Monthly Archive for Ottobre 2012

“La baronessa del Jazz, Pannonica Rothschild” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Round Midnight” Autore ed interprete Thelonius Monk.

La vita, le vicende di questa straordinaria e mitica donna, meriterebbero un romanzo di avventure, se non un film. Questa baronessa Pannonica Rothschild de Koeniswarter, detta Nica, nata a Londra nel 1913 e deceduta a New York nel 1988, è da considerarsi la santa patrona del jazz perchè negli anni ’40 aveva messo i suoi soldi al servizio dei musicisti jazz, di pelle scura, all’epoca poveri, sbandati e discriminati. Se pensiamo ad oggi, a come un evento culturale come il jazz viene considerato dalle istituzioni, la figura di Nica è davvero leggendaria. Durante la seconda guerra mondiale ha anche pilotato bombardieri Lancaster, ha avuto 5 figli, ha vissuto con 306 gatti, ma ciò che colpisce è l’amore verso i boppers, i rivoluzionari del jazz e del costume americano metà anni quaranta. Charlie Parker è morto nella sua stanza tra numerose traversie e difficoltà. Per Nica sono state composte 24 canzoni. Pannonica aveva già vissuto la sua infanzia iper-protetta in una delle tenute inglesi della famiglia; il padre, entomologo costretto ad occuparsi di banche e maniaco depressivo come molti Rothschild, si tolse la vita. Nica si era sposata con un diplomatico ed aveva combattuto i nazisti ai comandi di De Gaulle; aveva avuto 5 figli. Viveva con la famiglia in Messico, ma viaggiava molto. Nel Natale del 1948 sta per tornare a casa da New York quando un amico le dice di passare da lui perchè vuole farle ascoltare un disco. Il disco è “Round Midnight” di Thelonius Monk. Nica è stregata da quella musica, butta via il biglietto aereo e si mette a cercare Monk. Lo trova due anni dopo a Parigi, e non si lasciano più.

Ho voluto ricordare questa signora del jazz in modo sintetico ma preciso per chè tutto il resto sta scritto nelle storie dei grandi del Be-Bop, come “Byrd” il film di Clint Eastwood su Charly Parker, e tante biografie. Negli anni’40 caldissimi per il clima sociale che si respirava in America, Nica ha compreso al volo che questi musicisti boppers andavano aiutati perchè erano dei veri pionieri della musica afro-americana, ed a loro ha data tutto, soldi ed anche la casa. Era giusto ricordare questa Musa del Jazz, che ha fatto tutto di sua spontanea volontà, dimostrando competenza, grande umanità e grandissima classe.

Novembre 2012 Ebo Del Bianco

“Imaginary voyage on the parallel roads” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Imaginary voyage” Autore ed esecutore con la sua Band Jean Luc Ponty ed il suo violino elettrico.

La parola gioventù contiene in sé il fascino di un sogno eterno proiettato al di là di qualsiasi orizzonte visibile ad occhio nudo nel complesso mondo interiore dove lo spirito governa ininterrottamente un intenso traffico di sensazioni. Un tempo di sera eravamo tutti là, a due passi dall’Università, in silenzio davanti al focolare di Giovanni a trascorrere la notte a dare un senso a tante idee rivolte al progetto che ci univa. L’esuberanza latino americana di Cesar e del suo Mexico, la grande forza d’animo di Lucia che non disdegnava mai a puntare l’indice verso un eccesso individualismo inteso come virus per noi studenti di giornalismo, si integrava perfettamente coi silenzi di Giovanni che esprimevano sempre un qualcosa. Accanto a loro mi sentivo protetto nell’osservare il presente a volte surriscaldato, e sognare come tutti il futuro che non distava anni luce. Ora invece, sulla strada delle grandi nebbie contradditorie del nuovo millennio, mi ritrovo a scrivere in biblioteca accanto ai giovani armati di libri, computer, dotati di estro e discrezione, che alimentano il loro desiderio di sapere, il loro diritto di costruirsi un futuro senza sostare troppo in sala di attesa. Noi eravamo sulla strada, nelle piazze, volevamo contarci e vederci fisicamente vivi.
Si procedeva compatti verso la sala dei bottoni per l’aspirazione comune che qualsiasi giovane ha in sé in ogni epoca, a qualsiasi età. Oggi siamo tutti in rete, ci si può confrontare, parlare; si può organizzare un movimento di idee diverse, ma la stanza dei bottoni oggi è molto più lontana ed invisibile. Un tempo scrivevo sulla strada, sulla panchina occasionale davanti all’Aula Magna, mentre Lucia in ginocchio puntava l’indice scrivendo la lettera K al posto della C sui manifesti e cartelli e Cesar con la chitarra intonava le musiche andine di altura degli Inti Illimani. Immaginare queste due strade parallele, che hanno la stessa direzione, hanno gli stessi protagonisti, compresi quelli sulla sedia a rotelle che ancora vogliono sognare e far sognare come in un grande film, è un qualcosa che ci libera dall’oppressione di un età troppo adulta e di una gioventù alla quale viene messo in discussione il suo futuro. Stiamo insieme, ora, non so in che modo, non basta il computer come non sono bastati gli indici puntati di Lucia, stiamo insieme per tentare almeno di sognare un progetto che ridia dignità e giustizia a quelle due strade parallele. Per cortesia non inchiodiamoci su questa scrivania a rispondere ai prolungati silenzi di chi sta blindato nella stanza dei bottoni. Dobbiamo tornare “On the Road” come dicevano Jack e Gregory, dobbiamo tutti disintossicarci da quella cultura caramellosa ed eccessivamente dolciastra che furbescamente ci hanno iniettato a nostra insaputa. Saranno le strade, le piazze, a far esplodere il desiderio di uscire nel grande spazio per occuparlo senza più slogans ma progetti fatti senza suggeritori ed intermediari. La gioventù prende sottobraccio la solitudine, la elettrizza, la prende di sorpresa come se fosse un dolce agguato e addirittura la esalta esorcizzando tutti i mali in essa contenuti. Immaginare un viaggio verso quelle due strade parallele di epoche diverse, significa imprimere un marchio di gioventù a tante vite diverse, a chi scappa dalla dura realtà, a chi si abbandona alla rassegnazione, a chi soffre per amore, a chi veramente sta perdendo l’ultimo treno della vita. Lucia ora è lontana anche dai ricordi, Cesar è nel suo Mexico, Giovanni è alla terza laurea ormai coniugato in eterno con la cultura, ed io sono qui a concludere questo viaggio stimolato dai ricordi, ispirato da tanti giovani, con ancora tanto desiderio di osservare il futuro non al telescopio come il lontano pianeta Marte, ma ad occhio nudo e viva voce: è un gioco semplicemente da ragazzi.

