Monthly Archive for Luglio 2011

“Another life” di Ebo del Bianco

Ispirazione musicale: omonimo brano Pat Metheny Group

Al di sopra di ogni supposizione, di ogni ipotesi, si accede al regno dell’immenso dove trova rifugio la fede, dove i dogmi della razionalità umana decollano per scomparire nel moto perpetuo di un vortice eterno.
Tutto si disperde, come le gesta piano piano sfumate di chi ha legato i simboli della vita alla strategia dell’indistruttibilità.
Gli elementi dell’eternità restano sempre intatti, mai logori, indenni da pericoli ed ipotesi distruttivi.
Parlami di quella luce che illumina le angosce, le pene, il dolore come dure realtà da affrontare.
Quella luce che alimenta la vita, ancora e sempre come se fosse il primo giorno.
Quella luce che rafforza l’amore per incenerire l’odio, quella luce, premio di alta fedeltà, che rende tutto a portata di mano come l’evoluzione della storia celebrata al suo inizio.
Parlami ininterrottamente di quella luce, occupa l’oscurità, riempi tutte le incertezze persecutrici col calore delle tue certezze.
Usa pure la parola “Dio” per riempire vuoti improvvisi di giorni carichi ed assenti anche dai calendari.
Sono ancora in difficile ipotesi di vita, sono alle prime inesperienze, la luce è stata a volte un bagliore, a volte opaca, a volte non so.
Parlami di lei, dimmi tutto ciò che non è dogmatico ed obbligatorio sapere: magari proprio lì sta il nascondiglio ideale di un atto di fede.
Grazie per quella che già tu sei, per quello che fai, per quella luce che illumina percorsi tortuosi.
Nel frattempo immergo tutto ciò che mi resta in un salutare bagno di irrazionalità per rendermi sopportabile e pronto a ricevere luce senza intermittenze.
P.S.: Thank you Ana
Estate 2011
Ebo Del Bianco

Augurio ai miei lettori

Auguro a tutti i miei lettori serenità, tranquillità e buone vacanze.
Nel frattempo navigherò nelle vostre menti per presentarmi dopo Ferragosto con maggiore spirito di osservazione.

Tanto Jazz a tutti.

Vi abbraccio

Ebo Del Bianco

Oggi Cinema: “Ambra Jovinelli Memories” di Ebo Del Bianco

Nel film “Polvere di stelle” del 1973, con Alberto Sordi (regista e protagonista) e Monica Vitti, il mondo dell’avanspettacolo viene rappresentato con dolce raffinatezza e nostalgia dei tempi che furono a Roma e dintorni, naturalmente in puro dialetto romano.
Il brano musicale del film è cantato da Alberto e Monica in modo splendidamente malizioso.

“Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! Bella Hawaiana, attaccati a ‘sta banana!”
E’ il ritornello base del brano sonoro del film “Polvere di stelle” che riecheggia nella mente rapita da un’improvvisa nostalgia che solo Roma può dare, quella Roma metà anni Sessanta affascinante in abito da sera.
Si andava a scuola di pomeriggio, in via Capo d’Africa (Colle Celio), ed il teatro rivista Ambra Jovinelli non era poi così lontano.
“Aho! Regà! Che fammo oggi? Fammo sega, annamo allo Jovinelli, ce stà na’ rivista con donne da favola!”
Eravamo tutti in prima fila armati di binocolo per osservare, per sognare il più vicino possibile.
A non più di cinque metri lo spettacolo di un “can can” che frenava a stento il desiderio di tutta la prima fila di saltare sul palco accanto alle splendide ballerine.
Quella in mezzo era la Star, come Monica Vitti nel film “Polvere di stelle”, e si beccava aggettivi in romanesco facilmente intuibili.
Dopo il balletto toccava al comico, ed il suo compito di “barzellettaro” a quel punto della rivista, era assai arduo.
Se si permetteva di raccontarne una già vecchia, sul palco, oltre a parolacce, arrivavano ortaggi, (raccolti nella vicina P.zza Vittorio), stracci e vari oggetti a portata di mano.
Lo Jovinelli sarà sempre la tana dell’avanspettacolo, le sue mura, le sue finestre, il suo pubblico, la sua caciara, le sue riviste che hanno tenuto a battesimo attori comici di livello mondiale come Alberto Sordi, Totò.
Anche Federico Fellini ha immortalato lo Jovinelli nel suo film capolavoro “Roma”, girato senza copione.
Quando ci rivediamo seduti in prima fila, oggi ci sentiamo interpreti di un film che nessuno ha diretto, ecco perché in punta di piedi arriva la commozione.
Innocenti sognatori a passeggio per Roma, la nostra Roma che ci ha regalato gli anni più belli della vita senza chiederci nulla.
Se tutti i presidi dei vari istituti superiori di Roma avessero fatto allora un ipotetico blitz all’Ambra Jovinelli, ci avrebbero scovato tutti assenti ingiustificati a scuola.
Sedici anni di età erano davvero pochi per rinunciare al richiamo dell’Ambra Jovinelli.
Alberto Sordi e Monica Vitti con “Polvere di Stelle” hanno reso omaggio anche ai loro primi passi, alla gavetta, alle difficoltà incontrate per affermarsi al grande pubblico.
Ora, l’Ambra Jovinelli, mi dicono gli ex compagni di classe, è una specie di museo di ricordi.
Non è facile oggi passarci davanti con disinvoltura per raccontare “quei pomeriggi” di allora alle nuove leve.
I comici di oggi non sono macchiette originali.
Attingono molto dai rottami di certa politica d’oggi per farci sorridere in modo intelligente.
Alcuni di loro, come Roberto Benigni, non si distaccano dai temi quotidiani, affrontandoli serenamente come nel film “La vita è bella”.
L’avanspettacolo era una miscela che nasceva dal costume e non esclusivamente da difetti della gente.
La “napoletanità” di Totò faceva ridere anche senza parole, ma solo coi gesti.
Sordi, poi, ha reso grandissimi l’Italiano semplice, la città di Roma, attraverso i suoi personaggi che ancor oggi sembra di incontrarli per strada e nei luoghi pubblici.
Si chiude il sipario della compagnia di rivista, si chiude forse il sipario sulla genuinità dei primi passi verso un futuro artistico di qualità.
Non erano “escort” quelle che danzavano per noi allo Jovinelli, erano future attrici e ballerine.

P.S. Dedicato a tutti coloro che sono saliti sul palco dell’Ambra Jovinelli.

Luglio 2011
Ebo Del Bianco

“Monk Communication” di Ebo Del Bianco

Dal genio di Thelenious sono nati capolavori che vanno ben al di sopra del Jazz: “Round Midnight, Misterioso, Epistrophy, Pannonica ecc…”.
Taceva, ascoltava, non parlava, ma quando si sedeva al piano non suonava mai banalità scontate.

In felice compagnia di Dizzie, Bird, Max, Monk si divertiva con le note a “spiazzarli” col suo modo di suonare.
E’ chiaro che prendesse tutti per i fondelli, che giocasse a fare il pianista imbranato, che “sbagliasse”apposta le note col suo famoso detto: “Stasera ho fatto gli errori sbagliati”.
Lennie Tristano (e ciò non sorprende) lo detestava considerandolo stupido.
Le note, come le parole, sono allergiche all’inquinamento della comunicazione.
Per il cervello questo “bla, bla, bla” è l’equivalente di ciò che la spazzatura a Napoli è per il naso e i polmoni.
Cari profeti del “bla, bla, bla” (peccato per la gaffe di Lennie Tristano), quando aprite le vostre pentole a pressione dove si nasconde la vostra malcapitata creatività…fuori esce solo vapore acqueo.
Dalla mente, dalla classe di Thelenious Monk idee, non parole.
Altrochè stramberie! Quando suonava al Minton’s erano vere improvvisazioni, era comunicazione, anche attraverso sottolineature disarmoniche.
Chi allora non capiva, (ma erano pochi), in ritardo piano piano arrivava.
Chi oggi non comprende l’essenza di certa musica di alto spessore deve solo saper tacere ed ascoltare.
E’ un’arte parlare al momento giusto, nei toni giusti, magari anche con lo strumento appropriato.
Monk insegna questo, la sua comunicazione ha creato un vero e proprio stile.
Di questo stile “Monk Communication”, si intravedono musicisti che ho sempre elogiato precedentemente per la loro riservatezza, per le idee che realizzano al momento giusto, per le loro eccelse qualità.
Non hanno bisogno di riflettori, per ricevere luce, sono pianeti che vivono di luce propria.
Markelian Kapedani, a cui mi inchino, ed il suo Balkan Trio, è una di queste realtà.
Quando si siede al piano, Mark, è come se aprisse la sua pentola a pressione e non a caso gli esce roba da un fascino terribile come “Balkan Bop”.
Due anni or sono, ad un convegno jazz a Pesaro, rimproverai un batterista bianco americano (martello pneumatico) per aver letteralmente fotocopiato un “Round Midnight” di Monk addirittura nel bis.
Esbjöern Svensson, il compianto pianista genio svedese, insegna come oggi si suona Monk.
Prego cliccare, leggere ed imparare magari ascoltando Monk e perché no, anche Markelian Kapedani.

