produceva un film capolavoro di Fellini: Prova d’orchestra.
Quella TV di stato che ignora il vero modo di anticipare i tempi, abitudine artistica di Federico.
Oggi avrebbe 91 anni. Ricordatelo attraverso quel film e rileggetevi il mio brano Sconcerto metaforico ispirato da quel film.

Ebo Del Bianco
Gennaio 2011

Passeggiando per Harlem di Ebo Del Bianco We insist: freedom now suite, ovvero lo spirito di Max Roach.

Nato a Brooklyn nel 1925, da ambiente famigliare di discreta condizione da madre cantante gospel, a 8 anni studia la tromba, dopo due anni passa alla batteria frequentando il conservatorio di Manhattan.
Max Roach è l’anima politica del popolo jazzistico afroamericano.
Al be-bop ha dato un vero e proprio scossone rivoluzionando il suono ed il ruolo della batteria, facendola diventare uno strumento melodico oltre che ritmico. Assieme a Kenny Klarke, ha elevato il ruolo di protagonista della batteria, emancipandolo dal solito ruolo di accompagnamento. Il suo amore per l’Africa ha trasmesso sulla batteria ritmo africano, con l’incedere e la potenza del suono che ne deriva dal suo percuotere. A 18 anni è musicista drummer abituale del Minton’s, e lì ascolta tutti i big del be-bop.
Nel 1943 registra per la prima volta con Coleman Hawkins e suona nel quintetto di Dizzy.
Nel 1945 debutta con Bird.
Dal 1947 al 1949 è inserito nel quintetto classico di Charlie Parker.
Nel 1953 crea con Mingus la casa discografica Debut, indipendente, ed entrambi partecipano alla storica performance di be-bop alla Massey Hall di Toronto coi grandi pionieri beooper Powell, Gillespie, Parker.
Nel 1954 fonda un prestigioso quintetto con Clifford Brown, Il Magnific,o alla tromba, Harold Land al sax, Richie Powell al piano, George Morrow al contrabbasso.
Fu uno dei quintetti hard bop (legato alle origini africane) più prestigioso di ogni epoca.
Nel 1956 muore in un tragico incidente stradale Clifford Brown, il suo amico e perno del quintetto, considerato a soli 25 anni un genio strabiliante della tromba. Max, pur sconvolto, chiama nel gruppo Kenny Dorham ed il sassofonista Sonny Rollins. Nel corso degli anni seguenti Max manterrà il quintetto alternando ottimi jazzisti come Eric Dolphy, Mal Waldrom, Freddie Hubbard, Gary Bartz ec…
Ma è nel 1960 che incide un disco carico di suggestioni politiche intitolato We insit: freedom now suite. Protagonista assoluta del brano la cantante, che poi sarà compagna di Max, Abbey Lincoln. In questo brano, oltre Max ed Abbey, alla tromba c’è il suo nuovo pupillo Booker Little, al sassofono Coleman Hawkins, alle percussioni un trio di musicisti dai ritmi tribali che ricordano l’Africa. Ma su questo disco devo fare una doverosa sosta come spiegavo ad alcuni amici di Roma all’Auditorium il 23 novembre 2010 in occasione dell’evento Suite for Malcom X di Francesco Bearzatti.
We insit: freedom now suite fu pubblicato in Svezia (come mi rivelò il compianto amico Rino Casula) in vinile con le parti A e B invertite. Non fu un capriccio, ma un esigenza di Max di pubblicare in Svezia il disco che è un inno profondo, dai toni vocali di Abbey commoventi, alle aspirazioni per ottenere i diritti civili del popolo afroamericano. Quando il disco lo mandai in diretta negli anni ’80 in radio, con Rino vicino, al primo ascolto mi emozionai tantissimo ad ascoltare il lamento di questa donna di colore che dal dolore angoscioso delle catene si trasforma in urlo di gioia liberatorio quando le catene scompaiono.
Tornando a Max Roach grandissimo fu il legame con Bird per il quale stravedeva. Con Miles, con Mingus, ci fu oltre la collaborazione, anche l’amicizia. Con Miles ci fu l’episodio sgradevole al Club di Sugar Ray Robinson ad Harlem, causato dalle attenzioni che Miles riservava alla moglie di Max, Abbey Lincoln. Miles amava la boxe, e le urla di gelosia di Max provocarono una repentina reazione in Miles che mise ko Max con un poderoso gancio. La verità era che entrambi erano cotti dal bere.
Ma tornata la normalità, tornarono ad essere come fratelli. Dopo la suite, Max Roach incide un paio di buoni dischi sempre impregnati di politica: Percussion bitter sweet e It’s time.
Nel 1970 fonda un gruppo composto da 10 percussionisti chiamato M’Boom. In seguito si dedica all’avanguardia (guanda un po’…) collaborando con Archie Shepp, Antony Braxton e Cecil Taylor.
Negli anni ’80 crea due quartetti che si interfacciano con una sezione d’archi. Gli ultimi due decenni lo vedono ancora sulla cresta dell’onda, rivoluzionario del “tempo” inesauribile esploratore di nuove strade sonore.
Qualche tempo fa è deceduta anche la sua cara Abbey Lincoln.
L’augurio a tutti i giovani musicisti jazz è quello di preparare progetti sempre nuovi senza alcun timore perché, come avrete compreso, sono stati i grandi bopper a suggerirlo.
Se poi vi salta in mente una suite… meglio ancora, ma in perfetta sintonia coi problemi sociali.