A ricordo di Jack e Gregory grandi protagonisti della Beat Generation.

Autunno 2012 Ebo Del Bianco

“Ultimo appello” di Ebo Del Bianco

I disoccupati, gli operai, i giovani studenti, i precari, i pensionati delle fasce più deboli, non sanno più a chi rivolgere appello per la loro continua e drammatica situazione economico-finanziaria. Le istituzioni si dibattono su come fare le primarie, parlano ma è l’oggi in cui poco e nulla si fà. La corruzione dilaga, le Irpef regionali, e statali sono come la spada di damocle, pesantissime da sopportare. Le Irpef regionali, per prime, vanno abbassate perchè non è chiaro cosa facciano le Regioni con quei soldi. Parte di quei soldi devono tornare nelle tasche dei legittimi proprietari. Cosa stanno facendo di concreto i sindacati CGIL, CISL,UIL? Sanno solo fare manifestazioni col silenziatore per non spaventare Monti invece di usare, quando serve, anche la voce grossa.

La credibilità internazionale si ottiene non solo eliminando la corruzione, con un rigore assai discutibile, ma nel concedere equità nella distribuzione dei diritti e doveri. Gran parte della stampa e dei mass-media, fanno quadrato con Monti, non danno spazio alle critiche costruttive della gente che non ne può più. Non tutti sono evasori fiscali, non tutti hanno portato l’Italia allo sfascio, le categorie innocenti ed indifese sono ben note. Venga dato loro un segnale ed una boccata di ossigeno. Monti se continua a martellare anche le fasce deboli che non possono e non hanno, dimostra di farsi preferire nella carica di Professore alla Bocconi. Sappiamo che lui ed il suo governo hanno le banche in testa anche se a lui non piace sentirselo dire, ed allora chiediamo al sig. Monti, dove investono i soldi le banche? Dove vengono convogliati i soldi di quei pochi e tenaci risparmiatori? Come investono i soldi dei risparmiatori? Quali sono i frutti che producono quei risparmi nella crescita nazionale? Investendo in società che hanno decine e decine di milioni di passivo? Per salvare la faccia dagli scandali e dalla corruzione, si detassino almeno le prossime tredicesime, quelle medio-basse coi soldi che i corrotti di ogni colore hanno sottratto allo Stato. In Italia, fino a prova contraria, conta ancora la credibilità nazionale e non solo il servilismo verso la Merkel . Il governo Monti, dicono alcuni politici, “è stato costretto a produrre pesanti diseguaglianze sociali”, ma dimenticano i privilegi concessi fino a ieri alle alte sfere della politica. Il popolo vuole votare e scegliere con la propria testa, le critiche, sig. Monti, non sono populiste, ma vere e sacrosante: ne prenda atto senza attenuanti o torni tranquillamente a fare l’insegnante. La vita quotidiana è ben altra cosa, non è solo l’elenco dei cattivi che lei sa stilare, ma anche l’elenco dei buoni in buona fede ma molto stanchi.

Autunno 2012 Ebo Del Bianco

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“Paolo Conte, la raffinatezza delle sue musiche e suoi testi” di E.D.B.

Musica di supporto: “Sotto le stelle del Jazz” autore ed esecutore piano e voce Paolo Conte, con Antonio Marangolo ai sax, Jimmy Villotti alla chitarra, Ellade Bandini alla batteria.

