Monthly Archive for Febbraio 2011

Giovani.

di Ebo Del Bianco
A ricordo del poeta Beat Gregory Corso
Dedicato al DNA giovanile di ogni essere umano consapevole che ciò sia un certificato per garantire il futuro all’umanità sconvolta e ferita.

Supporto musicale:
Opera The way up live – Pat Metheny Group:
Pat Metheny – Guitar
Antonio Sanchez – Drums
Lyle Mays – Piano
Cuong Vu – Trumphet e voice
Steve Rodby – Basso
Gregoire Maret – Armonica
Richard Bona – Voice & Percussion
Dave Samuel – Voice & Percussion

Al di là di qualsiasi previsione emerge che nulla è scontato, che nulla è teorizzato.
Il crollo davanti alla morte resterà un eterno divieto, perché è lo spirito che esalta la vita.
Nulla che imponga il silenzio, quando non è voluto. Nulla che produca rumore per soffocare il silenzio. Nulla che conduca alla dispersione la verità sostanziale di ciò che sta accadendo. Nulla che conduca all’inceneritore ciò che è accaduto. Nulla di ciò che sgomenta l’anima, annichilisce la ragione. Nulla che possa ferire, violentare la fertilità dei sogni. Tutto al di là di ogni identità fuori da ogni prospetto dove si nascondono le insidie dei giorni prigionieri del calendario.
I giorni che trascorrono, i giorni cancellati, povere misere testimonianze di ciò che si è e si è stati.
Via di corsa sempre lontano, sempre più lontano dalla schiavitù quotidiana della assuefazione.
Lascia tutto dietro, getta via i bagagli, getta via quello che pensavi di essere, custodisci quello che sei, quello che vorresti, tutto ciò che sconfina al di là del previsto.
Giovani lontani dai sermoni, lontani dall’oscurità, lontani dall’ambiguità, lontani dalle menzogne, vicinissimi al futuro, alla sua inconfondibile luce.
Giovani senza discriminazioni, giovani multicolori, giovani con jeans e maglietta, giovani in tuta blu, giovani sull’impalcatura in attesa di una colata di cemento, giovani in fila d’attesa del cambio di consegne.
Sul palco i protagonisti sono ininterrottamente in scena anche senza pubblico, ormai comodamente sdraiato col telecomando in mano pronto ad accettare tutto ciò che viene interpretato in modo virtuale.
La virtualità in scena, è sintomo di mancata, fallita gioventù, di coscienza e anima destinate alla eterna precarietà.
Quei protagonisti del feet-back rappresentano in diretta o in differita la mediocrità, perché la cultura è giovane e scappa coi giovani da un’altra parte.
Quando il palcoscenico sarà vuoto, anche la polvere rimasta dovrà essere aspirata perché il rischio contaminazione non è semplice da neutralizzare.
Giovani a testa alta, a viso scoperto per costruire una società dinamica, saggiamente progettata per durare. Dagli scantinati tornerà alla luce del sole la cultura sopravvissuta alla clandestinità ed ai soprusi.
Finirà il gioco di bambole escort nei centri del benessere e la mitica Ford a quattro ruote si riapproprierà della parola Escort per lasciare alle bambole la loro vera e antica qualifica.
Giovani sottobraccio al futuro, giovani custodi della cultura proiettata in avanti, sogniamo insieme senza avere più età e discriminazioni.

Ebo Del Bianco
Febbraio 2011
http: //ebodelbianco.blog.tiscali.it/

Africa

Ispirazione e supporto musicale: Howl autore Claudio Cojaniz.
Esecuzione N.I.O.N. (Not in our name) orchestra
Claudio Cojaniz – Piano & conduction.
Francesco Bearzatti – Tenor sax
Cuong Vu – Tromba
Danilo Gallo – Double bass
Zeno De Rossi – Drums
Maria Valentini – Violin
Giancarlo Schiaffini – Trombone & tuba
Romano Tedesco – Double bass & accordion
Luca Grizzo – Percussion

