Monthly Archive for Febbraio 2013

Cine – racconto verità: “Lassù c’è sempre………………………” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: Brano “Over the raimbow” eseguito al piano solo live da Keith Jarrett -
e “In a sentimental mood” di Duke Ellington eseguito all’ewi electronic
da Michael Brecker with Steps Ahead live.

Introduzione: Ho aspettato anni per raccontare questa incredibile storia vera che mi ha visto protagonista per 17 anni coi miei due angeli, due cani fratelli di pura razza bastarda. So che narrando dovrò tornare a soffrire con la musica in cuffia suonata da Keith e Michael. E’ proprio quella musica, il jazz, che mi lega eternamente al ricordo di Bill e Lyla e leggendo capirete il perchè.

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Quando mamma Tommy ci lasciò per sempre per scomparire nel nulla e lasciarsi morire da qualche parte, mi ritrovai coi suoi due cuccioli, Bill e Lyla, sempre accanto nella loro casa preferita, la mia vecchia punto grigia di giorno, e di notte, quando era freddo, nella stanza dove era situato il bruciatore della fabbrica. Inizia così questa storia fantastica, tra tanti inconvenienti, sofferenze, rischi, che ho avuto la forza di superare, grazie all’amore ricevuto dai miei due cagnolini.
Di giorno, quando lavoravo, solo Lyla attendeva il mio arrivo, sempre in macchina coi finestrini aperti, con lo stereo acceso che trasmetteva la musica che piaceva tanto a lei, il jazz, quello suonato dolcemente. Bill, invece, se ne stava rannicchiato in mezzo al capannone dove lavoravo; con un occhio mi controllava, con l’altro socchiuso dormiva. Ogni tanto faceva una mini-gita nella vicina campagna, ma tornava quasi subito vicino. Quando, dopo un anno di età portai Lyla ad operarsi all’utero per non avere figli, decisi in accordo col veterinario, di farle chiudere solo le tube, cosicchè poteva andare in calore senza avere cuccioli. Quand’era sotto i ferri del dottore, io e Bill aspettavamo fuori in macchina. Quando si svegliò, addirittura scappò via dalla sala operatoria e s’infilò in macchina senza non pochi rischi. Andò tutto bene per fortuna, e tutta la notte vegliai Lyla con Bill vicino fino al mattino. Quand’era freddo, dormivano in fabbrica, poi al mattino e per tutto il giorno fino tardi insieme. Ma questa vita, per loro precaria, non era semplice. Loro volevano solo me, e quando ci distaccavamo nelle ore notturne, nei loro occhi intravedevo paura per un mio eventuale mancato ritorno. Al mattino poi, quando aprivo la porta del bruciatore, saltavano, correvano come matti dalla gioia. Durante la pausa pranzo, andavamo sempre vicino al fiume, perchè la natura era il nostro spazio preferito. Lepri, fagiani, persino un daino, erano le loro rincorse preferite ed inutili. Ed io col jazz in cuffia che stavo dietro a tutte le loro performances, giuro anche ora, di essermi sentito anch’io un animale. Quando poi Lyla andava in calore, con Bill vicino, pronto
all’accoppiamento, erano 20 giorni di passione assoluta. Erano fratelli, ma non sapendo di esserlo, ho sempre rispettato il loro desiderio. Si appartavano con discrezione e spesso il loro istinto li portava ad esagerare e non distaccarsi mai. Pensavo a volte: noi, poveri mortali, dotati di ragione, dobbiamo fare serenate, smandolinare, corteggiare, celebrare, addirittura anni per avere un semplice bacio, invece Bill e Lyla passavano tranquillamente subito ai fatti. C’erano anche concorrenti per Bill, che li inseguiva e li cacciava via minacciosamente.
D’estate, con la nostra casa mobile, la vecchia punto (non ho il coraggio di demolirla……..) si andava tutti e 3 ai concerti jazz a Fano, Pesaro, Corinaldo ed anche più lontano. Molti musicisti jazz italiani, miei amici, conoscevano Bill e Lyla, anche perché Lyla a Pesaro e a Fano durante i concerti saliva sul palco e si distendeva beata sotto il pianoforte fino a fine concerto. Bill, invece, che era un po’ più “testone”, ma fedelissimo, stava sempre sotto la mia sedia fino a fine concerto. Facevamo la vita da musicisti, di notte in giro, di giorno anche in hotel tutti e 3, a dormire fino a mezzogiorno. Bill poi, ha avuto la fortuna di ricevere un po’ di gelato da Lucio Dalla, prima di un concerto jazz a Senigallia. Il fotografo del giornale, ha immortalato la scena, ed il giorno dopo Bill è finito sul giornale assieme a Lucio. Anzi, dopo aver ricevuto il gelato da Lucio Dalla, Bill si dimenticò completamente di me e Lyla ed andò sotto la scaletta del palco dietro a Lucio che iniziava ad esibirsi. Temevo di averlo smarrito, invece Bill se ne stava impalato come un salame ad osservare Lucio…………….in attesa di altro gelato. Tutto questo un mese prima dell’attentato alle torri gemelle. Poi, un mattino di settembre del 2001, mentre eravamo alle 7 di mattina nel bosco prima dell’inizio del lavoro, un fuoristrada investì mortalmente Bill, e Lyla si salvò solo perchè era più lenta a correre. Lyla lo guardava, aspettava che si rialzasse, ma Bill era deceduto sul colpo senza perdere una goccia di sangue. Disperatissimo, lo caricai in macchina, andai verso la fabbrica piangente, verso Stelvio il mio compianto amico che