Gennaio 2011
Ebo Del Bianco

Perché no di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: Perché no di Lucio Battisti interpretato magistralmente da Fabio Concato con la direzione orchestrale ed arrangiamento di Vince Tempera.

A, come amore, una parola da inseguire in capo al mondo, magari e non a caso, fino all’Australia.
A, come ancora, come un augurio per estrarre le angoscie dal cuore, rinfrescarlo, stimolarlo con la speranza di vederti salire e scendere le scale sempre di corsa.
Sì, proprio sempre di corsa, come l’ultimo ciao catturato sotto la pioggia di ottobre: sapevo già il seguito.
In cartoleria vendono gomme da cancellare: ne ho comprata una. Ho cancellato pagine intere di assurdi progetti, poi, arrivato ad un certo punto, non sono riuscito a cancellare i tuoi arrivi, le tue partenze. Le parole non sono mai servite, la musica invece sì, un attrazione al di là degli steccati, delle abitudini. Perché questo no così lontano?
Magari vicino al caldo selvaggio dell’Australia, mentre qua oggi la neve impera col suo candore. Invece della tua vettura, davanti alla fioriera mi trovo parcheggiata la solita nauseante grigio metalizzata del furbetto del quartiere. I “surgelati sono molto rincarati”, non sono più in grado di cedere alla mia fretta, di preparare il solito veloce spuntino: tu non arrivi, non parti, le scale sono vuote. Se un giorno ti capita di salire su un aereo, di occupare un posto, cerca di intravedere l’Italia dal finestrino, anche se lontana.
A, proprio come amore, una storia che non si disperderà mai come la sabbia delle grandi distese australiane.
A, come ancora, unica parola che serve per gettare nella spazzatura quella gomma da cancellare. Senza volerlo, senza saperlo, abbiamo interpretato noi stessi senza essere assediati dalle solite banali parole. Siamo andati avanti senza sapere cosa volevano l’uno dall’altro, abbiamo persino finto di essere estranei.
Chi ci ha magistralmente diretti? E’ incredibile trovarsi interprete di una storia non durata due ore come un film, ma due anni! Chi va a caccia di storie d’amore, non riuscirà mai a riportare sulla macchina da scrivere l’essenza di ciò che si è vissuto attimo per attimo.
Scusa se, ascoltando questo brano, sto cercando di non pensare a te, al silenzio che hai lasciato su e giù per le scale: l’emozione mi ha fregato.
Non ho “Gli sci e scarponi”, come di ce il brano, anche perché la neve, sopportarla per lungo tempo, è ossessionante. Attutisce suoni, rumori e tu sai, invece, che preferisco la tromba con sordina di Miles col suo suono “strozzato” governato ed attutito per piacere di più.
Ti mando una carezza, proprio così, a quest’ora di un tardo pomeriggio invernale. Questo brano non ha la pretesa di nascere con luccicanti parole, ma con fotogrammi a te visibili, a te accessibili.
Chi ci legge, può sedersi sul divano, immaginarci, assemblare tutte le varie ipotesi di questa storia incredibile ed alla fine avrà compreso che tutto il percorso della nostra vita è ispirato dalla parola amore con la A maiuscola.

Gennaio 2011
Ebo Del Bianco

P.S.: Anche l’orso ha un cuore.

Nei dintorni di Harlem, di Ebo Del Bianco Peggio di un bastardo, titolo del libro autobiografico di Charles Mingus.

