Monthly Archive for Marzo 2011

Markelian Kapedani: migrazioni ritmiche e melodiche dalla mittel Europa verso il be-bop di Harlem. Impressioni al primo impatto con l’ascolto di alcune prove dei brani del nuovo lavoro: “Balkan Bop”

Quando 3 anni or sono vidi Mark a Fano e a Pesaro in piano solo e lo ascoltai con attenzione, mi colpirono la sua tecnica, il suo vigore, la sua carica energetica sul piano.

Mark viene dai balcani, dall’Albania, dal travaglio, dalla sofferenza, dai tragici eventi dell’est. Dal punto di vista emozionale, la sua musica dà maggiore tensione e profondità nell’esecuzione e nell’ascolto. In Mark è palpabile il bop perché sono le parti ritmiche che si estendono sulle melodie, perché inserite ad hoc senza soste sulla linea melodica. Inoltre Mark con la mano sinistra è molto elastico sulle linee ritmiche concedendosi più libertà interpretativa sulla linea melodica. Mark Kapedani è emigrato spiritualmente, artisticamente con i suoi poli ritmi, le sue melodie armoniche balcaniche, a caccia di jazz, ed è atterrato meritatamente ad Harlem dove il blues profuma di tradizione musicale afroamericana e non di cera lacca come lo swing dei bianchi. Nel periodo vissuto in modo terribile in Albania, per un grande artista, innovatore come Mark, non era permesso di conservare la propria individualità. Immaginiamo le tragiche conseguenze subite, che però non hanno alterato la sua profondità artistica, anzi hanno fortificato anima e corpo a questo straordinario musicista jazz. Quindi se i neri del be-bop, i neri in genere, subivano frustrazioni dai bianchi, discriminazioni, persecuzioni, anche Mark, purtroppo ha avuto lo stesso trattamento dalla follia di un regime. Ecco perché Mark sente le atmosfere del blues, e sul piano, tecnica, anima e grande vigore fisico, lo incoronano erede dei grandi del be-bop degli anni ’40, ma quelli di colore nero.
Il segreto è che i bopper come Dizzy, Parker, Monk ecc., cominciarono a lasciare la pratica tradizionale dell’improvvisazione o della variazione su un tema melodico, e suonarono invece le loro variazioni sugli accordi su cui era basata la melodia, riuscendo a creare, di solito, melodie del tutto nuove.
L’origine della variazione armonica che ha gradualmente dominato il jazz, nasce dal blues.
Ecco perché i bopper, oltre che nel costume di vita anticonformistico, nell’abbigliamento, hanno cambiato il modo di suonare, affidandosi all’arte che li ispirava, alla loro storia. Prossimamente uscirà il disco Mark Kapedani Balkan Bop, un secondo progetto questa volta in trio con validi musicisti di diverse etnie, Russia, Israele, Albania.
Sono certo, conoscendoli, che simbolicamente hanno già scaricato i propri bagagli sulla 52a di Harlem. Siamo tutti in attesa di questa straordinaria innovazione jazzistica, da questi tre grandi musicisti.
Da quel giorno a fano, è nato feeling, amicizia, stima e rispetto. Con Mark il jazz è in buone mani, non è solo custodito con amore, ma è rinvigorito con spirito innovativo garanzia per il futuro di questa musica.
Il suo trio è geniale e percorre le strade dei Balcani attraverso ritmi ed armonie della Mittel Europa. Tutto però secondo i canoni e le atmosfere bop, logicamente evoluti.
I boppers, come le vicende dell’est, hanno in comune il travaglio, la sofferenza, il desiderio di comunicare anche attraverso il jazz la loro forte presenza nella società.
Il trio di Kapedani Balkan Trio, si compone di tre diverse etnie. Markellian Kapedani, pianista albanese, Yuri Goloubev bassista russo e Asaf Sirkis batterista israeliano. Ascoltandoli, danno l’impressione di “passeggiare” tranquillamente per la 52a di Harlem. Ciò deriva anche da una loro profonda conoscenza dell’aspetto sociologico musicale del bop.
L’ispirazione a quei canoni è evidente in Balkan Bop, ed è la prima volta che il jazz di Harlem si adatta ai ritmi e melodie dell’est. C’è tanta devozione nell’ascoltare il jazz dei neri (e non di Paul Desmond e Stan Getz) alle musiche balcaniche, senza, peraltro, fare operazioni di aggiustamento e limatura.
E’ un trio che stimola curiosità, ma dà anche coraggio di proseguire in futuro su queste vie. Sicuramente non sarà stato semplice comporre, arrangiare questo lavoro, ma la genialità di Mark Kapedani non sorprende più.
Non è dato per certo che tutti i jazzisti conoscano le vicende negli anni del bop.
Kapedani, conoscendole profondamente, dimostra in Balkan Bop padronanza, disinvoltura portando il bop a braccetto nei Balcani.
Questo trio, così marcatamente etnico, in una fantasiosa trasposizione visiva, dà proprio l’impressione di girovagare lungo la 52a di Harlem.
In Balkan Bop è presente un aspetto futuristico e non lontano del jazz, senza mai trascurare i canoni del sacro passato dei vari boppers come Dizzy, Bird, Miles…
Nell’evoluzione c’è la sopravvivenza, nella riesumazione integrale del passato non vi è orizzonte chiaro per il futuro.
Il tentativo di questo giovane talento albanese di raccogliere il testimone e proseguire per le sue strade, è perfettamente riuscito.