Il Ministro dei cieli azzurri, che la osserva dai mass media si augura che mantenga “Una certa stabilità”: il solito ritornello. Il problema di chi ci vive, invece, è fuggire dalla povertà, dall’ingiustizia, per dare autodeterminazione alla propria vita, alla propria gente. L’Africa è di proprietà dei suoi abitanti compresi quelli prelevati con forza nel rinascimento europeo e trasportati come schiavi e mai come cittadini africani. Ad Harlem, abbiamo constatato il miracolo socio/culturale sbocciato in quel simbolico quartiere di New York.
Gli autori di quel miracolo sono sempre quelli che hanno l’Africa nel loro DNA. A parte il blues che li fotografa e li certifica, il miracolo è dato dalla straordinaria trasformazione da schiavi a cittadini americani, attraverso ogni sorta di angheria, persecuzione, ingiustizia.
Di fondamentale importanza è stata anche la musica da loro creata attraverso le loro radici, i percorsi tortuosi da loro intrapresi.
Naturalmente il jazz, quella musica che colora di blue le note. Ma l’Africa, quella riportata sulla copertina di Amandla da Miles, è quella che alza le braccia, punta l’indice verso chi la tiene oppressa, rivolge interrogativi alle canne dei tank puntate per reprimere anche il lancio dei fiori.
L’Africa è quella di chi non riesce a sfuggire alla povertà, alla morte per fame e lotta fino all’ultimo respiro.
Se si mette a fuoco l’osservazione anche con la propria coscienza, la stabilità di un popolo arriva solo attraverso libere, giuste e trasparenti elezioni. Basta, per cortesia, con gli esportatori di democrazia. A questa “balla” non credono più neanche i bambini, specie quelli esposti sin dalla nascita al rischio di sfruttamento, sequestro e sparizione in circuiti di illegalità.
Oggi l’Africa non ha bisogno di essere osservata, ha necessità di essere aiutata e lasciata in pace a coltivare nel suo giardino quel fiore tanto sognato: la democrazia. A noi ci regala il blues, anche attraverso le sue urla pagane di dolore, di angoscia. Quel blues anche a noi serve come medicina anti assuefazione alle troppe inutili parole in circolazione.
L’Africa non è più quella lontana per sentito dire, indicata solo sul vecchio libro di geografia. L’Africa è quella che tutti abbiamo dentro, aggrappata al cuore come gli occhi tristi dei bambini che non sanno più sorridere. L’Africa è il futuro di questa umanità imprigionata e globalizzata tra le insidie ed i tentacoli di un consumismo assurdo ed esagerato.
Il silenzio di questa società che vive di riflessi, di virtualità, di falsi virtuosismi, non ha nulla a che vedere col blues.
Il rumore sgradevole, quando cessa, rende spesso non sopportabile e poco credibile il conseguente silenzio.
Negli anni fine novecento, ebbi la fortuna di ascoltare dal vivo a Perugia un blues omaggio a Dizzy appena scomparso.
Il trombettista era un bianco, rosso di capelli, amico di Bird: Red Rodney.
Ascoltando quel blues ho sentito un brivido tutto africano, perché Red con Parker è penetrato nel cuore del blues, ha disegnato per 5 minuti un emozione che non poteva che provenire dall’Africa.
Oggi, ascoltando Howl grido di angoscia dei bambini di tutto il mondo, perla di Claudio Cojaniz (atto di denuncia verso coloro che usano violenza atroce verso quell’infanzia togliendone la vita), sento un brivido di forte irrequietezza verso chi opprime, e di solidarietà verso chi subisce.
Africa addio? Mai e poi mai! Cara Africa: sempre, in qualsiasi momento, come un richiamo verso il giusto e verso il blues: tutto il resto viene dopo.

Ebo Del Bianco
Febbraio 2011

Istanbul in blue di Ebo Del Bianco Dall’Arabia all’Armenia, alla Grecia, all’Egitto, alla Spagna, alla Sardegna, con ritmi differenti, con varietà di armonie e tempi: in compagnia di Fahir Atakoglu.