Lo immagino sempre riservato, contenuto, in un angolo di questa società dove sopravvivono le persone intelligenti e dotate di un certo stile di vita artistico. Eccolo là sul palco, di fronte al suo pianoforte a raccontare sotto la protezione e patrocinio del jazz piccole storie tra uomo e donna con sempre un pizzico di humor ed ironia. Questa è l’immagine che dà Paolo Conte, un grandissimo artista che canta tra incredibili atmosfere jazzistiche testi che piacciono moltissimo ai francesi, ma anche a quell’angolo d’Italia che si nutre d’intelligenza. Freak Antony degli Skiantos, un gruppo demenziale nato negli anni ’70, in un suo progetto scrive:” Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”. Finchè esistono artisti e personaggi sul palco come Paolo Conte, le banalità dei mediocri e sprovveduti non danneggiano e non avranno mai il sopravvento. A Parigi, Paolo Conte ormai è di casa coi suoi concerti dal vivo all’Olimpià: Favoloso quello del 1985 in cui presentò col suo gruppo brani storici come “Via con me”, “Hamingway”, “Bartali”, “Un gelato al limon”, “Sotto le stelle del Jazz”, “Onda su Onda”, e tanti altri. A parte “Sotto le stelle del jazz”, brano in cui Paolo Conte si tuffa nel jazz, nonostante la presenza di una Lei a cui il jazz non piace, nel brano “Un Gelato al Limon” paradossale e significativa la frase:”….ti regalo l’intelligenza degli elettricisti così almeno un po’ più di luce avrai”. E’ un modo garbato per definire non vedente una persona che invece ci vede benissimo ma in modo sbagliato. Paolo Conte scrive musiche che si sposano ai suoi testi, musiche che sono state usate persino da Giuseppe Tornatore( in un famoso spot televisivo) come “Gli impermeabili”. Ma c’è un brano di Conte che non ha avuto un grande successo, perchè temo che la moltitudine non abbia compreso il senso del testo. Si tratta di “Parole d’amore scritte a macchina”. E la brevissima storia di due esseri la cui relazione è giunta al termine per vari motivi. Ed allora quale è la soluzione per risolvere tutto? Andare dall’avvocato, il quale, armato di macchina da scrivere e fogli di carta trascrive a macchina come un certificato, la loro storia d’amore finita. Le parole d’amore si scrivono a mano sui foglietti di carta, sulla sabbia del mare, sui muri della stazione, sulle corteccia dell’albero ai cui piedi almeno un bacio di sfuggita ci si è dati. Ma vedere l’avvocato che in un foglio di carta deve riassumere una vita o quasi vissuta insieme, è stonato e Paolo Conte ha voluto dire questo con una musica sempre assai vicina al jazz. Quando s’incontra una donna che non fa altro che scappare, sparire, mentire, tradire, consiglio di dedicare a questa “Signora delle Camelie”di questo nuovo millennio un brano di Paolo Conte che a me piace moltissimo e che s’intitola “Blue Tangos”, un tango a metà strada tra Buenos Aires e Parigi le cui atmosfere fanno ricordare una altrettanto famosa musica di Gato Barbieri :”Ultimo Tango a Parigi”.
L’ultimo progetto di Paolo Conte, (che guarda caso è anche avvocato), s’intitola Nelson. E’ l’ennesimo capolavoro che va ascoltato dal primo all’ultimo brano che non desidero commentare, perchè all’ascolto si commenta da sé. S’intitolano: “Tra le tue braccia, Jeeves, Enfant prodige, Clown, Nina,Galosce selvagge, Storia Minima, C’est beau, Massaggiatrice, Sarah, Sotto la luna bruna, Suonno e’ tutt’o suonno, Los amantes del Mambo, L’orchestrina, Bodyguard myself”.Questo grande artista geniale non si smentisce mai, i brani sono piacevoli, scorrevoli, ed il modo come li presenta col suo gruppo al pianoforte è davvero originale ed unico. Si mette tutto raccolto sulla tastiera ed inizia a raccontare in musica sempre con toni raffinati e mai offensivi e banali.
Forse Paolo Conte è rimasto l’unico a raccontarci con brevi flash di un Italia affezionata a Bartali, alla fisarmonica di Stradella, alla Topolino Amaranto, alla ricostruzione del Mocambo, vecchio locale di ricordi e di passioni. Paolo Conte è l’immagine di un’ arte sempre viva che non tramonta mai, come del resto il jazz a cui è morbosamente legato. All’Italia dell’usa e getta Paolo Conte regala tanta ironia e tanta raffinatezza che forse solo da una parte sono percepite, ma nella vita non è mai troppo tardi per conoscere, sapere ed assimilare cose intelligenti.

Novembre 2012 Ebo Del Bianco

“Mamma Tommy” di Ebo Del Bianco

A distanza di tanti anni questo racconto di verità vede protagonista una cagnetta volpina impropriamente chiamata dal proprio padrone “Tommy”.