Ebo Del Bianco

Autunno 2010
Balkan Bop

From sud est: jazztronic innovative music

Ad uno dei più grandi trombettisti in piena attività di origine vietnamita, residente negli USA, professore di studi jazzistici a Washington, riconosciuto tra I più grandi innovatori del mondo, componente stabile e determinante del Pat Metheny Group: CUONG VU.
Tema conduttore: Speaking of now Pat Metheny Group.

Viene dal sud est asiatico, da Saigon la ex capital del Viet-nam del sud. Ha reso originale la voce, il suono della sua tromba portandolo verso superfici inesplorate, dove la musica è sperimentazione profonda. Distorsioni, artifizi elettronici, rumori naturali fatti di lamenti, ruggiti miscelati impeccabilmente da Cuong, arricchiscono i suoi brani.
I suoi respiri, caratterizzano quei toni di tristezza, di presagi che emette la sua tromba, tutto filtrato dal delay e dal riverbero.
Il suono della sua tromba immesso nell’elettronica si fa stridulo, allungato, distorto, interprete di un tema malinconico. Diventa lancinante e tempestoso il richiamo al passato in un presente jazzistico sempre più globalizzato.
In Cuong rieccheggiano le tribolazioni di tutto il sud est asiatico, comprese le drammatiche conseguenze dello tsunami che ha cancellato parte dell’Indonesia e Giappone. Assieme al chitarrista franco-vietnamita Nguyên Lê spesso accanto a Paolo Fresu in vari live in Sardegna), Cuong Vu rappresenta la punta di diamante di un’atmosfera sud est asiatica che sta dilagando tra le avanguardie jazzistiche.
Il trio di Cuong Vu è composto dal fedele Stomu Takeishi al fretless bass a cinque corde e dal batterista originale Ted Poor. Un trio pieno d’impeto vulcanico, imprevedibile ad ogni esecuzione.
A questo trio spesso si aggiunge il chitarrista Bill Frisell dando maggiore fantasia elettronica alle aggressive performances del gruppo.
Personalmente colpisce anche il modo di impugnare la tromba, blocco unico col suo corpo e la sua anima, disinvoltura, autorevolezza, padronanza.
Un trombettista che va oltre la classicità ma senza calpestarla, ma riportandola specie nei suoni, ai valori attuali del jazz inteso come sensazione di libertà e sottolineature sempre più etniche.
In Italia Cuong è presente in varie performances con musicisti di assoluto spessore come Francesco Bearzatti, Giancarlo Schiaffini, Zeno De Rossi, Danilo Gallo, Romano Tedesco, Claudio Cojaniz.
Con l’elettronica, parte integrante del suo credo jazzistico, Cuong Vu si presenta alla ribalta mondiale come uno dei più grandi trombettisti, assai vicino agli atteggiamenti giovanili. Il suo suono non procura stanchezza, anzi stimola al continuo riascolto ed approfondimento. Il tecnicismo al servizio di questi nuovi orizzonti sonori: in questo modo non può che emergere il tono lirico di ogni nota.
Cuong è padrone di questa situazione che vede avvalorare il tema non solo con l’esclusiva cadenza tecnica, ma con un suono più lirico e manovrato elettronicamente.
I giovani lo seguono con interesse, ma non solo quelli di età, ma specie coloro di Open mind. Il jazztronic di Cuong Vu non discrimina e non esclude il classico, ne ricerca in sintesi i valori, le componenti e ne sottolinea le proiezioni verso considerazioni presenti e di prossimo futuro.
La sua progettualità è di assoluto patrimonio di tutto il jazz.
Sicuramente non usa fotocopiatrice per essere sempre così limpidamente originale.

Ebo Del Bianco
Aprile 2011

Racconti di jazz: Mahavishnu only fans di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: John McLaughlin
Da The heart of things live in Paris anno 1998.
Musicians:
John Mc Laughlin, guitar
Dennis Chambers, drums
Gary Thomas, sax soprano e tenore
Matthew Garrison, bass
Otmaro Ruiz, keyboards
Victor Williams, percussion.