Durante una tournée in California, Max Roach prestò la sua macchina a Mingus. Mingus distrusse una ruota sbattendo pari pari contro un idrante cercando di non investire un gatto.
L’amore, il rispetto per gli animali è il primo biglietto da visita del mitico Charles Mingus, il capostipite dei contrabbassisti.
Era nato a Nogales (Arizona) nel 1922, da ambiente famigliare modesto. Da bambino inizia a suonare il trombone, poi passa al violoncello, per approdare definitivamente al contrabbasso.
Nel 1940 suona con Lee Young, nel ’41 e ’42 con Louis Armstrong, quindi con Lionel Hampton. A metà degli anni ’40 si trasferisce a New York, in pieno be-bop, e suona coi Big Bird, Miles, Bud Powell, ma anche Duke Ellington.
E’ stato un personaggio di grande portata della musica americana del Novecento. La sua musica proviene dai Gospel, dagli Spiritual, dal Blues e dalle composizioni del Duca. Negli anni ’50 è Charles Mingus la base ritmica delle più importanti performance di jazz di quegli anni.
Nel 1952 fonda col batterista Max Roach la casa discografica Debut, registrando dal vivo col socio un album molto importante Mingus at the Bohemia. Nel 1955 crea il laboratorio musicale Jazz Workshop aperto ai giovani musicisti. Fu un grande compositore, ed opere come Pithecanthropus Erectus sono di elevata caratura artistica. Opera divisa in più parti che rievoca il jazz del passato ed attuale in perfetta sintesi, con atmosfere aperte al free-jazz. Tutti gli album seguenti sono di assoluta qualità come Tonight at moon, Mingus Ahum, Blues& Roots.
Vi partecipano ottimi musicisti, innovativi, come Jackie McLean, Mal Waldron, Booker Ervin, Horace Parlan e Roland Kirk. Ma fu col sassofonista di alto Eric Dolphy, clarino basso e flautista, grande virtuoso, tecnico, sensibile ed umano, che si integra la vulcanica personalità di Mingus.
Con lui, Mingus, aprì enormi brecce nel free-jazz, con musiche molto emotive, anarchiche, esuberanti, ma ancorate al be-bop.
Dolphy incarnava il blues, dai suoi fiati emetteva le grida delle anime, di quei morti discriminati. Il blues, per Mingus, estraeva la sua essenza dalle note di Dolphy (come si ascolta in Charles Mingus presents Charles Mingus e The Great Concert of Charles Mingus).
La prematura scomparsa di Dolphy mise a dura prova la fragilità mentale di Mingus. Nel ’63 registra il suo capolavoro, The black Saint and the sinner Lady, una vasta composizione per Big Band. Contesta il festival jazz di New Port con un controfestival. Le finanze sono disastrate. Agli inizi anni ’70 pubblica la sua autobiografia Peggio di un bastardo, vende la casa discografica, e riceve il premio Guggenheim Fellowship. Incide un nuovo disco Let my children Hear Music che lo riporta a galla.
Il musicista che lo seguì dal 1957 fino alla fine, fu il grande batterista accompagnatore Danny Richmond (che ebbi la fortuna di ascoltarlo nella Mingus Dynasty). Nel 1973 alla sua formazione si aggiungono Don Pullen al piano e George Adams ai fiati e registra due perle del jazz Changes one e Changes two.
Il carattere di Mingus era nevrotico, duro, senza paura, ma anche gentile ed estremamente dolce ma non coi bianchi. Parlava molto, di continuo, e Miles per questo, non lo sopportava. Nel 1977 gli viene diagnosticata una grave forma di sclerosi che lo allontana dal contrabbasso, ma dirige orchestra. Muore a 57 anni per arresto cardiaco a Cuermavaca in Messico e le sue ceneri verranno disperse nel Gange. Dopo la morte divenne maggiormente famoso.
I suoi musicisti fondano la Mingus Dynasty che si trasforma in seguito nella Mingus Big Band.
Charles Mingus, le sue composizioni, le sue partiture diventano preziose per qualsiasi jazzista. Ora alcuni ricordi anni ’80 in radio con Rino Casula. Un mercoledì pomeriggio, alla vigilia di giovedì jazz in diretta, ci stavamo preparando per la trasmissione su Mingus. Rino ed il sottoscritto, entrammo in un negozio di dischi jazz per trovare Pithecanthropus Erectus del 1956. Buttammo per aria il negozio ed alla fine, dopo un’ora avevamo il disco tra le mani. Ma Rino non cercava solo quel disco, ma un blues composto da tutti gli amici di Mingus prima del suo funerale. Il brano esiste perché è nella storia del jazz ma non lo trovammo. Quando andammo in onda con Pinthecanthropus Erectus mi resi conto dell’immensità del musicista, compositore, direttore d’orchestra, provocatore di emozioni, Charles Mingus.
Nel 1953 a Toronto coi grandi, al famoso concerto, al contrabbasso non poteva che esserci lui. Il suo tocco micidiale resterà nella storia del jazz.
Alla prossima con Max Roach.

Gennaio 2011
Ebo Del Bianco