Monthly Archive for Dicembre 2012

“Free culture (cultura senza catene) di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Freedom now suite” eseguita dall’autrice vocalist Abbey Lincoln, alla batteria Max Roach.

Blue Note Jazz Club in Greenwich Village

Nella città di New York c’è un quartiere, il Greenwich Village, che è un po’ il punto di riferimento della cultura boèmien americana, quella senza veli, senza filtri, aperta a tutti i grandi personaggi dell’arte figurativa, letteraria e musicale. Questo, dalla metà del secolo scorso, ha inciso profondamente nel costume americano e non solo. Ricordiamo la Beat Generation, i grandi del jazz come Dizzy Gillespie, Miles Davis e tanti altri, pittori, scrittori, scultori e via di seguito avevano il loro quartier generale al Greenwich.
La cultura ufficiale americana, quella che fiancheggia il potere, logicamente non ha mai visto di buon occhio questa cultura free, nella quale tra l’altro erano banditi il razzismo, la discriminazione.
Certamente i grandi intellettuali non vivevano nel terrore di essere controllati 24 ore su 24 anche nella loro vita privata, come invece succedeva in altri posti del mondo.
In Europa, Parigi, è stata sempre la culla protettiva della cultura, ha favorito l’evoluzione di tanti artisti, anche perchè la Francia non ha mai avuto un regime dittatoriale, ma un regime democratico molto tollerante. In altri paesi d’Europa non è stato così, per le vicende storiche di diversi paesi come l’Italia, dove assai spesso gli uomini di cultura non hanno potuto creare in un clima di assoluta libertà (periodo fascista), venendo spesso perseguitati, confinati ed emarginati. Ma anche nei regimi democratici non è semplice agire al di sopra delle parti per avere maggiore libertà, senza essere contaminati e condizionati dal potere. Il potere dovrebbe garantire uno spazio di autonomia dove poter creare ed agire in assoluta libertà. L’arte non si può schierare con nessuno, l’arte nasce dalla parola free. Gli intellettuali che si schierano politicamente ed addirittura apertamente con mansioni di potere, perdono, secondo il mio parere, la loro genuinità culturale.
Nei paesi a sud del mondo, addirittura molte donne ed uomini di cultura hanno ricevuto premi e riconoscimenti per le loro battaglie per la libertà. Loro sanno benissimo che solo conquistando la libertà un popolo respira e la cultura esplode e fiorisce.
Purtroppo, verso est, ci sono ancora paesi che, nonostante la caduta del muro della follia e del terrore, ancora non respirano al 100% aria di libertà. Per rendervi conto di come erano controllati gli intellettuali nella loro vita intima, consiglio a tutti la visione del film:”Le vite degli altri” del 2007, del regista tedesco Florian Henckel Von Donnersmarck, un film che vinto tantissimi premi. Ci sono momenti di grande tensione quando, da spettatori, ci si rende conto delle azioni di puro terrore della polizia di stato Stasi nella DDR, nei riguardi di scrittori ed intellettuali, facendoli vivere in continuo stato di angoscia, di ansia e di paura. Mi chiedo, come può un potere dittatoriale, per “salvaguardare” i principi fondamentali che lo sostengono, arrivare a distruggere la cultura, incatenandola per renderla schiava e servile. Quel signore, se esiste, che li ha ispirati a tanta follia, non può considerare uno scrittore “Un ingegnere dell’anima”, ma un filosofo dell’anima. Quando scrivo, per sollecitare un turbillon nella mia anima non mi ispiro a calcoli matematici, ma alla amata filosofia, che mi allontana dal disgusto matematico e mi offre tanta creatività, e garantisco di non sentirmi un nemico dello stato ma un suo paladino.
Da ragazzi, da giovani anche incazzati assai, abbiamo sempre invocato libertà, abbiamo sempre creduto che nell’insieme di un popolo debbano sopravvivere la libertà, l’uguaglianza, l’equità, ed ora ad una certa età, nonostante i tempi difficili, facciamo di tutto per allontanare le catene dalla cultura, perchè solo così si rende un servizio anche al prossimo.

Dicembre 2012 Ebo del Bianco

Oggi cinema: “Return to Zabriskie Point” di Ebo Del Bianco

Protagonisti come allora, due giovani Daria e Mark che scappano via simbolicamente in quella Valle della Morte, per liberarsi dall’orribile vuoto in cui questa società consumistica li costringe a vivere offrendo loro spicchi di felicità in cambio del disimpegno.