Uno dei motivi che portano a stare sempre in avanscoperta per cogliere nuovi fermenti in ambito musicale è quello di affondare nel cuore di qualsiasi progetto in punta di piedi.
In quello spazio si nascondono i meriti, le qualità, le stravaganze della creatività, che spesso questa società, non preparata alle escavazioni spirituali, perché prigioniera dei media, non riesce a cogliere.
Per fortuna che ancora basta ad esempio una magica parola Mahavishnu per riversare uno “tsunami” di gratitudine ad un grande David Zard che ha permesso a tanti di avvicinarsi alla magia artistica degli anni ’70.
Sarò in eterno “Mahavishnu fans”, con la massima attenzione e concentrazione nell’ascolto del più grande guitar man esistente: John McLaughlin.
Quando Miles progettò In a silent way, il primo in studio ad improvvisare questa rivoluzione jazz era un giovane inglese di nome John McLaughlin.
Miles e tutti i grandi presenti in studio restarono sbalorditi poi loro fecero il resto.
Chi non comprende ha solo la scusante di arrivare in ritardo.
John l’ho seguito per 30 anni, c’è sempre da scoprire, da imparare, c’è sempre da cogliere in lui quel gusto dell’imprevedibilità nell’esecuzione ensemble.
Sto ascoltando da 4 ore The heart of thing live in Paris anno 1998.
Mentre ascolto mi chiedo quando nel nostro paese si potrà esaltare, esaudire, formare una vera opinione artistico-musicale.
Se Parigi è il covo dell’arte, significa che anche il pubblico è preparato a certi eventi. Anche John con la sua Mahavishnu Orchestra nel 1974 doveva essere nel clou del Festival Rock Jazz a Santamonica di Misano organizzato da David Zard.
Ero a fianco di David, ma all’ultimo istante fu revocato dalle autorità il permesso di svolgere il Festival.
Ero un dipendente dell’autodromo e causa questo motivo discriminatorio verso la Free Music, mi sono licenziato.
Cari giovani, cari tutti, nella vita contano i principi, il denaro è la prima causa di mancate e coraggiose scelte. Non potevo prostituire la mia fede, il mio amore per il jazz, per quattro miseri denari.
Il live in Paris è una miscela Mahavishnu dirompente. Sto scambiando il mio tavolo per il keyboards di Otmaro Ruiz, percuotendo affettuosamente per assecondare questo mio istinto. Sta a significare che mi sto dolcemente lascar andare sulle note del brano Tony guidato dal tenore di un distaccato “breckeriano” Gary Thomas.
Alcool? Droga? No, grazie!
Il mio psicofarmaco preferito è l’acqua minerale naturale con succo di mela verde e ribes.
Mentre con assoluta delicatezza John inizia con arpeggio il brano The divide, sul marciapiede si accendono due lampioni giallo scuri come la luce sul palco.
Poi Victor Williams, con le sue percussioni vocali decolla sul tema di un vecchio motivo Mahavishnu Are you the one.
Ora sono armato di forchette e pentole: lo seguo con spirito quasi liceale come un alunno discreto ancora insicuro.
Questo live in Paris di John McLaughlin è un invito a non restare in superficie ma a penetrare nel The heart of thing.
Mi dà sensazioni di assoluta tranquillità, di grande sicurezza con sei esecuzioni che danno l’impressione non avere nella loro stesura la parola fine.
Ecco proprio in questo momento la spiritualità di John come al solito mi conquista in questa atmosfera rarefatta in cui l’essere fisico è superfluo.
Gli appunti tecnici restano nel block notes di chi non ha più protesi per masticare queste sensazioni di altissimo valore jazzistico musicale.
Non possiedo block notes, possiedo il cuore ed una vita non prostituita alle banalità.
Ecco dove si nasconde il feeling con Mahavishnu, proprio nel The heart of thing.
Ascoltatelo con devozione.

Ebo Del Bianco
Aprile 2011

Racconti di jazz: Il mitico Trane (John Coltrane) di Ebo Del Bianco

Era nato ad Harlem (Nord Carolina) nel 1926 e si spense a 41 anni ad Huntington (New York) nel 1967.

