Monthly Archive for Maggio 2011

Oggi Cinema: “A Bernardo Bertolucci” di Ebo Del Bianco

Solamente per le emozioni vissute alla visione di “Novecento”, per il significato profondo che quell’opera cinematografica rappresenta nella storia italiana, da umile cittadino, porgo i miei più doverosi ringraziamenti a Bernardo Bertolucci.
L’Oscar alla carriera consegnato di recente a Cannes a Bernardo Bertolucci, dovrebbe far scattare nella mente di tanti Italiani, specie a coloro di giovane età, uno stimolo di ricerca su tutto il servizio reso da Bertolucci al costume ed alle vicende italiane.
Se i Francesi hanno ufficialmente consegnato un premio prestigioso a Bertolucci, perché l’Italia, signori della cultura e politica italiana, non si decide a fare altrettanto?
Personalmente intuisco i motivi di questa dimenticanza, ma non voglio rivelare la mia personale convinzione.
Dico solo che spesso la verità espressa attraverso opinioni, immagini, parole e fotogrammi, ha un prezzo discriminatorio (fuori da qualsiasi legge) che non si rileva perché reato contro l’umanità.
Nei 150 anni d’Italia ci sono anche le opere preziose di Federico Fellini, Ettore Scola, Giuseppe Tornatore, Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti, ovvero i grandi autori di un cinema, medicina salvavita, di una cultura sedotta, abbandonata, dimenticata.
Ai giovani indico un percorso d’indagine da intraprendere per impossessarsi della cultura italiana e sviluppare le idee di questi grandi intellettuali.
Andate nelle strade, nelle piazze, parlate, ascoltate, siate voi stessi senza condizionamenti.
Vedrete lampi di futuro in Bertolucci, Fellini, Scola, Tornatore, Moretti senza sponsorizzazioni e consigli.
Ma dovete indagare ed andare in profondità per capire perché Bertolucci non riceve lo stesso premio in Italia.
Ora, dicono i “ministri dei temporali” : “Un Italiano ha vinto a Cannes!” Paradossale atto di vanto da gente che umilmente dovrebbe tacere o dire come in realtà stanno le cose.
Una curiosità finale mi balza nella mente.
Quanti, hanno visionato l’ultima opera di Bertolucci “The dreamers”?
Quanti l’hanno analizzata con distacco senza prevenzioni per le immagini del film?
A voi tutti la risposta, il quesito.
A Bernardo Bertolucci va tolto quel “sottile esilio” culturale che non fa onore alla cultura italiana dalla quale da tempo ho preso le distanze.
Se ci siete fate, poi parlate e battete un colpo.
Il resto sono solo chiacchiere da basso livello.

Ebo Del Bianco
Maggio 2011
Musica suggerita: “Ed ecco a voi…”
Autore: Nicola Piovani
Film: “Ginger & Fred” di Fellini

Oggi cinema: “Autoritratto – Ultimo Atto – La musica” di Ebo Del Bianco

Ispirazione musicale: from “Speaking of now” Pat Metheny Group

Brani in sequenza: – As it is
- A place in the world
- Proof

Performing musicians: Pat Metheny – acustic, electric & synth guitars
Lyle Mays – acustic piano, keyboards
Steve Rodby – acustic bass
Richard Bona – vocals, percussion
Cuong Vu – trumpet, vocals
Antonio Sanchez – drums