Ispirazione avuta e dovuta alla visione del film “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni.
Musica di sostegno: il brano “The Great Gig in the Sky” autori ed interpreti i Pink Floyd.

Tutto inizia fuori dall’Aula Magna dell’Università dopo un’assemblea di collettivo studentesco dove si è presa la decisione di proseguire la manifestazione per rivendicare il diritto di tutti e non di scelti, allo studio. Mark, non è soddisfatto, è consapevole che ora è come scalare una difficile montagna senza una sufficiente attrezzatura. “Siamo in tanti, mai troppi, ma siamo plasmati solo come individui,troppo spesso alla ricerca di noi stessi ed assai poco propensi a rivalutare chi ti sta di fronte e di fianco fino a metterci a sua disposizione. I nostri padri, le nostre madri sono sempre stati paladini dell’impegno, a scuola e fuori, poi, ci raccontano, è arrivato velocissimo da oltre oceano un tornado carico di felicità in offerta speciale attraverso la disco-music, la febbre del divertimento e dello sfogo sballato, spazzando via chitarre elettriche e tutti gli argomenti dell’impegno. I nostri genitori sono rimasti in piedi, e quando l’onda e tempesta di 20 anni si è ritirata, hanno raccolti i detriti lasciati dal ciclone, prima fra tutti la droga. Subito dopo di siamo nati noi, io e te Daria, ed ora ci troviamo armati di libri e zainetto ad affrontare tutto ciò che i poteri forti ci negano. Ma per affrontarli, Daria, dobbiamo cercare meno rifugi virtuali dove si nasconde la felicità garantita dal marchio doc, che a noi come società del domani da costruire, non serve. Dobbiamo ritrovare, ricreare l’impegno sociale come i nostri genitori, perché è lì che, finalmente, si nasconde la nostra gnità di esseri umani.” Daria, una lavoratrice precaria ha ascoltato Mark seduta sugli scalini del Duomo senza mai abbassare lo sguardo. “Il progetto, Mark, andrebbe poi realizzato da noi senza intermediari, con le nostre mani e le nostre idee. Sembra una missione impossibile in una società dove sul pulpito a lanciare progetti a ripetizione, salgono solo coloro che hanno avuto tutto e dato poco. Perché, in questa società parlano solo quelli che dovrebbero tacere? Siamo noi che dobbiamo parlare, dobbiamo anche urlare le nostre richieste, ma sei sicuro che qualcuno ci ascolta? ”Daria è molto lucida e sicura di sé, cerca di scacciare illusioni nella mente di Mark e così prosegue: ”Andiamo via per qualche attimo a verificare se ancora siamo capaci di stare lontani da questo vuoto terribile, andiamo nel posto dove non esiste l’orribile, ma solo il niente. Abbiamo bisogno anche di verificarci senza contaminazioni e suggerimenti. Accada quel che accada.”
Mark e Daria si avviano a piedi scalzi lungo un sentiero interminabile, abbandonando, man mano che avanzano, ogni scoria sociale negativa, ed avviandosi al silenzio ed alla solitudine delle loro voci e delle loro anime. Finalmente ecco la grande Valle del Nulla, una lunga corsa verso il fondo, il punto di arrivo. Si guardano negli occhi profondamente ed istintivamente, come mai prima era accaduto davanti all’orribile sociale, si abbracciano fortemente, si baciano lungamente e tutto il resto viene spontaneo da sé. Il bisogno dei giovani è anche quello di amarsi, magari un po’, ma senza tagli di spese e censure. Mark e Daria non esistono nella realtà, sono immaginari, ma li ho costruiti nudi non solo coi loro corpi, ma nudi davanti ad una realtà che a volte lì illude, a volte li perseguita, a volte lancia loro caramelle di subdola felicità, in cambio del loro disimpegno. Per fortuna non ci sono più cicloni in arrivo da oltre oceano, ma una richiesta globale di uguaglianza ed equità. Zabriskie Point, grazie a Michelangelo Antonioni, è un luogo vero, un punto di riferimento dove ritrovarsi insieme a tanti non solo per la felicità individuale, ma per un amore per la vita che coinvolga tutti, senza censure perché così si esaltano i temi della società impoverita di ideali e satura di consumi. Omaggio riportato, in temi di attualità, a Michelangelo Antonioni.