adorava il suo Bill e con la macchina scappai via verso il fiume, dove loro giocavano sempre. Mi feci dare una pala e scavai per ore ed ore una buca profonda. Avvolsi Bill con la mia divisa da metalmeccanico(una veste sacra) e lo seppellì con un dolore atroce lì vicino al fiume. Ora eravamo rimasti in due, presi Lyla in braccio e piansi a dirotto. Tornammo in fabbrica, ma la depressione mi aveva imprigionato a tal punto che dovetti lasciare il lavoro anticipatamente per essere legalmente riconosciuto invalido dai medici della salute mentale dell’INPS di Bologna. Quindi al dolore immenso per la morte di Bill, si aggiungeva quello di dover lasciare i colleghi di lavoro, gli amici di tanti anni, di tante soddisfazioni, tante fatiche, per entrare in una società piena di incognite, con una veste nuova. Lyla ed il Jazz sono sempre stati vicini, si può dire che entrambi ci siamo risollevati col jazz. Nel frattempo, per un incidente stradale, anche l’amico Stelvio salì prematuramente in cielo e spero ora si possa godere un panino con la mortadella da far assaggiare al suo Bill, proprio come nella pausa colazione in fabbrica.
La sofferenza non si cancella più, il cuore con questi scossoni si consuma come una candela. Ma il jazz, gli amici, i fratelli, la musica mi hanno sempre sostenuto ed incoraggiato ad andare avanti. Per questo motivo al Jazz regalo anche la mia vita.
Con Lyla, ormai consacrata la cagnetta del jazz, ho vissuto altri 8 anni di musica, concerti, sempre in giro. Lei amava ascoltare un brano in particolare: “In a sentimental mood” eseguito all’ewi electronico da Michael Brecker in un live a Tokyo. Lyla addirittura piangeva quando lo ascoltava. Ma la colonna sonora di tutta la nostra storia a 3 era :”Over the raimbow” nella versione introvabile di Nunzio Rotondo live in quella famosa sera a Senigallia quando Lucio Dalla e Nunzio Rotondo suonarono quel brano divinamente, facendomi piangere con quella melodia struggente.
Era l’unica notte Vip del mio povero Bill, ed ancor oggi non riesco più ad ascoltarla.
Il jazz è tremendamente emozionante, coinvolgente e quando lo ascolti dal vivo entri col cuore nello strumento, nell’anima di chi lo suona. Quando incontrai Joey Calderazzo, pianista americano ed amico del compianto Michael Brecker, prima del suo concerto a Fano jazz, gli raccontai di Lyla che piangeva quando ascoltava Michael con l’ewi mentre suonava “In a sentimental mood”. Con Lyla presente, Joey esclamò:”Oh No!”. Durante il concerto, ero in prima fila e Lyla stava sotto il palco: Ad un certo punto Joey iniziò l’omaggio a Michael Brecker suonando “Nothing Personal” e mi segnalò dal palco col pollice verso l’alto. Questo è il jazz: potevo anche crepare che sarei stato felice in quel momento quando Adam Nussbaum con la batteria iniziò con contrattempi fuori di testa.
Con Lyla è stato un continuo andirivieni ai concerti, tutti la coccolavano, ma lei voleva salire sul palco e stare sotto il pianoforte. Per 2 ore quella era la sua tana preferita. Addirittura Roberto Bachi, mio carissimo amico pianista jazz di Roma, girò un video piano solo e non si accorse che sotto il piano c’era Lyla. Nella didascalia del video, dove si vede Lyla sotto il piano, ha fatto scrivere:”This is my fans”.
Poi un giorno d’estate del 2009, dopo un’ecografia all’utero, arrivò la terribile notizia del tumore maligno per Lyla. Aveva ancora 4 mesi di vita. Fu operata una prima volta a settembre,tutto ok; le feci fare terapie intensive, ma mai ci facemmo mancare il jazz. Comprai un ventilatore portatile solo per lei, sentiva sempre caldo. L’ultimo concerto che vedemmo insieme fu a Corinaldo, Lyla era già malata. Soggiornavamo in Hotel e quella sera di scena c’era Al Foster, il fidato batterista di Miles Davis. Quella sera Al eseguì all’improvviso il brano che piaceva a Lyla, ma senza l’ewi elettronico.
La presi in braccio, la strinsi forte forte, e piansi mentre Al spazzolava sulla batteria con classe unica ed eseguiva “In a sentimental Mood”. Sapevo che Lyla se ne stava andando per sempre, proprio con la sua musica preferita. Di lì a poco, il 23 dicembre, fu operata di nuovo, ma il giorno dopo dopo un’ultima disperata corsa verso il vetrinario, spirò tra le sue braccia in preda a convulsioni. Con lei, buona parte di me è salita oltre l’arcobaleno come dice la canzone di Lyla.
Sulla sua cassetta funebre ho scritto una frase: “This is My fans”, prima di seppellirla. Ora non mi resta che il jazz, il rock per darmi uno scossone come dice il mio amico Hondo, il più grande esperto e storiografo di rock che conosca. Mi restano i fratelli, gli amici – fratelli del jazz grandi artisti come Mark Kapedani, Yama Kapedani che mi hanno sempre incoraggiato ed aiutato. Restanoi grandi amici del jazz come Claudio Cojaniz, Francesco Bearzatti, Giovanni Falzone, Ada Montellanico e tanti altri. Restano gli amici della biblioteca, gli amici del cinema parrocchiale, voi che sopportate le mie letture.
Mi restano pure due nuovi protagonisti che ogni tanto nomino nei miei brani, due gatti del mio amico astrofilo Andrea, fratello di Hondo, due coccoloni, furbacchioni e diffidenti, Marte e Venere.