È la musica il suono purificato che si estende a qualsiasi latitudine.
Il miracolo si compie dopo travagliate tempeste, dopo tante sofferte conquiste, dopo tante avanzate verso un futuro che però non può far a meno di un presente sovraccarico di incognite, di misteri.
Non sono misteri fiabeschi, come quelli del Capitano Nemo, ma i misteri che hanno disegnato con un interrogativo di sangue le strade, le vie, la vita quotidiana.
Misteri ancora irrisolti, delitti e omicidi che pesano come macigni sulla credibilità di un’intera nazione.
Il famoso giornale tedesco che presentava a suo tempo su un tavolo imbandito uno strano ed agghiacciante piatto: “Spaghetti con Revolver”, dà un’immagine flash di una situazione oltre le righe che dagli anni ’60 ha tracciato un solco fino ai tempi d’oggi.
Tutti si sono affrettati a dipingere di azzurro il cielo, a rendere sorridenti e multicolori le vicende di un popolo che, grazie alla sua ferrea volontà, bontà d’animo (anche troppa) e pazienza (ma tanta!) è riuscito a sopravvivere, ma non “stiamo tutti bene”, e addirittura speriamo che non sia così.
Lo ha fatto capire “Peppino” Tornatore in un suo film che, sono certo, pochi Italiani hanno potuto vedere.
Il cielo è sempre grigio e sovrasta con incertezza il tragitto di quella “nave che non sa più in che direzione andare”.
Meno male che la musica è sempre in agguato stimolando la sensibilità fino ad amare alla follia tutti i popoli della Terra!
Altrochè bombe, altrochè kamikaze, altrochè terrore!
Cuong Vu mi sta facendo tremare perché dalla sua tromba, con discrezione, con grandissima sensibilità, mi sta dicendo: “la musica c’è, la vita ci sarà sempre!”.
Grazie musica, grazie Jazz che date segnali di sopravvivenza con razionalità ad un mondo sempre più orfano di creatività che si rifugia ed appassisce nel mondo della sintesi. Spazia pure Cuong, tira fuori tutto ciò che non si riesce più a percepire, compreso il silenzio.
Tutto, veramente dipinto fortemente di blu. Il blu non nasconde l’angoscia, la sofferenza, non le dimentica, le sottolinea come diversi e coraggiosi jazzisti che su latitudini diverse producono note e amore in abbondanza per tutti.
Markellian Kapedani dai Balcani, Giovanni Falzone e Francesco Bearzatti ormai cosmopoliti, Claudio Cojaniz voce delle angosce e sofferenze africane, e tanti altri protagonisti delle note che insegnano ad amare anche la propria terra, le proprie origini, come Paolo Fresu. C’è ancora qualcuno, apparentemente “latitante”, che discrimina la musica considerandola un’isola che non c’è.
A volte, caro illuso, la musica nasce di nascosto, magari nei sotterranei di un locale perché a piano terra si discrimina il colore della pelle.
La musica, caro incognito, ha nel suo Dna lo spirito underground come tutti i grandi creativi della Terra.
La tua ignoranza, prima che sfoci nella totale demenza, ha ancora una chance per apprendere.
Non so chi tu sia, respiro purtroppo la tua presenza in momenti in cui sarebbe più opportuna la tua assenza.
Quando non si ha più nulla da perdere, se non la vita, si può usare la parola, le note, per sopravvivere ai soprusi, alle malvagità che incautamente stanno salendo sul trono dei protagonisti di questo inizio di secondo Millennio. Non avrete vita facile, in una realtà a cui avete tolto la serenità di un futuro pacifico con un presente assediato costantemente da una parola non contemplata nei codici musicali: la violenza.
Vi dipingo proprio con un’immensa X nera identica a quella che Francesco Bearzatti ha raccontato in “Suite for Malcom”.
La musica, il jazz, le note stanno contaminando ed inseminando di amore, creatività, solidarietà ogni latitudine.
Se divampa il fuoco di un’esplosione è solo un tragico episodio destinato a confluire in quello spazio di tolleranza che prima o poi emergerà.
A tutti i musicisti della Terra dipingo su un foglio bianco il senso di libertà che la musica ininterrottamente trasmette non solo da Radio Londra.
“Freedom” come progetto, come sogno da realizzare anche attraverso la mano tesa di tanti autori, arrangiatori, esecutori che lanciano nel cosmo luci ad intermittenza che piovono come note.
Siamo già in molti a doverle raccogliere semplicemente per vivere.

Maggio 2011

Ebo Del Bianco

P.S. Grazie a tutte le persone sensibili.