Luglio 2011
Ebo Del Bianco

“Operazione verità: Ratko Mladic, un essere privo di umana sensibilità” di Ebo Del Bianco

Dai Balcani con amore e nostalgia, come sta affiorando dal DNA dei miei antenati.

La gita in pullman verso Budapest, verso la fine degli anni ’80, è un ricordo incancellabile.
Un particolare mi ha trafitto il cuore, guardando dal pullman in corsa prima dell’Ungheria: la freccia con la scritta “Jugoslavia” bucata da numerosi proiettili.
Ho subito pensato, laggiù c’è guerra, nella terra dei miei antenati.
Ma la tragedia più atroce è avvenuta tra gli anni 1992-1995 in un piccolo Stato dell’Ex Jugoslavia: la Bosnia.
La Bosnia prima era abitata da Serbi, Croati e Bosniaci.
I Bosniaci a loro volta erano composti da musulmani, cattolici, serbi ed altri.
I Bosniaci volevano con l’autodeterminazione uno Stato bosniaco libero.
Ma dopo la morte del maresciallo Tito, la Serbia di Milosevic e la Croazia di Tudman decisero, in un incontro segreto in Serbia tra i due, di spartirsi la Bosnia.
Come attuare questo piano follemente criminoso? Con la messa in scena di due eserciti paramilitari, uno croato, ed uno serbo comandato dal generale Ratko Mladic.
Tra i Bosniaci, l’etnia musulmana era la prima, in quel piano, a dover essere eliminata.
La Croazia, intuendo il sicuro fallimento dell’impresa criminosa, dopo un po’ si ritirò e lasciò il campo all’esercito criminoso di Mladic.
Tanto per essere precisi, la sigla dell’esercito croato era “HVO”.
Ora, per rispetto e dovere di verità, elencherò nove località bosniache sottoposte al massacro dall’esercito serbo di Mladic Ratko.
Sono Sarajevo, Srebrenica, Doboj, Gradska, Gorazde, Gradacac, Zvornik, Visegrad, Tuzla.
Solo Sarajevo, Gorazde, Gradacac non furono saccheggiate o rase al suolo, pur subendo massacri dai cecchini e dagli armamenti che le assediavano.
Tutte le altre furono devastate con ferocia in sintonia perfetta con la parola “genocidio”.
E veniamo a Srebrenica. L’11 luglio 1995, in questa cittadina, l’esercito criminale dell’oggi imputato Mladic Ratko sterminò 8000 abitanti maschi con età dai due anni fino ai vecchi, compiendo un genocidio denominato “pulizia etnica”.
Separò donne dagli uomini, furbescamente in modo macabro e ingannevole.
Regalava false carezze ai bambini, false promesse agli adulti che però s’insospettirono e trovarono rifugio nel campo ONU di un battaglione olandese.
Le donne adulte furono portate via e stuprate.
Ma i soldati ONU non impedirono il massacro, così gli uomini furono prelevati e uccisi in modi barbari e gettati in fosse comuni a centinaia.
La scelta di Srebrenica per il genocidio, sta nel fatto che tale città era etnicamente musulmana e circondata da piccoli centri attorno, di altre etnie.
Quindi, una volta eliminata l’etnia di Srebrenica il gioco per l’imputato Mladic e la folle mente dell’altro imputato Karadzic, era fatto.
Il disegno serbo di aggregare la Bosnia alla Serbia è fallito e tutti sappiamo l’epilogo.
L’ultimo criminale dei tre finito alla Corte dell’Aja è da poche settimane Ratko Mladic.
E’ stato sedici anni latitante in Serbia a 100 Km circa da Belgrado.
Più che una latitanza, care istituzioni serbe di oggi, a me pare una specie di nascondiglio con ogni genere di conforto.
Anche l’arresto è avvenuto in modo quasi scontato.
C’è un qualcosa che fa pendere la bilancia verso la tesi della non credibilità.
La Serbia aspira ad entrare nell’Unione Europea, ma il Sig. Ratko Mladic ha “goduto” la disattenzione del governo serbo per sedici anni.
Ed i giovani che inneggiavano a Belgrado alla sua figura? Magari sono gli stessi che a Genova stavano sfasciando lo stadio? Mladic andrà al carcere a vita, ma anche l’ONU a Srebrenica non doveva assistere al massacro.
Queste testimonianze le ho ricevute da un amico nato proprio a Doboj in Bosnia che ha vissuto e sofferto in prima persona in Bosnia questa terrificante tragedia.
Evidentemente le informazioni televisive non sono state sufficienti allora per fare chiarezza e far emergere tutta, e non in parte, la verità su quei massacri.
Un forte abbraccio a tutti i Bosniaci.