Veniva da famiglia di musicisti dilettanti di discreta condizione.
Il padre era violinista, la madre pianista in chiesa.
Suonava divinamente il sax tenore, il soprano, il flauto, il clarinetto ed il sax alto. Di carattere riservato, cortese, serio, mite, fu con Bird, Monk e Miles artefice del cambiamento profondo del jazz moderno.
A 21 anni suonava Ritm & Blues nella band di Joe Webb.
Nel 1949 ecco la prima incisione con Dizzy. Ma fu dopo gli anni ’50 che entra prepotentemente in scena prima nel gruppo dell’organista Jimmy Smith, poi dal 1955 al ‘56 con Miles, nel 1957 con Monk, quindi dal 1957 al 1960 ancora con Miles. Dal 1960 al 1965 con Mc Coy Tyner, Art Davis, poi con Jimmy Garrison ed il batterista Elvin Jones. Nel 1961-1962 va con Eric Dolphy, altro genio avanguardista dalla smisurata creatività, inimitabile al sax alto, clarinetto e flauto.
Trane suonò anche con Don Chery e Duke Ellington.
Il suo più grande handicap fu la droga che ne minò la carriera con diverse interruzioni ma non la sua mitica creatività innovativa tutta proiettata in avanscoperta.
A Miles fu presentato dal batterista Philly Joe e subito Trane si mostrò grande professionista rivendicando un proprio posto nella musica che dovevano eseguire. Miles lo osservava in silenzio con sguardi poco teneri, ma aveva capito che questo Coltrane era una storia tosta.
Dopo aver suonato insieme con Red Garland al piano, Paul Chamberbers al basso, Philly Joe alla batteria, Davis tromba e Trane al sax, emerse che il tipo di voce del tenore di Trane era di un tono secco, misterioso, che faceva grande Miles, come una montagna grezza per una pietra raffinata. Ma di lì a poco fu Coltrane a trasformare la sua voce in diamante nobilitando tutti. I suoi assolo sono escavazioni profonde nell’anima, suonando una serie di note alla volta.
Quel gruppo di Miles con Trane divenne leggenda firmando prestigiose incisioni come Round About Midnight, Cookin’, Steamin’ e Relaxin’.
Miles della musica di Trane dice: “E’ come se spiegasse qualcosa in 5 modi diversi”.
Miles lo caccia anche dal gruppo per la droga. Ma il sogno di Trane è un suo gruppo per essere libero e stare più vicino all’avanguardia New Thing. La nuova cosa.
I recensori, con le decise avanzate di Trane, come al solito, essendo allergici alle nuove intuizioni, restano perplessi. Tutti i suoi progetti sono capolavori, perle come My favorite things, con un mitico quartetto con Mc Coy Tyner al piano, Elvin Johnes alla batteria, Jimmy Garrison al basso. Nel 1964 entra nella storia del jazz con A love supreme, miglior disco dell’anno per la Down Beat.
Coltrane tocca vette mai raggiunte prima, in una specie di estasi mistica. Il suo sax sembra la voce della sua anima. Ora la sua musica è avanguardia, sperimentazione, studio di nuove sonorità ivi comprese quelle arabe… una vera anticipazione dei frutti della globalizzazione artistico/musicale/sociale che oggi si compie.
John Coltrane da giovanissimo durante un esecuzione prese scaccomatto da Sonny Rollins, ma si rifece ad età più adulta quando Coltrane prese il suo posto nella band di Davis. E Davis scrive testualmente “E Trane stava suonando così duro che, nonostante lo stile di Sonny fosse grande, gliel’avrebbe fatto cambiare rispedendolo a tagliare legna ad Harlem. A Sonny capitò di trovare un posto nascosto sul ponte di Brooklyn dove poter fare esercizio per recuperare”.
Personalmente a Ravenna, negli anni ’80 ho voluto ascoltare Sonny Rollins. Grande esecutore di jazz, ma un assolo in Saint Thomas di circa 20 minuti mi costrinse ad alzarmi ed uscire perché aveva un gruppo fortissimo, ma si sentiva solo lui fino al limite della paranoia.
George Avakian della Columbia records di Trane invece diceva: “A ogni nota che suonava sembrava diventare più grande, più alto, più largo, e sembrava spingere ogni accordo ai limiti impossibili, fin sullo spazio”.
Penso che tutti i giovani jazzisti come Paolo Fresu, Markellian Kapedani, Francesco Bearzatti, Giovanni Falzone, Yama Jsmael e tanti altri, oltrechè a costruire uno stile personale per comporre ed eseguire progetti nuovi debbano prendere coraggio e sicurezza da John Coltrane, l’uomo sempre in fuga verso il futuro. C’è sempre qualcuno che vi fiancheggia.
Trane si spegne nel luglio del 1967 a New York, ma lo spirito vive.