Oggi cinema: “Autoritratto”, atto primo e atto secondo – di Ebo Del Bianco

Attraverso i colori, efficaci simboli dell’esistere, si tenta di dare immagine, al di là delle apparenze, a tutto ciò che magari di sfuggita compare in superficie.
I colori, metaforicamente, vengono usati per ricostruire e sottolineare flash.

Supporto musicale: tema film Nuovo cinema Paradiso
Autore: Ennio Morricone
Esecutore: Pat Metheny guitar solo

Un borgo di periferia, una via del centro storico, un’antica “bottega”- macelleria, un’estate primi anni ’50: così, improvvisamente, compare un bimbo di sei anni, in piedi, coi pantaloni corti, davanti al banco vendita.
Col piede destro scandisce il tempo battere, con la voce, canta per il titolare, “Bandiera Rossa”, per avere il premio gratuito di tre salsicce.
È il colore rosso, quello più vivo del dopoguerra, a dare sfumature e sottofondo a questa scena dove la fame è sempre in agguato.
Fuori dal borgo, polvere nelle strade, sulle magliette e pantaloni dopo la partitella al “Fosso del Pallone”: la polvere in quantità non mancava mai.
Al ritorno a casa la sera il ritornello confluiva nell’ennesima sgridata.
Il giallo e il verde, i colori della campagna, dell’amata erba, hanno dipinto la prima infanzia, ivi compresi i pantaloni chiari ogni volta che si ruzzolava per terra.
A casa, poi, si tentava inutilmente di addolcire, ma erano dolori, anche sulle “chiappe”.
Poi, improvvisamente, verso la prima adolescenza, ti piovono da non so dove, un paio di blue jeans ed una maglietta a strisce orizzontali bianche e azzurre, il colore teenager dei primi sogni, dei primi fuori strada, fino al primo bacio proibito, sotto la luna, con la bici nascosta dietro le ortiche.
Il rosso della camicetta, il rossetto dappertutto: eri veramente unica nei tuoi quindici anni.
Ti mancava il neretto sulla guancia sinistra, era un mancato ciak cinematografico sul tuo viso.
Saresti stata perfetta, ma il tempo terribilmente fa svanire tutto.
Dischi a 33, a 45 giri sparsi dappertutto, armadi pieni di Rock, dai Beatles ai Rolling Stones, dai Tornados agli Shadows, tutto in un concentrato di verde azzurro che condiva l’immagine più irrazionale delle prime tentazioni.
Erano Tony Mehan, batterista, e Jat Harris, chitarrista, gli idoli Decca in controluce, legati ai primi 45 giri Rock d’oltre Manica.
Ma è stato il Jazz il primo e unico grande amore vero, il Jazz nero, ma con tanto Blues.
Col Jazz il legame è indissolubile, perché non ti manca mai, anzi a volte sei tu ad essere assente, che ti senti in colpa col Jazz.
Ma le “mascalzonate” più colorate sono quelle tinte in bianco e nero nelle sale cinema del dopoguerra.
Alla domenica c’erano due film, uno con Olio e Stanlio, uno invece di azione con l’immancabile interpretazione di John Wayne.
Nel buio della sala, volavano schiaffi del soldato, aeroplanini di carta, innocue cerbottane, strumenti per indispettire il pubblico: emuli dei ragazzi della via Paal.
Logicamente le ragazzine erano il bersaglio preferito, anche se qualche schiaffo era la risposta ai dispetti loro rivolti.
Eppure quel cinema ci accoglieva a braccia aperte, ci teneva lì, inchiodati per quattro ore.
E nonostante la pellicola rotta, i conseguenti fischi, si arrivava con rammarico alla parola “The end” sullo schermo.
È quel cinema che ora ci fa piangere quando ci possiamo solo permettere di immaginarlo come era ai tempi dei due colori non solo sullo schermo, ma anche in platea sulle sedie di legno.
Poi in punta di piedi, montata su alto sgabello, arriva la televisione.
Quella televisione che ora ti addormenta dalla paranoia, ma che allora ti offriva novità, sorprese, ascolti gradevoli.
Dai dribbling di Garrinçha e Pelé, a “Lascia o Raddoppia” , dal Festival di Sanremo al Giro d’Italia.
Amico, togliti dallo specchio, non è il tuo ritratto, non è il colore grigio e bianco della tua barba a suggerire un disegno troppo insufficiente.
Togli il basco dall’armadio, quello ti darà credibilità e forza.
Indossalo e non fare il solito fesso che piange.
Quando lo indossi, amico, sei trasparente e con gli attributi inossidabili.
Ora è un fatto di costume, di fede, di coerenza.
Vivi sempre, come quel basco, sempre pronto a dire “NO” quando nella società c’è molto che non funziona.
Ogni epoca ha avuto i suoi travagli, i suoi colori preferiti e visibili a 360 gradi.