Lyla

Fu abbandonata sull’autostrada all’altezza del casello di Cattolica, questa piccola cagnolina impaurita. Si avvicinò ad una casa lì vicino, accanto alla fabbrica dove prestavo il mio lavoro.
Cercò coccole dal suo padroncino, il quale, senza curarsi del sesso la adottò col nome di Tommy, in realtà nome maschile che si adattò a quella cagnetta. Un giorno, durante un momento di pausa lavoro, passeggiavo al di fuori dalle mura della fabbrica mangiando un panino. Tommy si avvicinò ed io le offrii uno spicchio di panino che lei divorò in un attimo. Dopodichè ognuno tornò al proprio posto. La mattina seguente, quando prestissimo mi recai al lavoro, notai nella casa accanto che Tommy dormiva già in una cuccia tutta sua. Quando arrivò la nuova pausa lavoro, non feci neanche in tempo ad uscire fuori col panino che Tommy era già pronta all’assaggio. Quella cagnolina rossiccia cominciava a piacermi e dopo il panino la invitai a seguirmi vicino al piazzale all’interno della fabbrica dove tenevo la mia macchina. Aprii lo sportello e lei con un balzo salì sul sedile anteriore,e lasciandole il finestrino aperto, tornai al lavoro. Quando suonò la sirena per la sosta a mezzogiorno, dopo aver timbrato il cartellino, mi avviai verso la macchina. Tommy era ancora lì e mi guardava per dirmi “portami via con te”. Così fu, andai a pranzare a casa, e dopo il pasto portai Tommy nella selva vicino il fiume per farla correre e sgranchire. Era velocissima, correva dietro i fagiani, ma non ero io il suo padrone ufficiale. Tornai al lavoro con Tommy e quando fui davanti a casa sua ho aperto lo sportello per farla scendere e già c’era il suo padroncino col mangiare pronto per lei, ma non affatto preoccupato per la prolungata assenza del cane. Fermai la macchina al solito posto in fabbrica, lasciai il finestrino aperto. Quando alla sera tornai per andare a casa, sul sedile anteriore riposava Tommy che non voleva scendere. Uscimmo nel campo vicino a casa sua, la feci correre, divertire, poi dopo un’oretta l’accompagnai a casa dal suo padroncino nienteaffatto preoccupato e tornai a casa. Al mattino presto seguente, verso le 7 arrivai davanti al cancello della fabbrica e potete già immaginare chi c’era ad aspettarmi. Quando arrivai con la macchina fece salti di gioia e con la coda dava segnali ben chiari. Entrai in fabbrica, lasciai la macchina parcheggiata con i vetri chiusi, ma Tommy mi seguì fin dentro dove timbrai il cartellino ed anche i miei colleghi di lavoro rimasero felicemente sorpresi da questa cagnetta che desiderava stare con me perchè il suo padrone non la curava. Il compianto Stelvio, mio fratello indimenticabile di vita, le diede un tozzo di panino con la mortadella e Tommy da quel giorno praticamente seguiva me in fabbrica e capiva i segnali della sirena di inizio e fine lavoro. C’era il problema del sabato e domenica perchè la fabbrica era chiusa, la sirena suonava, ma noi non c’eravamo. Tommy era sempre lì, davanti al cancello chiuso che aspettava il mio arrivo. Compresi l’inconveniente, ed un sabato mi recai in fabbrica per prelevare Tommy e portarla via con me perchè lei voleva solo stare con me, vista la non curanza della casa dove lei abitava. Tommy non voleva essere trattata male, era vivace, dava affetto, non ti abbandonava un secondo. Così io la riportavo alla sera e lei mal volentieri si avviava nella sua cuccia. Nel 1993 in luglio, per il ventesimo anniversario di Umbria Jazz, decisi di andare a Perugia 8 giorni, senza Tommy, perchè c’erano gruppi favolosi da vedere giorno e notte. Partì in fretta e furia, passai 8 giorni da favola, giorno e notte in giro felicissimo di trovarmi nel mio habitat, ma il pensiero prima di dormire qualche ora era Tommy. Quando tornai in fabbrica ebbi una sorpresa piacevole. Tommy era in calore e dalla mattina alla sera andava in giro coi suoi agguerriti pretendenti. Si accoppiò con più cani perchè questa è la natura, non mi venne mai in cerca, se non quando aveva fame coi “pretendenti” dietro. Quando le passò il calore, tornò da me e dopo un po’ di tempo mi accorsi che la sua pancia ingrossava e mangiava di brutto. In pieno inverno, nella sua cuccia diede alla luce tre cuccioli, due maschi bianconerimarrone, ed una cagnetta bianca e marrone.
Dopo un po’ di tempo nella mia macchina sul sedile anteriore c’era “Mamma Tommy” e su quello posteriore c’erano Lyla e Bill. Il terzo cagnolino era stato dato via ad una famiglia che non lo trattò mai bene. Con Tommy, Lyla e Bill andavamo spesso nella macchia vicino al fiume ed un giorno Tommy si ferì gravemente al timpano di un orecchio. La portai subito dal veterinario che mi avvertì che Tommy poteva perdere il senso dell’orientamento perchè si era rotto il timpano. Una mattina trovai solo Bill e Lyla, Tommy, mi dissero, era sparita e non si trovava. Andai inutilmente nella macchia a cercarla, ma di lei nessuna traccia. Il dolore che provai fu immenso, guardai negli occhi i suoi due figlioletti Bill e Lyla e con l’aiuto dei miei colleghi di lavoro e del mio padrone, decisi di adottarli tra mille difficoltà perchè a casa mia non erano graditi dai miei due fratelli ed allora decisi che la fabbrica era la loro vera casa ed io il loro padrone. Poiché sia Bill che Lyla ora sono deceduti provocandomi un grosso trauma depressivo legalmente riconosciuto, non desidero raccontare ulteriormente. Bill e Lyla, come Tommy, vivono perennemente nel mio cuore, come Stelvio che mi ha aiutato a farli crescere. Però su consiglio del medico non posso più permettermi il lusso di soffrire così atrocemente e tenere altri cani. Con Marte e Venere che hanno un ottimo padrone ed una ottima famiglia, mi faccio un sacco di risate perchè il gatto è furbo, diffidente, e con l’istinto si fa comprendere anche in maniera plateale come Matisse il gatto che ho conosciuto a casa di Yama e Mark in Svizzera. I gatti sono molto attori, i cani darebbero anche la vita per il loro padrone, non sanno recitare. Li adoro, li ammiro, con loro esalto la mia vita non sentendomi mai preso in giro.
Non abbandonateli mai, è una porcata lasciarli soli come è successo a Tommy, magari lungo una autostrada.