Ebo Del Bianco
Aprile 2011

In a sentimental mood

Autore Duke Ellington
Esecutori:
Michael Brecker – Ewi elettronic Yamaha
Mike Mainieri – Sintetizzatori
SMS in memoria mia cagnetta Lyla

Col tempo, il vuoto si amplifica, impadronendosi, con forza di ogni angolo lasciando al naturale declino l’insopportabile precisione geometrica di questa stanza.
Manca il tempo, la sua alternanza che rendeva gradevole il passare delle ore, che dava ritmo ad ogni semplice passeggiata.
Manca il tuo movimento, la tua energia propulsiva che toglieva mura e catene a questa prigione.
Manca la parte di me più incosciente, più elettrizzante, più sorridente.
Ora ti appartiene, accanto al tuo ultimo sguardo, al tuo ultimo grido, alla tua ultima ribellione.
Resto qua sempre in attesa, indifferente ora all’alternarsi delle ore scandite come un avvertimento.
In un modo sentimentale ti mando questo breve messaggio accompagnato dalla musica e da due esecutori che ad ogni ascolto ti spingevano a piangere.
Abbi cura di Bill e di Jerry da poco salito in cielo: abbi cura di me.

Tuo carissimo Ebo
Aprile 2011

Riflessione: La bisbetica domata di Ebo Del Bianco

A Liz Taylor, ai suoi personaggi simbolo della cultura americana, ai suoi occhi irresistibili, alla sua straordinaria interpretazione nel film più dimenticato dai mass media, La bisbetica domata, accanto al suo Richard Burton.
Supporto musicale dedicato a Liz Taylor: Smile (autore Charlie Chaplin), orchestra George Melacrino.

Per gli allora 20 enni che si rifacevano al mito irrequieto e ribelle di James Dean, Liz ha rappresentato sempre, nelle sue interpretazioni, la donna dalle scelte di vita più facili, più comode, più opportune.
Nel film Il gigante, pur attratta dal giovane introverso personaggio interpretato da James Dean, la sua scelta di vita cade sul ricco magnate petrolifero interpretato da Rock Hudson.
E’ sempre stato un frutto proibito, ma sognatissimo, per una certa generazione.
I suoi occhi sono di un fascino a cui si può solo cedere, le sue controversie sentimentali in celluloide ed in privato hanno fatto di Liz Taylor un mito.
Liz per noi (blue jeans, scarpe da tennis, maglietta a strisce, capelli lunghi) ha rappresentato una tentazione per un bacio od una carezza di sfuggita. Per noi era il massimo, noi senza soldi e modeste pretese.
Ma Liz di notte non ci ha fatto dormire, e se nel film Il gigante avesse scelto James Dean, avrebbe dato un dispiacere a tutta la cultura americana di allora.
Tutta questa mia breve riflessione su Liz scaccia ogni ipocrisia e retorica.
Nel film La bisbetica domata, assieme al suo due volte marito Richard Burton, dà una lezione di autentica recitazione a tutto il mondo con un personaggio indomabile, vigoroso, genuino, duro, scorbutico. La televisione dolciastra preferisce La gatta sul tetto che scotta, film con Paul Newman e Liz.
Ma la bisbetica domata è la donna che al primo impatto non ti lascia indifferente.

Ebo Del Bianco
Aprile 2011

Novecento, terzo atto di Ebo Del Bianco

Omaggio
Musicale alla riflessione da Live Jazz Festival Mantova da trasmissione Ballarò del 15 marzo, Paolo Fresu con flicorno ed elettronica esegue: Inno di Mameli inno dei 150 anni d’Italia.
Esecuzione di livello mondiale.
A Bernardo Bertolucci, a tutto il cast di Novecento, sensazioni, emozioni, fotografie della gente del ‘900.
Supporto musicale: Colonna sonora originale del film: autore ed esecutore Ennio Morricone.