Maggio 2011
Ebo Del Bianco
P.S. Tra breve il secondo atto di questo “autoritratto”

Oggi cinema: “Autoritratto” – Atto secondo di Ebo Del Bianco

La nebbia non ha colori, non regala chiarezza e percorsi tranquilli.
La foschia non dà visibilità neanche a breve distanza.
Ecco come si presenta nei “favolosi” anni ’60 la reggia dove la politica gestisce e governa gli umori, le passioni, i sogni di un popolo.
Poco distanti tra loro, appaiono due antichi e sacri edifici, la scuola e la fabbrica dove invece nascono e si materializzano i sogni di un popolo.
Le strade e le piazze non sono mai deserte, specie quando molto c’è da cambiare.

Supporto musicale: The Rock tratta dall’opera Quadrophenia degli Who
Autore: Pete Towsend

A scuola ci si arriva sempre di corsa, perché la sveglia è difficile da digerire.
Ma quella scuola di allora, era anziana, patetica e forse un po’ paranoica.
Serviva un pre-pensionamento a tutto quel linguaggio esclusivamente accademico, nozionistico, eccessivamente preistorico nella sua organizzazione.
Questo accadde quando nelle strade, nelle piazze, i concetti nuovi, le opinioni fiorivano come i prati in primavera, perché quelli sono i luoghi sacri dove nasce il confronto, l’idea, il progetto sociale.
E nelle piazze e nelle strade di tutto il mondo si ritrovarono maree di studenti, operai, tutti dipinti nell’anima coi colori della speranza, quel verde mai scaduto e retorico.
Ma oltre la speranza si respirava un’atmosfera di rabbia, di irrequietezza, perché i lavori di ristrutturazione sociale necessitano sempre di progetti trasparenti e condivisi.
Come l’onda rock trasversale ha invaso tutte le società del mondo, così il 1968 ha fatto tracimare le innumerevoli attese per un profondo cambiamento nei rapporti sociali.
Non era più possibile solo accontentarsi di sognare, i sogni andavano realizzati.
Di solito i tempi ed i modi per ottenere e conquistare il cambiamento sono rapidi perché l’attesa è stata molto lunga e sofferta.
Non è facile smantellare, ed in certi casi, ricostruire democraticamente condivisa, una situazione che aveva logorato anche i rapporti umani.
Non si trattava di demolire mura ed edifici, ma concetti arcaici e contestati.
Il 1968 ha portato alla luce col suo innegabile rosso fuoco, e, verso il tramonto, bordeaux, tutto ciò che nella società appassiva ed andava in malora.
Chi condanna il 1968 per gli eccessi, osservi bene in questi giorni cosa sta accadendo in Egitto, in Siria, a Gaza, in Libia.
Sono sempre loro, i giovani, i protagonisti di allora e di oggi che chiedono democrazia e libertà.
Il 1968 non ci permette di parlare di noi singoli, delle nostre singole speranze, il 1968 è stato il sogno collettivo di tutti ad avere la precedenza. Prima la società, poi noi.
Se questa è una colpa, allora lasciateci sperare che ci sia un bagliore di luce per il sogno.
Judith Malina, fondatrice del Living Theatre, nell’ultimo incontro con lei avuto disse: “Sono trent’anni che mettiamo in scena le barbarie sociali con sempre maggiore intensità nel denunciarle. A Gaza ce l’hanno proibito”.
Non resta che resistere, tendere una mano ai giovani, accarezzarli, guardarli negli occhi, seguirli senza parlare.
C’è la storia, e la verità sostanziale che si sostituisce alle tante menzogne raccontate.
C’è l’amore che abbiamo voluto e seminato dappertutto, c’è la pace coi suoi colori che ci attende dietro l’angolo, mentre le bombe intelligenti sono quelle che danno vita in un rapporto d’amore intenso.
Le bombe che uccidono sono assassine, non intelligenti.
Il 1968 e parte del decennio susseguente, sono stati come un vortice di tornado dal potenziale enorme.
Ai jeans e maglietta a strisce si sostituisce la tuta blu della fabbrica, quella che ti regala anticorpi come la pazienza, quella che ti rende inossidabile, quella che ti accompagna per venticinque anni a gustare a colazione il panino con la mortadella.
Quella tuta blu che profumava di lavoro e che oggi a volte è appesa disoccupata nell’armadietto di tanti lavoratori.