Ebo Del Bianco Dicembre 2012

“Memorie flash di lavoro” di Ebo Del Bianco

musica di supporto: “Vincenzina e la fabbrica” autore ed esecutore Enzo Jannacci

Sono già trascorsi 10 anni dal timbro di uscita dell’ultimo cartellino. La tuta blu che indossavo allora era una divisa sacra, perchè in 28 anni trascorsi tra i metalli pesanti, ormai anche la mia pelle, il mio sangue, sentivano l’influenza di quel colore, tra l’altro simbolo nelle note del jazz. Ho trascorso gli anni più intensi, più straordinari della mia vita. Avevo scelto di fare l’operaio pur essendo più idoneo a mansioni intellettuali di concetto. E’ stata dura, ma sono riuscito ad amare anche la meccanica, io che non sapevo all’inizio usare neanche un cacciavite. Eravamo in tanti a lavorare per un unico obiettivo, ma c’è stato qualcuno che ci ha iniettato il gusto del lavoro, facendoci a volte, anche non pesare l’orario di lavoro. Vorrei, mentre continuo il racconto flash, che leggessero queste mie testimonianze, anche il sig. Maurizio Landini e Sergio Marchionne, due persone non a caso. Quel qualcuno che ci ha trasmesso passione, amore per il lavoro, è stato il nostro datore di lavoro (così si scrive nei documenti ufficiali), ma per tutti noi semplicemente Gino.
Il cognome non è importante, perchè chiamandolo per nome noi lo sentivamo più vicino, ed eravamo più di cento, agli attrezzi. Ho imparato tutto da lui, anche dalle sue strigliate; non l’abbiamo mai contestato e beatificato perchè sig. Landini, sig. Marchionne, era un vero Datore di Lavoro che ascoltava, e di quella torta da spartire, noi tutti non abbiamo mai avuto briciole, ma il giusto.So benissimo che ho avuto la fortuna di essere al servizio di una persona che per prima cosa dava lui esempio a noi tutti di come ci si applica sul lavoro. Il lavoro per Gino, è una parola sacra e non a caso ultimamente il Presidente della Repubblica lo ha certificato col prestigioso e meritato titolo di “Cavaliere del Lavoro” per meriti evidentissimi. Sig. Landini, sig. Marchionne, sapete che ho tanta nostalgia di quei giorni, quei sudori, quelle soddisfazioni, quel rispetto reciproco? Perchè fuori dalla fabbrica ho trovato un’aria irrespirabile? Penso sempre a Gino che costruisce coi suoi tecnici, col suo ingegno, e fuori si demolisce. Possibile che in questo paese dove c’è tanto estro, tanta qualità, tante potenzialità, il lavoro se ne sta andando dalle fondamenta di questa Repubblica?
Un giorno, durante una pausa, Gino mi chiamò e mi disse: “Vedi questa macchina che imbusta il liquido profumato al limone per le salviette usate nei ristoranti dove si mangia pesce? Le nostre bustine hanno l’asola, così il cliente non fatica ad aprirle. Ebbene, Ebo, quelle con l’asola le produciamo solo noi. Se capiti in un ristorante e trovi una bustina con l’asola, devi dire che anche tu hai partecipato a costruire quella macchina”. In quel momento il salario era in secondo piano, mi sentivo orgoglioso del mio lavoro, io che non capivo un “tubo” di meccanica ricevere elogi dal mio datore di lavoro. L’ho sempre considerato un fratello maggiore di vita, mai un padrone. Ora, Landini e Marchionne si chiederanno se ho raccontato un film oppure prendere atto che nelle vita il lavoro si può, anzi si deve, interpretare così. Gino anche ora è là, davanti ad una sua nuova macchina, intento a farla funzionare; lo immagino sempre così in piena efficienza, perchè così si dimentica tutto, pensione, salario, stipendio e tutte le “boiate” che devi inghiottire quotidianamente nella vita. Chi non ha compreso il vero senso di questo racconto flash, scambiandolo solo per una pagina del mio diario, purtroppo non perceperirà mai il gusto di quando l’eccezione è più importante della regola.
Gino, tra l’altro, ha sempre tollerato in fabbrica, dove praticamente sono nati, i miei due angeli a quattro zampe ora in cielo, Bill e Lyla. Questo è sufficiente per me per aumentare la mia stima in lui. Gino Cavaliere del Lavoro: una delle grandi soddisfazioni anche della mia vita. Ciao Gino e naturalmente buon lavoro.
Ebo Del Bianco Cattolica 26 Nov. 2012

P.S.: Ho ritenuto opportuno esporre queste note auobiografiche perchè contengono un messaggio distensivo rivolto a tutte le parti in causa in materia lavoro.