In salotto il tavolo è pronto, la poltrona ancora garantisce riposo, l’album è già sul tavolo dove si accende l’abajour per dare luce ad immagini del ‘900.
E’ il secolo in cui molti hanno offerto la loro gioventù ai conflitti, in cui prima dell’amore era fondamentale salvaguardare la propria vita. Siamo nei primi anni del ‘900 ed è il bene comune ad essere una priorità per una giovane nazione.
Come organizzare la famiglia, come governare questo popolo vivace, laborioso e creativo: entra in gioco la politica.
L’abajour illumina aspetti di disuguaglianze sociali, scioperi dai toni accesi perché per costruire uno stato ci sono percorsi tortuosi da intrapprendere.
Dalle grandi coscienze intellettuali nacquero due fondamentali movimenti politici: il socialismo, il liberalismo. Entrambi erano indispensabili per costruire uno stato equo, libero, giusto, democratico.
Altri tragici movimenti hanno portato alla estremizzazione di alcuni atteggiamenti politici fino allo scontro bellico.
E’ la pagina dell’album che l’abajour non desidera illuminare perché nel dna di ogni italiano c’è ben altro.
L’abajour illumina tanti “Olmo”, tanti “Alfredo”, tanti contadini, tanti padroni, intenti ad esigere rispetto per la loro diversa appartenenza sociale. Una vita a lavorare, una vita a lottare, una vita per convivere è il messaggio di Olmo e Alfredo.
L’abajour illumina la donna, non d’altri tempi, e dei sogni. E’ la donna che si trova a braccia in movimento, la donna dei campi, la donna sull’uscio di casa, la donna in fila per un tozzo di pane, protagonista del fiorire di tante idee, di tante trasformazioni che la vedono guida sicura di ogni famiglia.
L’abajour illumina quindi le nostre madri, le nostre vere insegnanti che oggi ci mancano tanto.
L’abajour le illumina intente nell’aia contadina ad imbandire una tavola in estate dopo la battitura del grano.
In autunno mentre offrono vino nuovo di vendemmia ai commensali seduti a tavola. E’ la campagna italiana, sacra, multicolore a seconda le stagioni.
L’abajour illumina persino la stalla dove al mattino si comprava il latte appena munto. E’ il fascino grezzo e contadino della fattoria con l’immancabile rumore del trattore che si avvia ai campi.
L’abajour illumina l’Italia nelle strade, nelle piazze, ma anche sul fronte, la illumina ovunque si possano colorare di tricolore i suoi 150 anni di vita.
Auguri mia cara Italia!
L’abajour illumina con una carrellata tutto ciò che di più maestoso questa penisola riversa nei suoi mari.
L’abajour si sofferma sul bianco e nero del ‘900, come la rigidità e durezza dei soldati tedeschi, la cioccolata e sigarette dei soldati americani che hanno caratterizzato tanti racconti.
Poi, non a caso, dopo tante sofferenze, nacque, come una stella in cielo, la nostra tavola dei diritti e dei doveri. La Costituzione non ha bisogno dell’abajour per essere illuminata e ricordata: brilla di luce propria.
Tutti riflettono la sua luce, compresi gli “innominabili” che vivono all’ombra senza dare visibilità alle loro vere intenzioni. Non sono loro i protagonisti della seconda metà del ‘900.
Tra i grandi l’abajour illumina una vecchia foto da Acqualagna dell’Ing. Enrico Mattei, due straordinari sindacalisti come Peppino di Vittorio e Bruno Buozzi, papà Cervi coi suoi 7 figli martiri, uno degli artefici della letteratura italiana, Pier Paolo Pasolini, ed il coraggio di Aldo Moro.
Sono costoro anche tra le citazioni del libro di cui mi reputo con orgoglio autore: Per quel sogno.
Quell’abajour proviene dalle nostre coscienze, dall’appartenenza a questo stato, che, così giovane, ha subìto troppi martirii ed avversità.
Illuminiamoci di più, col novecento sempre nel nostro cuore con le sue storie, i suoi racconti che onorano 150 anni di vita italiana.

Ebo Del Bianco
Marzo 2011

Di tutto… di più di Ebo Del Bianco

Un mattino alle 6 di questo freddo inverno, ho voluto constatare quale regalo di buon compleanno (91 per l’esattezza) la Rai ha riservato alla memoria di Federico Fellini.
Avrei scommesso, come il saggio amico felliniano Rino Guidi, su Prova orchestra, visto lo scenario di questi tempi.
Invece, alle 6 di mattina (spettatori almeno uno), Rai Uno ha mandato in onda I Clowns. Prova orchestra è una produzione Rai anni ’70 circa. Non aggiungo commenti, ma solo un consiglio a tutti coloro che ignorano la portata artistico-sociale di Zio Chicco, il Sognatore, come lo chiama la nipote.
Proponete alla vostra cortese attenzione, la visione immediata di due vecchie opere cinematografiche felliniane: Prova d’orchestra e Ginger & Fred.
A Giuliano Ferrara invio un breve pensierino.
Non sono un puritano, non sono un politico, sono un “blogger”, di antiche provenienze metalmeccaniche.
Ammetto di essere stato tuo spettatore ai tempi televisivi di Radio Londra. L’intimo sbattuto in prima pagina, l’intimo appeso in teatro, cosa manifesta se non la mercificazione della parte del corpo che vi abita?
Dal buco della serratura, se la chiave è ben inserita, non si vede nulla.
Dal buco della serratura ognuno di noi, a sedici anni, ha sognato la propria “Deborah” di C’era una volta in America.
Chi toglie la chiave dal buco della serratura, ai tempi d’oggi, sa bene di rendere pubblico tutto ciò che è privato senza veli e senza censure.
Eventuali illeciti che ne derivano vengono riscontrati non dai puritani, ma dai magistrati.
Ora a te, Giuliano Ferrara, come alla Rai consiglio la medicina culturale salvavita felliniana da mettere in prima pagina e non in video alle 6 del mattino o tra le farmacie aperte. Mi sveglio sempre presto…
Ed ad entrambi invio un telegrafico sms stile Totò come segnale di forte mio disappunto:
Qua nessuno è fesso.