Marte

Venere

Marte, come sente la mia voce scappa terrorizzato e non riesco mai ad accarezzarlo. Venere, invece, da pochi giorni si lascia accarezzare sul divano ma sta sempre sul chi va là. Li adoro per come sono legati alla loro famiglia che li trattano da principi. Con loro sorrido, mi distendo, anche se dormono, però nel mio cuore so che lassù, non so esattamente a quale indirizzo, c’è sempre qualcuno………………………………………….

Febbraio 2013 Ebo Del Bianco

“Zia Rita” di Ebo Del Bianco

A Rita Levi Montalcini

Per tutta la tua vita hai pensato ed hai agito per gli altri, donando tutto il tuo impegno alla ricerca ed ai diritti civili, per migliorare la condizione della donna.
Cara zia Rita, lasci un vuoto incolmabile tra noi che sapevamo di avere in te una persona che ci ha sempre rappresentato con abnegazione nel mondo. Né moglie, né madre è stata la tua scelta, una scelta non dettata dall’egoismo ma dal tuo smisurato altruismo.
Nel mio paese, guarda che coincidenza, esiste una zia Rita, mai sposata e né madre, che ha sempre aiutato i suoi fratelli, i suoi nipoti ed altri, dando la sua piena disponibilità specie nei momenti di difficoltà. Non è una figura dallo spessore civico stratosferico come te, zia Rita, lei è bravissima ad aprire le porte di casa ai nipoti ed ai fratelli quando compie le sue opere d’arte in cucina.
Forse è il nome stesso, Rita, che casualmente dai tempi di Rita da Cascia a oggi fa tornare alla mente chi si occupa con dedizione del prossimo. Grazie zia Rita, per aver onorato il Senato, l’Italia, il mondo con la tua indimenticabile presenza, subendo anche da parte di qualche inqualificato criminale, la più vergognosa discriminazione.
Dare un’immagine chiara, trasparente, precisa ad una donna come te, per identificarla tra tanta confusione di ideali e di azioni, è un’impresa semplice. La tua immagine mancherà per questo motivo, tra tanti esseri, uomini e donne assediati dall’incoerenza, incapaci di linearità nel percorrere la vita. Michelangelo Antonioni avrebbe trovato in te l’immagine della donna perfetta nel suo film capolavoro: “Identificazione di una donna”. Invece ha dovuto fare un film per ricercare invano l’immagine identità di una donna. C’è sempre un qualcosa che non fà quadrare il cerchio, e l’identità sfugge. Tu zia Rita sei l’eccezione più tonificante tra tante regole fasulle. Il tuo spirito vivrà in eterno.
Ciao zia Rita, da un carneade tuo grandissimo ammiratore, né padre e né marito.
Al tuo perenne ricordo voglio dedicare un brano famosissimo composto da Leonard Cohen ed interpretato da un pianista israeliano di nome Yaron Herman con Matt Blewer al basso e Gerald Cleaver alla batteria: Hallelujah.