Maggio 2011
Ebo Del Bianco

From “ The Reader’s Theme” di Ebo del Bianco

Supporto musicale: E.S.T. Trio di Esbjöern Svensson
Brani: The unstable table & the infamous fable e Viaticum

Dedicato a Ralph Fiennes e Kate Winslet, attori protagonisti del film “The Reader” del 2008.

Quando La vita diviene schiava di una realtà drammatica, si consuma, con inesorabile infamia, anche l’inizio di un amore fino alla sua cancellazione.
Sono le storie avvolte nel silenzio, perché l’indissolubilità di un rapporto non è più regola.
Ci sono fattori esterni di questa società che oscurano e cementificano piano piano i fermenti che in quelle storie d’amore non si estinguono mai.
Sono storie nate nel modo più semplice ed istintivo, al di là di siepi e steccati.
La Società, quindi, tenta di seppellire la clandestinità di un sentimento, imponendo luce, visibilità, regole, percorsi solo per renderlo inoffensivo e razionale.
Un po’ come è accaduto nel film dove lentamente si consuma un dramma d’amore, ma non il sentimento.
Nel film si percepisce proprio il terrore che stia per arrivare da un momento all’altro una ripugnante oscurità sociale che cerchi di cancellare la reciprocità di un sentimento emotivo e vero.
Ma neanche la disgustosa morte fisica riuscirà ad impadronirsi di un ultimo sguardo d’amore che rigetta la parola fine quando cala il sipario.
Sono storie impossibili da raccontare perché comprensibili mentre si vivono.
La Società che usa la bacchetta magica per dare un’etica anche all’istinto, in realtà procura solo danni violenti nel momento in cui concede libertà vigilata e condizionata.
L’immagine di Anna resterà per sempre su quel tram dove lavorava, non di certo ad Auchwitz o sul banco degli imputati.
Così come quella del ragazzo, divenuto adulto, resterà legata ai momenti in cui, per amore, leggeva pagine di libri ad Anna.
Lo scopo della vita di ognuno è quello di motivarla con atti di cui ci si senta degni di viverla.
Il sentimento che unisce due persone concede loro accessibilità a comuni intuizioni che sono la base dell’indissolubilità.
Le regole sono solo punti di riferimento, non imposizioni.
La colata di cemento deve cadere sui pericoli che minano il rapporto, pericoli che provengono da una società astratta e pianificatrice, distratta e spettatrice di tante storie cancellate drammaticamente.