Ispirazione musicale: Istanbul in blue
Fahir Atakoglu – piano, rodhes, synthesizers, voice.
Bob Franceschini – tenor, soprano sax, flute bass clarinet.
Horacio El Negro Hernandez – drums, congas.
Antony Jackson – contrabass.
Wayne Krantz – guitar.
Mike Stern – guitar.

Fahir Atakoglu, come Markellian Kapedani, ad ogni loro performance sul palco, seduti al piano, sprigionano energia “atomica” ed illuminano il presente ed il future del jazz con bagliori folgoranti.
Kapedani col suo Balkan Trio multietnico, si presenta in modo esplosivo col suo CD (prossimo alla uscita) Balkan Bop.
Immaginando un breve viaggio musicale nell’Asia che si avvicina all’Europa, l’impatto con le melodie di Fahir è inevitabile: una miscela jazz/rock fusion con la musica turca. Ritmi incandescenti, variopinti, come gli umori di quella gente che ha un atteggiamento dinamico, certificato dalla sua storia. Per più di un secolo, parte della mittel-Europa è stata dominio arabo islamico, subendone profonde influenze nel costume di vita.
Nella grande piazza di Budapest dove sono custoditi i monumenti che ricordano i re d’Ungheria, tra essi si notano monarchi turchi. Difatti la stessa città è composta da Buda (più musulmana) e Pest (più europea).
Se le guerre, le dominazioni hanno per secoli flagellato il mondo, hanno anche lasciato l’humus benefico all’arte, specie ad est, e la musica ha ricevuto straordinarie contaminazioni.
Nella melodia di Fahir Atakoglu s’intravede la Turchia, la bellezza tormentosa del Bosforo, una Istanbul moderna nelle sue aperture, nelle sue strade, ma anche, in sottofondo, antica nel suo costume.
In questo viaggio progetto Istanbul in blue, con Fahir sono presenti 5 mostri di bravura che si integrano perfettamente con le intenzioni del pianista compositore turco.
Il binomio fusion con melodie e ritmi turchi funziona senza sbavature.
Già nel 1989, Mike Stern con la sua guitar in un famoso live concert a Tokio (special guest con gli Steps) si era addentrato con Manieri e Brecker nelle atmosfere musicali arabe specie nello storico brano Beiruth.
Horacio El Negro, come Antony Jackson e Wayne Krantz, ormai sono interplanetari.
Le sorprese di questo Istanbul in blue sono proprio Atakoglu, instancabile, e Bob Franceschini.
Quest’ultimo interpreta in modo eccellente e con una gradevole entrata col soprano il brano Black sea. Il tocco pianistico di Fahir è lieve e delicato a tratti, ma molto chiaro, energico e ritmico. Si accompagna dolcemente vocalizzando armonie turche gustosissime.
La globalizzazione, nel jazz specialmente, sta avvenendo da tempo, senza traumi e ferite perché il futuro del jazz ha come progetto quello di unire esperienze diverse attraverso l’integrazione e la tolleranza.
Non a caso il gruppo del pianista albanese Markellian Kapedani è composto da un bassista russo ed un batterista israeliano ed il trio si chiama Balkan Trio. Il sistetto di Fahir Atakogli ci fa avvicinare all’Asia minore attraverso il jazz al di là delle immagini televisive, e degli storici libri di geografia. Qui c’è feeling immediato come del resto nei percorsi ritmici ed armonici di Markellian Kapedani.
Queste sperimentazioni progetto, questi viaggi sconfinati delle note blue, riguardano anche jazzisti italiani come Paolo Fresu sempre aperto alle innovazioni etniche.
Il pianeta Sardegna, terra natale di Paolo, è denso di “fertilizzazioni” culturali arabe, spagnole, ed il profondo spirito di ricerca di Fresu è sempre in avan scoperta.
Infine è rilevante l’esplosione dinamica dei popoli arabi che si affacciano sul mediterraneo. Osservare e tradurre in musica questa aspirazione popolare sarà a portata di mano di questi nuovi musicisti ben lontani da un atteggiamento statico che li vedrebbe solo intenti a raccogliere quello che magari altri seminano.
Attraverso i progetti Istanbul in blue di Fahir Atakoglu, e Balkan Bop di Markellian Kapedani, parta l’augurio di cogliere in anticipo gli eventi, perché la musica, il jazz, non sono mai assenti dalla società e sono sempre in prima fila disarmati.