Novembre 2012 Ebo Del Bianco

“Gianluca Petrella, trombonista cosmico del jazz” di E.D.B.

Supporto musicale: Brano “Rapsodia in blue” di George Gerswin interpretato da Gian Luca Petrella
trombone, Enrico Rava tromba, Gianluigi Trovesi sax; da un’edizione di Umbria
Jazz Winter.

Il trentasettenne trombonista di Bari Gian Luca Petrella è sicuramente uno dei più grandi trombonisti al mondo del momento, avendo vinto nel 2006 e nel 2007 la classifica per i migliori artisti emergenti del jazz mondiale stilata dal giornale statunitense Down Beat. A metà degli anni novanta si è diplomato col massimo dei voti al conservatorio di Bari, cominciando la carriera con Roberto Ottaviano. Ha collaborato con musicisti internazionali notissimi come Joey Calderazzo, Jimmy Owens, Greg Osby, Carla Bley, Pat Metheny, Marc Dueret, Manu Dibango, Enrico Rava partecipando ad alcuni dei più importtanti festivals jazz del mondo. Debutta discograficamente nel 2001 con X-Ray; nel 2002 ha vinto il referendum Top Jazz del giornale specialistico Musica Jazz come miglior talento e nel 2005 come miglior Jazzista italiano dell’anno. Da oltre 10 anni tra i principali collaboratori del trombettista Rava, un poeta del suono e attualmente frequenta la scena jazzistica internazionale con grande seguito di pubblico. Gian Luca Petrella col suo trombone è un artista di rara espressività e personalità nell’eseguire. Artisticamente dal ‘ 93 a oggi è letteralmente esploso con le collaborazioni con artisti del calibro di Roberto Gatto, Paolino Della Porta, Greg Osby, Stewe Coleman, Enrico Rava, e tanti altri. Tra i suoi numerosissimi progetti spicca l’”Indigo 4, con Paolino Della Porta, Francesco Bearzatti, Fabio Accardi e la Cosmic Band con i giovani talenti italiani del jazz. Con gli Indigo ha registrato i fortunati album: Indigo 4 e Kaleido, editi dalla prerstigiosa etichetta Blue Note. Ha ricevuto inoltre una nomination all’Italian Jazz Awards 2009.
Inoltre affiancato dal bassista Furio Di Castri e dalla LabDance Orchestra, propone al pubblico torinese un progetto affascinante, assieme agli esponenti più interessanti del panorama jazzistico italiano come Maria Pia De Vito, Antonello Salis, Paolo Fresu e Nguyen Le. In una intervista curata da Caterina Finelli, Gian Luca boccia la discriminazione che alcuni insegnanti di Conservatorio rivolgono contro tutta la musica che non sia classica. Un fatto molto grave e molto attuale come conferma anche il clarinettista diplomato Umberto Gnassi. Per quanto riguarda il jazz italiano, Petrella afferma che da noi si va un po’ troppo dietro alle cose fatte bene, commerciali, c’è poca cultura per l’avanguardia. All’estero, come per esempio in Germania, senza mitizzarla, non è così. Questa mancanza è un dato di fatto, lui la vede coi suoi occhi e la legge su molte riviste specializzate. A volte, dice Gian Luca, sembra di assistere alla “grande abbuffata”: “il superteatro, la supersignora, la superpelliccia”. Questo alone patinato attorno al jazz non gli piace molto e spesso nei teatri e nelle platee si soffre questa atmosfera assai indigesta. Ci sono però dei musicisti quadrati dalla testa ai piedi, sanno cosa devono suonare prima di salire sul palco. Però Gian Luca adora suonare con coloro che non decidono nulla prima di esibirsi, poi salgono sul palco e suonano: quella è avanguardia, improvvisazione, free jazz. Uno di questi é Paolo Fresu con cui Gian Luca attualmente si esibisce. Personalmente ho ascoltato Gian Luca Petrella col quintetto di Rava in un concerto al Fano Jazz di qualche anno fa: una vera colonna estrosa e nuova del gruppo. Lo scorso anno è stato ospite della “Unknown Rebel Band di Giovanni Guidi” un gruppo di giovani talenti come i sassofonisti Daniele Tittarelli, Dan Kinzelman, il pianista Giovanni Guidi e tutti gli altri. Hanno avuto un grandissimo successo mostrando originalità, estro e Gian Luca, in particolare, ha confermato di essere un jazzista ormai di livello internazionale. Con Giovanni Guidi c’è molto feeling come il progetto della scorsa estate “We Don’t live here Anymore. Ma Gian Luca Petrella è apertissimo a nuove sempre continue esperienze, dotato di una versatilità musicale cosmica. Suona e ricerca un po’ con tutti, in numerossisimi festival prestigiosi come ad esempio il jazz festival di Montreal, il Roccella Jazz Festival. Il risultato è sempre un successo crescente per questo giovane barese dalle infinite risorse. Al trombone unico.
Novembre 2012 Ebo Del Bianco

“A proposito di Celentano” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: brano “Straordinariamente” autore Gino Santercole esecutore Adriano Celentano.