I grandi del jazz: “The Greath Gil Evans” di Ebo Del Bianco

Supporto Musicale: da Sketches of Spain di Miles Davis, il brano “Concierto de Aranjuez”, eseguito ed arrangiato dall’orchestra di Gil Evans, tromba solista Miles Davis.

Le vite artistiche di tanti jazzisti si sono incrociate con quella di Miles Davis, e dopo averlo incontrato, nessuno è stato più lo stesso. Anche per Gil Evans, grandissimo compositore, arrangiatore e pianista, nato a Toronto(Canada) nel 1912, è stato così. Ben tre dischi con Davis, Miles Ahead, Porgy and Bess e Sketches of Spain, di cui lui ha curato gli arrangiamenti, lo hanno reso noto, destinandolo al jazz più classico. Come arrangiatore, Gil è stato rivoluzionario: riusciva a integrare, cosa improba nel jazz, improvvisazione e composizione. Rielaborava in maniera radicale e personale qualsiasi brano. I suoi gruppi e orchestre suonavano leggeri e lievi, grazie agli intrecci che lui riusciva a costruire con gli strumenti a fiato. Quei suoni sono stati l’essenza del cool jazz. Il cool jazz è nato intorno agli anni ’50 e prevalentemente si è sviluppato sulla West Coast. Il termine significa freddo, rilassato e allude ad uno stile cerebrale, distaccato, fatto di sonorità cristalline e trasparenti. Gil Evans s’innamora del jazz a 14 anni ascoltando Louis Armstrong. Studia da autodidatta e nel 1933 forma una band in California. Dal 1941 al 1948 cura gli arrangiamenti della orchestra di Claude Thornhill. Nello stesso periodo lo chiama Miles per arrangiare la musica della sua band di 9 elementi. Nasce il cool jazz e il disco Birth of Cool. Gil riesce a far suonare quei 9 elementi come se fossero una grande orchestra. Nonostante il successo, la critica (guarda caso), non si accorge di lui. Rimane nell’ombra fino al 1957, quando lo chiama nuovamente Miles per arrangiare i dischi di cui sopra. Tra questi 3 dischi, uno in particolare, è fondamentale per il modo come è stato costruito e preparato ed arrangiato: “Sketches of Spain”. Miles e Gil viaggiavano spesso insieme per scoprire e ricercare sempre qualcosa che li portasse al dilà dello steccato musicale in cui ingiustamente è compresso il jazz. Si trovavano in Spagna, ed inevitabilmente ascoltarono nuove sonorità, musiche spagnole sia tradizionali, sia colte. Ascoltando “Il Concierto de Aranjuez” dal vivo sicuramente nella versione di un classico chitarrista spagnolo, nella mente di Gil nasce un’idea di come rivedere quel brano in una grande orchestra, considerando anche nelle atmosfere introduttive, un clima cupo, poco chiaro, dovuto alla politica franchista. Ebbene se ascoltate oggi quel brano arrangiato da Gil, con Miles tromba solista, nell’introduzione si ha la senzazione di ascoltare se non di vedere una atmosfera cupa, poco chiara e pesante che rispecchia il clima politico che allora c’era in Spagna. L’arrangiamento di Gil non era facile, i musicisti dell’orchestra, dovettero sudare molto, ma alla fine nasce il capolavoro. Un altro brano “Saeta” di Sketches…., nasce dalla diabolica creatività di Gil, ascoltando un canto popolare spagnolo, hondo andaluso, durante la processione del Venerdì Santo.
Dopo quei 3 dischi con Miles, Gil incide a suo nome una serie di album di grande qualità come Out of Cool e The Individualism of Gil Evans. Nei primi anni ’60, collabora con altri artisti come Kenny Burrel e Astrud Gilberto. Rimane inattivo fino all’inizio degli anni ’70. Suona al Village Vanguard di New York per diverse sere e incide diversi album di successo a metà strada tra l’acustico e l’elettronica. Nel 1974 registra un importante progetto musicale dedicato a Jimi Hendrix. Verso la fine anni ’70 tiene concerti in Europa ed incide un paio di album dal vivo. Negli anni ’80 è impegnato in diversi progetti per orchestra. Arrangia inoltre le musiche del film “Absolute Beginners” e registra in duo con Lee Konitz e Steve Lacy. Resterà celebre, una sorta di testamento, il concerto tenuto nel 1987 al festival Musicale di Umbria Jazz. Nella sua Orchestra suonavano quella sera Bradford Marsalis, John Surman, George Adams, i giovanissimi Danny Gottlieb e Mark Egan ed il grande Sting. Quella sera c’ero ad applaudire, però il pubblico di Perugia a certe aperture avanguardistiche non è mai stato abituato. Gil resterà nella storia, anche dopo la sua morte avvenuta a Cuernavaca nel 1988, perchè non ha mai fatto arrangiamenti scontati, prevedibili, sempre sorprendendo tutti e facendo “impazzire” i suoi musicisti con le sue trovate.