Ebo Del Bianco
Marzo 2011
http: //ebodelbianco.blog.tiscali.it/

8 Marzo 2011: Alla donna di Ebo Del Bianco

Ispirazione musicale: dalla raccolta Love song di Al Jarreau The Voice, with David Sandborn sax alto, George Duke piano & arrangment, Marcus Miller bass & arrangment, Narada Michael Walden drums & arrangment.

I due personaggi felliniani, delle Voci della luna, l’intellettuale Salvini, l’ex prefetto Gonnella, presenti ogni anno grazie a chi scrive coi loro paradossi, con la loro consueta letterina alla donna, carica di ingenuità, priva di malizia, hanno deciso di tacere per solidarietà e per osservare in dignitoso silenzio il mondo femminile così turpemente ferito dagli ultimi eventi.
La loro speranza, il loro affetto di personaggi d’altri tempi resta, il loro amore verso la donna resta intatto, il loro rispetto (a differenza di un essere inqualificato come l’orco) si proietta all’infinito.
A tutte le donne, a tutti gli esseri che esaltano nel rispetto la vita altrui, entrambi inviano un simbolico sms contenente una canzone di un grande Al Jarreau We’re in this love together.
Con l’amico Rino invece, essendo non esperti di sermoni ed inchieste mediatiche, restiamo in osservazione senza alcun stupore, ma con tanta apprensione per questo passaggio di nuvole minacciose a bassa quota che rendono protagonista Caino a scapito di Abele e di tutti gli innocenti. Mentre tutti i personaggi del nostro più che unico maestro Federico, svolazzano su e giù per le pagine del ‘900, ecco laggiù in un angolo della memoria una donna di nome Maria Pia, di fatto unica mia grandissima madre, intenta a ripassare nell’acqua del torrente un bucato indimenticabile come la sua bellezza.
Madre, restiamo insieme in eterno per l’amore che ci unisce. Non c’è lontananza che ci divide, c’è tanta crudele oppressione che fa deragliare la storia di questo nuovo secolo.
L’amore che hai trasmesso, non sarà mai in pericolo, madre mia.
Nessuno tocchi Caino: l’istinto suggerisce di osservarlo a 360 gradi, a qualsiasi latitudine perché spesso oggi è monarca assoluto, mentre Abele in silenzio si trova a dover essere suddito.
In questo gioco di apparenze dove la realtà è un “optional” privilegio e non diritto, la donna di quel pianeta felliniano, perde senza saperlo la sua autenticità schierandosi senza autodeterminarsi.
Dove hai lasciato il rossetto, la cipria, la crema rinfrescante, dove hai lasciato il tuo fascino imperioso, quando al centro della sala da ballo ogni tuo passo di danza era una palpitazione al cuore per chi ti guardava?
Mostra ciò che hai dentro, la tua padronanza: l’orco resterà in trappola prigioniero ergastolano delle sue atrocità.
Butta via i tacchi a spillo, metti scarpette coi tacchi a sughero come Maria Pia, metti il rossetto, il colore nero sulle ciglia, ed un bel neo finto sulla guancia!
Esorcizza questa moda che ti vuole solo far apparire per i miseri desideri, tuffandoti nel trucco paradossale che ti avvicina al tuo inviolabile pianeta, e tornerai in un solo colpo pronta a riscattare le tue aspirazioni in qualsiasi circostanza.
Prendi sottobraccio Caino ed Abele, abituali al reciproco rispetto in una diversità che sottolinei i valori positivi che pur essi hanno.
L’orco tornerà nel mondo delle favole cattive a far compagnia all’asino che vola mito di assurde bugie. Dacci un po’ di chiarezza quotidiana, trasparente come l’acqua del torrente dove Maria Pia sciacquava il bucato.
Cara donna (senza più la “K”), torna ad essere quella del ‘900 che appare ininterrottamente in lontananza nel viale di tante rimembranze.

Ebo Del Bianco
8 Marzo 2011
http: //ebodelbianco.blog.tiscali.it/

Racconti di vita jazz: come in un film I Remember Michael Brecker and your tenor saxophone di Ebo Del Bianco

Supporto musicale:
It’s Bynne reel – Don’t try this at home
Michael Brecker – tenor saxophone & Ewi electronics Yamaha
Mike Stern – guitar
Don Grölnick – piano
Charlie Haden – acustic bass
Jeff Andrews – electric bass
Jack De Jonette – drums
Judd Miller – synthesizer
Mark O’Connor – violin
Album registrato 1988 New York

Grazie al compianto jazz tenor sax man Piergiorgio Farina che agli inizi anni ’80 segnalò a Radio Portoverde una stella prorompente di note dal nome di Michael Brecker.
Grazie a Joey Calderazzo & Adam NussbauN che in ogni concerto ricordano con vigore e devozione il loro amico Michael.