L’apparizione di Celentano all’arena di Verona, dopo ben 18 anni di assenza, una boccata di ossigeno sicuramente l’ha data. I suoi brani musicali contengono ricordi fatti di speranze, di denunce e sono sempre attuali. Sul palco Adriano ha un carisma possente, forse vorrebbe esprimere ben altro, ma sono sufficienti i testi e le musiche per capire la sua filosofia di uomo e di artista.
La Rai non si è accordata con lui, preferisce Benigni, che è un artista bravo ma di parte. Personalmente ai sermoni di Benigni, alle sue battutine, preferisco “Svalutation” ed “Il mondo in Mi7a” di Adriano. Sappiamo tutti che in questo paese le parole di buon auspicio, di fiducia verso un futuro migliore, sono come parole nel deserto. In compagnia di Adriano anche se per poche ore, si ha l’impressione di vedere un bagliore di speranza, quello stare insieme per costruire qualcosa di positivo. In compagnia di Benigni ed aggiungo anche Crozza, non è che lo spettacolo non ci sia, ma loro non riescono a far sognare la gente, solo amaramente farla sorridere con battute sui politici.
Adriano ha un’ altra tecnica, non populista, esalta il buono che ancora si nasconde in noi, cerca di farcelo tirar fuori perchè è l’unica speranza per congiungere un passato glorioso ad un presente drammatico ed un futuro incerto. Celentano è della nostra generazione, quella che oggi non accetta questo degrado sconcertante, non si sa facilmente esprimere, ma si comprende benissimo. E’ stato il primo, allora, a denunciare certe situazioni sociali, attraverso le sue canzoni, i suoi racconti musicali di 3 minuti. Purtroppo oggi più uno denuncia il disagio sociale e meno viene ascoltato. Ecco perchè temo che anche le parole e le canzoni di Celentano vengano dimenticate. Invece Adriano a 74 anni è giovane, è dinamico, è un grande artista che non fa sconti a nessuno. Ha rivolto la sua attenzione ai poveri, cosa che questa società di benestanti altolocati dimentica e pensa solo alle proprie tasche.
“Straordinariamente”, che è il titolo di una canzone interpretata da Adriano, vorrei che oltre a dare l’immagine avvenente di una donna vera, ci donasse quella speranza che prima o poi il miracolo di vedere una società nuova e compatta, si avverasse. Le critiche su Adriano fanno ridere. Ho letto che stona, che non va a tempo, tutte osservazioni paradossali che non ledono la straordinaria figura di questo grande artista. A 20 anni tutti imitavamo Celentano, il suo modo di muoversi come un molleggiato, ed i suoi 45 giri non mancavano mai nel nostro armadietto. C’è un canzoncina famosissima di Celentano di diversi anni fa che s’intitola “Stai lontana da me”. Evidentemente il brano è rivolto ad una figura femminile poco raccomandabile e per quanto mi riguarda è molto attuale perchè è un modo non proprio tenero di prendere le dovute distanze da chi tradisce le aspettative. Ora mi rendo conto di essere tornato indietro 40 anni grazie ad Adriano, e non mi dispiace affatto ricordare quell’epoca favolosa in cui oltre i Beatles, si ascoltavano gli Shadows, I Tornados, gli Small Faces, i Rolling Stone e tanti altri. Anche allora c’erano i jeans, le sbarbine come le chiama Freak Antony, ed i mitici Juke Box. C’eri anche tu Andrea Mingardi, grazie per il tuo commento accorato, ma il re sul palco era lui, Adriano Celentano ed il suo Clan coi Ribelli, la ragazza del Clan, Gino Santercole, Ico Cerrutti, Dino Pasquadibisceglie tanti altri. Oggi, Adriano sul palco è sempre quello di allora, forse noi siamo troppo lontani da ciò che eravamo.

Novembre 2012 Ebo Del Bianco

“I miei amici Marte e Venere” di Ebo Del Bianco

Cineracconto dedicato a due amici felini a quattro zampe, cugini nella vita, diversi nella mitologia,
ed autentici comunicatori silenziosi. A loro, ai loro guizzi improvvisi, ai loro salti, dedico un brano musicale, autore un grande musicista americano, Henry Mancini: “La pantera rosa”.