Maggio 2011
Ebo Del Bianco

“You” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale:
Richard Boma – Voce & percussioni
Cuong Vu – Voce & trumphet
Antonio Sanchez – Batteria
Lile Mays – Piano
Steve Rodby – Bass
Pat Metheny – Chitarra
Da “Speaking of nowlive” il brano “You” – Pat Metheny Group

Di fianco, di fronte, dietro,
invocata dall’istinto imprevedibile:
ecco che appare Luce,
preludio ed annuncio del “tu”.
Una luminosità egocentrica,
nel catturare attenzioni,
perforandole
come un raggio laser:
così si rende interprete la parola “tu”,
eventualità che si apre
come una finestra
sulla vita.
Quella vita
Più volte ferita
e mai soccorsa
da tante ipotesi,
da tanti perché,
usati come autentici strali
dalla disperazione.
Quella vita
messa al mondo
non per apparire,
ma per essere.
Quella vita
che ha chiesto luce
al momento di nascere.
Quella vita
in attesa di luce
da quella finestra,
da quel “tu”
come la natura
alle prime ore dell’alba.
Tra una marea
di un apparente dinamismo,
il valore di quel “tu”,
scaccia una pericolosa staticità, che mai
si affaccia in superficie,
ma che esiste solo per scandire
il tempo che trascorre.

Maggio 2011
Ebo Del Bianco

Effetto tromba:“Giovanni Falzone” trombettista e compositore Jazz di Ebo Del Bianco

Le note biografiche le leggerete sul suo sito.
Io provo a raccontare l’emozione nell’ascoltarlo dal vivo e dopo aver a lungo conversato con lui a fine concerto a Pesaro e Roma.
Viene dalle atmosfere di Miles, assai vicine all’indimenticato Jimi Hendrix, nostro idolo comune.
Con la sua esplosiva tromba e col suo gruppo “Mosche elettriche”, ha reso un omaggio al valore che oggi avrebbe avuto l’incontro artistico musicale tra Miles e Jimi.
Giovanni sul palco è una scossa tellurica, scatenato, versatile, coinvolgente, innovativo.
Le note della sua tromba penetrano e lasciano segnali molto efficaci.
Giovanni suona con tutto il corpo, con un dinamismo prorompente.
E pensare che viene dal classico, dal linguaggio accademico e composto! È un grandissimo improvvisatore istantaneo con una tecnica che non eccede in paranoici virtuosismi, ma che è basata su note che lasciano il segno nel cuore. È uno degli eredi di quelle atmosfere post-davisiane che hanno aiutato a rendere vive e moderne le strade future del Jazz.
Giovanni Falzone assieme a Francesco Bearzatti, Zeno De Rossi, e Danilo Gallo, hanno messo in pratica i progetti del Tinissima Quartet con le suite a Tina Modotti e l’ultima, quella a Malcom X.
Un lavoro di assemblaggio di idee, note, variazioni, mostruoso.
Giovanni ascolta ogni genere di musica, è aperto al nuovo e al vecchio.
L’estate scorsa sulla spiaggia di Pesaro, dove si temeva un aperitivo Jazz con giovanissimi jazzisti, Giovanni ha fatto Jam-session con loro con due o tre blues che oltre la sabbia, avrebbero fatto saltare in aria anche i locali di Harlem: spettacoloso!
È un figlio del Sud, del mio Sud, se permettete, e di calore ne ha da vendere più dell’Etna quand’è incazzato.
Giovanni è amico di tutti perché regala musica e note senza mai dare segnali di stanchezza.
La tromba, poi, è esclusivamente strumento solo per coloro che sanno suonarla, con sufficienza, per Falzone è un giocattolo divertente e addomesticato.
Giovanni merita l’applauso perché sul palco non fa calcoli, non si tira indietro, dà anche l’anima per il pubblico. Quando sul palco c’è “Scossa Tellurica” con la sua tromba, la sua voce, i suoi effetti elettronici, allora significa che anche per il sottoscritto è giunta l’ora di indossare (secondo le circostanze) o la maglietta di Jimi Hendrix e la felpa dedicata alla Suite for Malcom X: naturalmente seduto in prima fila posto centrale per captare le sue note blu come feed-back.

Ebo Del Bianco
Maggio 2011
P.S. Questo ed altro per Giovanni.