Siamo a Ravenna Jazz metà anni ’80, una sera d’estate alla Rocca Brancaleone, Michael Brecker Band con Joey Calderazzo piano, Adam NussbauN alla batteria, Charlie Haden basso, e l’indiavolato Michael col suo sax tenore ed uno strumento “fuori di testa” chiamato Ewi Electronics, una specie di clarino elettronico progettato dalla Yamaha per Michael.
Proprio impugnando l’Ewi, iniziò Michael con una introduzione di It’s Bynne Reel durata oltre 10 minuti.
Tutta la prima fila scattò in piedi a scandire il tempo di quel indimenticabile brano che sembrava una danza celtica irlandese.
Michael fece numeri di ogni tipo, eccitò tutti, e quando entrarono Adam, Joey e Charlie, applausi ininterrotti sino alla fine.
Quando poi impugnò il tenore mi vennero in mente le parole di Piergiorgio a Radio Portoverde. Mai sentito un sax tenore dal vivo così dilagante, preciso, terribile con la sua fiumana di note.
Mi misi a suonare le percussioni su una sedia con accanto amici di Venezia eccitati a mille da quella miscela.
Già nel pomeriggio con stereo a tutto volume e tanto jazz, eravamo a far visita alla tomba di Dante Alighieri per ringraziarlo della sua Divina Commedia e per tenergli compagnia con un jazz di alto spessore.
I duetti tra Joey e Michael, erano botta e risposta tutto giocato sul filo di stravaganti improvvisazioni, fuori le righe.
Adam NussbauN con la sua batteria sembrava un acrobata che con disinvoltura teneva testa con un accompagnamento rivoluzionario tutto in levare e imprevedibile.
Adam dal vivo è stato, a quei tempi, come un esplosione di assoluta novità di stile nell’affrontare l’accompagnamento: una “bestia” lucidissima.
Non ricordo quanti bis alla fine, ricordo la sedia disintegrata dalle mie mani e dalla mia carica metalmeccanica: polsi entrambi gonfi.
A fine concerto Adam, che si accorse di tutto quello che era accaduto davanti a lui, mi regalò le bacchette della batteria. Ora Michael è salito in cielo con la sua It’s Bynne Reel, col suo sax tenore, col suo Ewi, e chissà magari Piergiorgio lassù…
Sono rimasti Adam, Joey, e Charlie.
Qualche anno addietro a Fano Jazz by the sea, ho incontrato Joey Calderazzo ed Adam NussbauN (assomiglia a Robert Duvall in modo impressionante).
La storia di quella sera a Ravenna l’ho raccontata in sintesi a Joey, presente la mia cagnetta Lyla, ora scomparsa (ha vissuto 17 anni di jazz fino alla fine).
Joey, la sera sul palco, per ricordare Michael, lo ringraziò e col pollice della mano alzato mi inviò il segnale di dedica del brano. Risposi anch’io col pollice alzato. Il modo ed il perché vivo di jazz è perché il nostro sangue è di colore blue e ci amozioniamo quando il feeling col musicista ci trafigge. Questo è amore per il jazz, per tutte queste emozioni che ti fanno dimenticare che il tempo va velocissimo, che il cuore, nonostante le amarezza, resuscita con una sola nota fatta in un certo modo. Lo spirito di Michael Brecker, come di tutti i grandi, è vivente nei giovani, negli adulti che impugnavano un sax e si cimentano in un Ballad struggente con quel suono umano del tenore che Michael emetteva. Poi, magari, quando vi girano le “balle”, accapparetevi di un Ewi e iniziate o provate ad iniziare una danza, una tarantella scritta da voi, oppure suonate le percussioni come il sottoscritto a Ravenna. Il jazz a braccia conserte in teatro mi dà una vaga idea di paralisi fisica.
Il jazz all’aria aperta è il massimo. Puoi suonare, saltare, muoverti e magari ritrovarti sdraiato a terra a godere il suono come ai tempi di Miles.
Michael Brecker ha sofferto fisicamente il suo terribile male e ciò rattrista tutti i veri fratelli di vita che si cibano col jazz.
In questo breve racconto verità ho voluto dare precedenza non ai dati storici, agli elenchi, alle date, perché il jazz si vive anche attraverso le emozioni provate e da inviare come patrimonio di tutti.
I miei amici di Venezia, li ho rincontrati anni dopo ad Umbria Jazz ad ascoltare Wynton Marsalis. Insieme abbiamo applaudito, provare e scandire il tempo. Ci siamo guardati negli occhi: con Michael era molto diverso, era tutto conseguente, istintivo, surriscaldato.
In Italia si dice: Perché? In America: Why?

Ebo Del Bianco
Marzo 2011