Luglio 2011
Ebo Del Bianco

P.S. La solidarietà tra i popoli cancella la discriminazione.
L’intercultura è un mezzo efficace per l’integrazione tra genti di diversa origine.

Operazione verità”: Il caso Enrico Mattei, il caso Mauro De Mauro di Ebo Del Bianco

Per otto estati, a ridosso degli anni ’90, con grande discrezione, ho scelto la Regione Marche, il suo verde, il suo silenzio, la sua incontaminazione, per riposare e dedicarmi, nel mio piccolo, a ricerche, investigazioni giornalistiche.
Monte Nerone, Piobbico, Acqualagna, sono tre località assai familiari non solo a me ed ai miei due compianti cagnolini, ma anche all’Ing. Enrico Mattei.
Era nato ad Acqualagna (provincia di Pesaro-Urbino), una piccola cittadina a ridosso degli Appennini marchigiani, nota per il tartufo.
Otto estati per chiedere, per conoscere, per sapere tutto il possibile sul pubblico e privato del grandissimo presidente ENI, del più grande innamorato leale della nostra Italia.
La storia di quell’aereo saltato in aria nei cieli di Pavia, la tragica fine di Enrico Mattei mi hanno spinto, per un dovere di cittadino, a dedicare tanti anni di “ferie” alla ricerca di un qualcosa che portasse nelle vicinanze della verità.
“Un amico di scuola”, la gente di Acqualagna lo venera giustamente anche perché, quando tornava, nei giorni di festa, incoraggiava tutti a vedere il futuro dell’Italia tra le primissime potenze del Mondo, grazie ad una parola: petrolio.
Il caso Mattei, ancora non è stato risolto, dopo quasi oltre 50 anni.
Tutto parte da quella terribile notte di pioggia sopra le campagne di Pavia.
Sono convinto che il giorno che si arrivasse alla verità, molte altre verità emergerebbero.
Tutti coloro che si sono dedicati alla risoluzione di questo tragico fatto hanno avuto a loro volta seri problemi, lasciandoci la vita come il giornalista dell’”Ora di Palermo”, il grande Mauro De Mauro.
De Mauro, che partecipava alla stesura della sceneggiatura del film su Mattei interpretato da Gian Maria Volontè, regista Francesco Rosi, sapeva moltissimo degli ultimi giorni dell’Ingegnere in Sicilia.
De Mauro, martire della verità ieri come Falcone e Borsellino, è stato sequestrato e fatto sparire.
I suoi assassini sono, come al solito, sconosciuti.
Ricordiamoci tutti, presidenti, istituzioni, che nei 150 anni di Italia ci sono anche questi terribili punti interrogativi noti anche a tutto il Mondo. La Mafia non è aria che cammina, sono esseri umani professionisti del delinquere.
Noi abbiamo solo bisogno di maggiore cultura, di maggiore lealtà, onestà intellettuale.
Le dittature, da popolo evoluto ed intelligente, le rifiutiamo, ma il ritornello ormai è insufficiente.
Bisogna scovare chi bara, chi truffa, e fare maggiore attenzione ai codici della Legge.
Ad Acqualagna si respira aria di tranquillità, specie in Piazza Enrico Mattei dove il monumento che raffigura l’Ingegnere a braccia conserte (!) è solo un piccolo pensiero a chi ha veramente dato la vita per l’Italia.
Il resto va solo sussurrato a bassa voce a giuste audizioni.
Luglio 2011
Ebo Del Bianco
P.S. A Gianni D’Elia, scrittore