A volte arrivo nel loro spazio pieno di nascondigli e varie, con la fatica accumulata durante il giorno. “Martino, vieni qui vicino!” Invece lui, che porta il nome del Dio guerriero scappa via perchè è diffidente e l’istinto gli dice di non fidarsi di quel rompiscatole che sono. Marte, ha un nome celebre, quello di un pianeta e del Dio della guerra. Il paradosso è che Andrea, il suo padrone astrofilo, su consiglio ASL veterinaria, gli ha fatto togliere i testicoli. E’ il massimo della sfiga. Il Dio della guerra senza p……..(il resto aggiungetelo voi), rosso però di pelo come il pianeta. E’ sornione, fifone, dormiglione ed ha l’hobby di fregare polistirolo nella casa vicina in costruzione e nasconderlo sotto il letto per giocare. La sua diffidenza è leggibile nelle pupille dei suoi occhi, ma a me quel gatto piace da morire. Preferisco il suo silenzio, i suoi scatti improvvisi alle squallide commediole quotidiane di donne esibizioniste del loro corpo, e di uomini sprovveduti che crollano ai loro piedi pur di andarci a letto a scatola chiusa senza verificare cosa ci sta dentro. Poi mano nella mano come due splendidi ipocriti e mediocri, una pizza giustifica l’avvenuto rapporto con uno spry luminor sulle loro teste e la scritta “vissero felici e contenti”. “Marte, preferisco te, preferisco chiamarti inutilmente e vederti apparire all’improvviso con un mattone di polistirolo in bocca, atto di conquista e di guerra che giustifica l’illustre nome che porti.” Venere col suo collare rosso è la regina della situazione, mostra lo sguardo e gli artigli ai piccioni che la sorvolano, ed è meno diffidente di Marte. Il fascino e la bellezza la rendono degna del suo illustre nome, le manca la corona in testa, ma non se la tira. E’ un po’ prepotente perchè mangia prima Lei, Marte da buon coglione, e non da cavaliere sempre per ultimo. Anche Venere ha subìto un intervento che la rendono non più idonea a procreare, però qualche pretendente (un gatto nero) di notte si aggira nel suo nascondiglio. Venere ha l’hobby di mettersi in mostra su un piedistallo nel recinto del palazzo comunale, proprio come una miss, ma quelle che valgono per ciò che sanno mostrare anche di dentro. Cara Venere, o Venerina come ti chiamo quando mi siedo per osservarti, mi chiedo se oltre l’istinto tu avessi anche la ragione, sarei io a mendicare la tua attenzione ed avviarmi nel tuo nascondiglio. La tua curiosità, il tuo guardare tutto, sono genuini, non sono falsi come la curiosità di chi pensa in modo diverso da come poi agisce. Ecco perchè sono qui, Venerina, perchè tu sei vera, non sei finta, il profumo che emani tu equivale a quello di un mazzo di rose appena raccolte. Tutto il resto della vostra famiglia riflette le vostre abitudini che si dilatano al sole estivo, e si rinchiudono nella camera riscaldata d’inverno. Scusate se sto vicino così come un estraneo per voi, ma sono un amico di quelli che non trovate scritti nel libro cuore o nei promessi sposi, sono un amico che vi osserva e sta con voi perchè non parlate se non col corpo. Col corpo altri esseri sanno fare tutto, dai saltimbanchi, ai venditori ambulanti, che offrono merce fresca a buon prezzo. Ciao Martino, ciao Venerina, ho capito e captato la vostra simpatia, il vostro reality mi piace a qualsiasi ora, perchè non sapete minimamente fingere e questo è il motivo per cui ogni tanto vengo qui da voi, per imparare il vostro codice deontologico che nessuno di voi ha scritto, ma che tutti voi rispettate nel vostro istinto. Sapete che nella società da cui voi scappate, ormai tutto è saturo di codici, tutti parlano, pochi fanno in modo vero coerente e trasparente.
Con voi vicino non userò mai la maschera antigas per non respirare aria malsana di falsi e mediocri.
A presto amici e state vicino al vostro padrone che nei fatti non ha mai fatto pesare tale parola.

Ottobre 2012 Ebo Del Bianco

“Rob Mazurek, cornettista e compositore free jazz” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Star Have Shapes” eseguito da Rob Mazurek & Exploding Star Orchestra.

Cornettista di origine polacca, è nato a Jersey City nel 1965 e risiede ora a San Paolo del Brasile.
E’ un grande jazzista di telento, innovatore dal sound audace ed introspettivo. E’appena reduce da 2 concerti jazz al festival di S. Anna Arresi in Sardegna col suo quartetto composto dai brasiliani Guilherme Granado alla tastiera elettronica, Mauricio Takara alle percussioni, cavaquinho ed elettronica, ed al bassista elettrico Matthew Lux. Il pubblico presente è letteralmente esploso alle innovazioni di Rob, che non sono affatto di facile ascolto, ma vanno metabolizzate nell’ambito di un contesto assai free, vicinissimo a Don Cherry, Lester Bowie e Bill Dixon.
Rob Mazurek è una figura di spicco della musica contemporanea americana, membro fondatore del Chicago Underground Collective. E’ leader della Exploding Star Orchestra, formazione avanguardista attuale, che spesso ha ospitato musicisti quali Bill Dixon e Roscoe Mitchell.
Oltre che solista di jazz con tromba e cornetta e direttore di numerosi organici, Mazurek si esibisce in solitudine, improvvisando per cornetta, paesaggi sonori elettronici e video. In questa veste ha inciso “Silver Spines”, “Sweet And Vicious like Frankenstein”, “Abstreactions On Robert D’Arbrissel” e parte di “Amorphic Winged”.
Spesso si esibisce in quintetto con i due brasiliani sopracitati, con Lux al basso elettrico, John Herndon alla batteria (tende ad assomigliare a Kate Moon antico batterista dei Who) ed alla originalissima pianista Angelica Sanchez. I suoi concerti sono una fusione di suoni ed immagini che rendono l’ascolto fuori dai soliti schemi portando emozioni in continuo movimento negli spazi che offre la musica di Rob.
La nuova residenza brasiliana permette a Rob ricerche continue di suoni e ritmi da inserire nelle sue solitarie improvvisazioni, ma anche in quintetto. Rob è una punta di diamante del jazz americano, unico nelle sue performances, ripeto di non facile ascolto immediato, ma prolifiche per ciò che riguarda le spinte avanguardistiche del jazz. Certo che sarebbe molto più semplice ripetere sempre le stesse cose, ma un grande improvvisatore ed estroso cornettista come Rob Mazurek, va logicamente e per fortuna del jazz da tutt’altra parte con uno stile personalissimo che a S.Anna Arresi ha conquistato il pubblico. Speriamo che una ulteriore maturazione negli ascolti del jazz contemporaneo, porti più spesso questi musicisti in Italia nei conclamati festival jazz dove sfilano le solite vedette che ormai si ascoltano da anni.
Tra le news devo citare che il più recente progetto di Marckus Stockhausen, Eternal Voyage, unisce musicisti di diversa provenienza come il flautista indiano Dinesh Mishra, il cantante libanese Rabih Lahooud ed il percussionista greco Dimitrios Dorian Kokiousis. L’arte di stare insieme serve per unire le idee e gli ideali per costruire, nella musica ciò accade di frequente con naturalezza………per fortuna ed esempio per l’intera umanità.