Dicembre 2012 Ebo Del Bianco

Le perle del jazz: “Steve Lacy ed il suo sax soprano” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: dall’album “Reflections” il brano omonimo.
Musicisti:
Steve Lacy sax soprano
Mal Waldron piano
Buell Neidlinger basso
Elvin Jones batteria.

Tra i grandi del sax soprano (il mio strumento preferito), con Sidney Bechet e John Coltrane va considerato Steve Lacy, se non altro perchè ha reso moderno questo strumento dal suono particolare. Nato a New York nel 1934, durante l’era del be-bop viene ingiustamente dimenticato, ma riemerge in modo prorompente du rante gli anni del free jazz. Il free jazz è libero dall’armonia tradizionale, dagli schemi formali e dalla scansione regolare del tempo. Tecnicamente mostruoso, Steve tirava fuori il meglio di sé durante le performance in solitudine; in gruppo era capace di soluzioni e improvvisazioni sonore, inaspettate e originali. La musica che suonava, inventava e ridisegnava, parte dalle origini, salta a pie pari il be-bop (considerava solo l’amato e studiato Monk) e si tuffa nell’avanguardia. Steve è cresciuto ascoltando Sidney Bechet e i musicisti dei fasti di New Orleans, ha debuttato a New York in una band Dixieland che comprendeva musicisti come Rex Stewart e “Red” Allen .Nel 1955 si ritrova improvvisamente a suonare e registrare “altro jazz”con il pianista Cecil Taylor. Nel 1957 registra con l’orchestra di Gil Evans, con cui collaborerà senza interruzione fino agli anni ’80. Quindi incide il suo primo disco Soprano Sax. E’ in quartetto ed ha al pianoforte Wynton Kelly. Nel 1958 arriva Reflections, album che rispecchia la sua viscerale passione per Monk. I brani suonati appartengono al pianista e in questa avventura lo affiancano Mal Waldron, il bassista Buell Neidlinger ed Elvin Jones. Nel 1960 per 4 mesi, lavora con Monk (il suo sogno) e infine nel 1961 forma un quartetto con il trombonista Roswell Rudd. Nel 1965 inizia a suonare free jazz, forma un quartetto con Enrico Rava e va in tournèe per 8 mesi in Sudamerica. Dopo un breve soggiorno a New York, nel 1967 si trasferisce in Europa, resta 3 anni in Italia ed infine sceglie Parigi. Si dedica esclusivamente al sax soprano e tiene concerti da solo o con il suo gruppo formato nel 1977 con Irene Aebi (sua moglie) al violino, Steve Potts al sax, Bobby Few al piano, J.J.Avenel al contrabbasso, Oliver Johnson, poi sostituito da John Betsch, alla batteria. Il gruppo rimane in piedi fino al termine della sua carriera. Partecipa a progetti speciali con Gil Evans, incide con diverse etichette discografiche, suona in big band e porta avanti col pianista Mal Waldron un progetto dedicato alla musica di Thelonious Monk, la sua preferita. Steve muore a Boston nel 2004, ed ogni nota di sax soprano oggi fa ricordare lui, specie quando in brano dopo una introduzione entra il soprano con quella voce, il cuore di chi ama il jazz batte forte.
Il fatto poi che tra tutti i grandi del be bop si sia lungamente soffermato su Monk, denota un altissimo livello di percezione jazzistica e della sua evoluzione.
Per ricordare Steve, basta ascoltare la sua produzione, 13 progetti uno più importante dell’altro.

Dicembre 2012 Ebo Del Bianco

P.S.: Auguriamoci a vicenda un futuro diverso, senza depressioni ed oppressioni, auguriamoci di essere sempre presenti nel momenti di decidere qual’è la strada giusta.
Auguriamoci a vicenda di stare bene di salute, di sognare almeno di notte, auguriamoci di contare di più in questa società e che ognuno porti il suo contributo con le proprie idee.
Auguriamoci buone feste, in tutte le lin gue e religioni, auguriamoci tutto il bene possibile per il 2013. Io riposerò fino dopo le feste, ci risentiremo a gennaio, ciao ed un grazie a tutti. Un abbraccio E b o