Ebo Del Bianco
Febbraio 2011

Jeanne: l’ultima occasione da non perdere. Di Ebo Del Bianco

A Maria Schneider, scomparsa di recente. Alla sua più grande interpretazione, al suo fascino, alla sua elegante gestualità, ai suoi storici capelli ricci che tutt’oggi rappresentano il mito di tante irrequietezze giovanili, ivi compresa la mia.

Supporto musicale: colonna sonora di Ultimo tango a Parigi – autore ed esecutore Gato Barbieri col suono magico del suo sax tenore: dalla pampa con amore.

Quelli che ancora oggi scrivono di Maria, sottolineando l’eco di una sua grande interpretazione assieme a Marlon Brando, logicamente in modo assai superficiale, sono i soliti puristi predicatori che mai hanno inteso e solo condannato il perché delle irrequietezze e dei conseguenti atteggiamenti giovanili dal 1968 ai primi anni ’80.
Bernardo Bertolucci, è stato l’unico, con coraggio e onestà, a tradurre sullo schermo riferimenti generazionali con storie forti, vere e trasparenti come Ultimo tango a Parigi e di recente I sognatori.
In Ultimo tango a Parigi Marlon Brando e Maria Shcneider non hanno celebrato l’erotismo, ma hanno interpretato la casualità di un incontro quasi all’eccesso perché rappresenta, in quelle circostanze, a quei tempi, senza calcoli e preconcetti, l’ultima occasione da non perdere nella vita. Chi non afferra il senso di questo concetto corre il rischio di aggregarsi al folto gruppo degli storici ipocriti. Se Audrey Hepburn è stata il sogno dei diciotto anni, Maria Schneider è la donna che fulmina a maturità ben acquisita, per la sua inimitabile figura e personalità.
Non chiederò mai nulla ad una simile potenza artistica come lei, e Bernardo Bertolucci non deve chiederle scusa perché il film è stato visto anche da coloro che l’hanno capito ed assimilato senza alcun stimolo erotico. E’ sufficiente la scena quando “Paul”, interpretato a Brando, chiede a “Jeanne”, interpretata da Maria Schneider, un giuramento di fedeltà su alcuni aspetti del loro appena nato rapporto occasionale.
Il dialogo s’incanala verso verità trasparenti, scacciando luoghi comuni paranoici ed ipocrisie.
Da poco Maria Schneider ci ha lasciati. Resta sempre la speranza che quella “Jeanne” così fedelmente incarnata da lei, un giorno si possa incrociare non a Julius Verne Rue a Parigi, ma in giro per il mondo, anche per qualche istante.
Arrivati ad un certo punto della vita, come dice Tonino Guerra, si esce poco, si viaggia con l’immaginazione e le stanze attigue diventano posti sognati.
Il motivo è lo spirito di ricercare affinità artistiche sempre ed ovunque con chi ti trovi di fronte.
Quella folta chioma di capelli ricci di Maria, la sua gestualità, resterà un sogno artistico.
Le “Letterine”, le “veline”, le “meteorine”, a cui aggiungo le “stupidine”, mi rendono sempre più adorabile la solitudine, il ricordo di Maria Scheider, la musica ed il sax di Gato Barbieri.
A Maria Schneider mando un bacio che ho sempre considerato simbolicamente un gesto per ringraziarla della sua presenza nell’arte.

PS: Ultimo tango a Parigi, ovvero l’ultima occasione

Ebo Del Bianco
Febbraio 2011