Ottobre2012 Ebo Del Bianco

“Jazz for eternity” di Ebo Del Bianco

Ispirato ed accompagnato da una musica meravigliosa e struggente:
“La leggenda del pianista sull’oceano” autore ed esecutore con orchestra dal vivo Ennio Morricone.
(arena Dvd)

Non voglio immaginare quali siano stati i primi vagiti del jazz, in che luogo, in quale occasione. Ma di certo, rivedendo per intero il film di Peppino Tornatore ed in particolar modo ascoltando tutta la melodia che accompagna l’opera, capolavoro assoluto di Morricone, ho provato quella sensazione che si prova davanti all’indistruttibilità di un affetto. Come se tutta la colonna sonora della vita combaci alla perfezione con quella musica così all’inizio delicata, poi con un crescendo maestoso raggiunge il massimo di ciò che umanamente si può ascoltare fino alle lacrime. Forse sono scaturite dall’inconscio, da un misto di felicità e rabbia per ciò che il jazz non ha potuto raccogliere nel corso di tanti anni in cui tanti musicisti hanno dato anche la vita per “suonare” quella musica. So bene che il jazz è come un grandissimo amore (non uso mai questa parola per il suo profondo significato)
incagliato nelle viscere, nel cuore, nell’anima, non in modo ossessivo e possessivo, ma in modo magico. Bastano due note “strozzate” di quel trombettista dell’orchestra di Morricone, per provare brividi per tutto il corpo. Ecco il jazz, come si vive in continuazione, al di là delle rabbie rockeggianti, al di là delle parole scritte, delle critiche giuste e non giuste. Due note per mettere a tacere dubbi e rassegnazioni, per dare spazio alla magia della musica. Non è solo la storia del film che t’inchioda alla sedia, la sua musica, ma è l’emozione che ti porta in un solo attimo a provare solidarietà e ripeto amore per tutte le traversie subite dai protagonisti che hanno plasmato la storia del jazz. Non scriverò mai “c’era una volta il jazz” perché il jazz è sinonimo di vita e non di un qualcosa che non esiste più. Il jazz è la musica più trasparente che si possa ascoltare, è l’esaltazione della improvvisazione, è la sublimazione della creatività di un artista. Tromba, pianoforte, sassofono, batteria, contrabbasso, e tutto il resto degli strumenti a disposizione, non chiedono ai loro musicisti una “Prova d’orchestra” per verificare metaforicamente a che gioco si gioca fuori dalla sala nella società del quotidiano politico. Quegli strumenti ai loro musicisti chiedono di essere impugnati, suonati per fare solo ed esclusivamente musica come ha fatto il Maestro Ennio Morricone raccontando in musica attraverso la storia di un pianista, anche di nascosto, la storia angosciata del jazz. Mi confidava il batterista jazz amico fraterno di Miles Davis di non averlo mai abbandonato quando per 5 anni Miles ha volutamente lasciato la tromba nel suo astuccio. Il nome di questo batterista è Al Foster che proprio quella sera sul palco ha eseguito “In a Sentimental Mood” di Duke Ellington in modo a dir poco splendido forse per dirci nell’orecchio :”State tranquilli che, il jazz esiste ed esisterà per l’eternità, anche dopo la scomparsa fisica di Miles.” Io ho inteso questo messaggio e l’ho inteso anche guardando il film di Peppino con quelle musiche, al di là di qualsiasi storia. Non è importante conoscere la data di nascita a volte, è fondamentale sapere che si è in vita, si provano emozioni, e quando serve un po’ di rugiada (il pianto Jazzistico lo definisco così) dagli occhi non guasta mai. Non raccontiamoci storie, raccontiamoci emozioni anche attraverso due note, che se poi sono “strozzate”ci fanno sentire il jazz seduto accanto a noi. Quel pianista sull’oceano rappresenta tutti i musicisti, quelli che sputano anche il sangue pur di arrivare sempre più in alto, quelli che una volta raggiunta la vetta non si accontentano mai e costruiscono sempre nuovi progetti per stupirci e per stupirsi. Quel pianista ci fa navigare nell’oceano artistico che sulla cartina geografica non esiste, ma tutti gli addetti ai lavori conoscono bene le coordinate di quel mondo.
Per arrivarci basta saper nuotare in un mare di guai, sempre più attuali, che però mai metteranno in crisi il jazz. Globalizziamoci nelle idee e nei sogni per avvicinarci sempre quell’oceano artistico dove fiorisce il jazz con vigore.

Ottobre 2012 Ebo Del Bianco

P.S: Fondamentale leggere il brano con musica.