Febbraio 2013 Ebo Del Bianco

“Dexter Gordon: bohemian jazz-man” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: brano “Go!” del 1960 eseguito dalla seguente formazione:

Dexter Gordon – sax tenore
Sonny Clark – piano
Butch Warren – basso
Billy Higgins – batteria

Nato nel 1923 a Los Angeles, Dexter è stato il jazzista bohèmien per antonomasia: la sua vita è come un film. Il regista francese Bertrand Tavernier lo fa recitare come protagonista nel film “Round Midnight” che non è altro all’incirca ,che la sua biografia . Gordon emerge in piena era bebop con un suono particolare e originale che riassume in sé il be-bop e il jazz pre-bop. E’ stato sicuramente tra i primi ad applicare al sax tenore la tecnica rivoluzionaria di Charly Parker. Riesce a fare una fusione tra l’arte di “Bird” e mdi Lexter Young, ricavandone un suono che gli apparterrà per sempre e cioè “à la Dexter Gordon”. La sua tecnica musicale influenzerà per oltre 40 anni i musicisti del tenore. Gli stessi Stan Getz e sopratutto John Coltrane gli devono in grandissimo tributo. Esordisce nelle big bad, con Lionel Hampton ( ’40 e 43), Fletcher Henderson, Louis Armstrong e Billy Eckstine. Nel 1944, a 21 anni, si trasferisce a New York come freelance, suona con Charlien Parker e Dizzy Gillespie e incide da leader con la casa discografica Savoy. Nel 1946 sente il richiamo di Los Angeles e vi ritorna. Lì costituisce le formidabile coppia col sassofonista Wardell Gray che monopolizzerà la scena jazz della West Coast. Nel 1952, salta tutto perchè Dexter viene arrestato per droga. Resta inattivo fino al 1956 quando, ripresosi, viene nuovamente incriminato per droga. Ritorna nel 1960, firma con la Blue Note e incide una serie di capolavori quali “Go!”e “Our Man in Paris”, concepito nel suo esilio parigino assieme a due “cittadini speciali” e super musicisti quali il pianista Bud Powell e il batterista Kenny Clarke.
Nel 1962, all’apice della notorietà, decide di trasferirsi a Copenaghen. Per ben 14 anni resterà in Europa, salvo brevissime puntate negli Stati Uniti. In questi anni inciderà degli ottimi albuma con la casa discografica Steeple-Chase. Nel 1976 torna negli Stati Uniti e qui viene accolto come una grande star del jazz.Decide quindi di tornare a casa e cominciare una nuova vita. Con la casa discografica Columbia, incide un disco importante come “Homecoming: Live at the Village Vanguard”, con alla tromba il fuoriclasse Woody Shaw, e riprende a suonare in jazz club e festival. Poi nel 1986 arriva “Round Midnight” il film della sua vita. Quattro anni dopo scompare per sempre a Philadelphia. Che dire di questo fuoriclasse: un genio assoluto con tutte le sue componenti, estro, creatività, tecnica, sregolatezza (per me un pregio), amore per l’arte divina del jazz. Tengo a precisare che sia lui che Bud Powell non si trovavano a Parigi per un caso o per tournèè; molti musicisti di colore(non dimentichiamolo) negli Stati Uniti sono stati perseguitati per motivi non di droga, ma per razzismo. Quindi per loro era logico scappare sull’altra sponda dell’oceano e Parigi, come Stoccolma, o Copenaghen erano piene di questi musicisti, tanto per essere chiari. Ora mi vado a rivedere “Round Midnight” con assoluta tranquillità.
Dopo aver visto questa pellicola mi sono ancor di più convinto che Dexter è un vero pioniere capostipite del Sax Tenore, anche per il modo trasandato per come si presenta sul palco, trattando lo strumento come parte integrante del suo corpo, con note cariche di blues. Il film non è molto romanzato, quindi ne guadagna l’immagine totale che ne viene fuori di questo straordinario jazzista bohemian.

Febbraio 2013 Ebo Del Bianco

“Javier Girotto, ovvero la pampa nel jazz” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale.brano “Iguazù” autore J.Girotto eseguito da:
Luciano Biondini – fisarmonica
Javier Girotto – sassofoni soprano e baritono

Se il jazz, sin dalla sua nascita, è musica di contaminazione, Javier Girotto ne riassume l’essenza e la regola, mettendo assieme il linguaggio di origine afro-americana con la tradizione argentina e latina in diverse forme. Girotto è un musicista inquieto e curioso, sempre in tour a collaborare con tutti. Viene da Cordoba dove è nato nel 1965, di origine italiana. Già nel 2006 in “New York Sessions” con Ed Simon Piano, Ben Street basso, Jeff Ballard batteria, presenta questa fusione tra musica argentina ed afro-americana. Inizia da ragazzo a suonare nella banda comunale diretta dal nonno, che affidò a Javier il clarinetto piccolo in mi-bemolle. Aveva solo 8 anni. Verso i 15 passò al sassofono. Frequentò il conservatorio studiando clarinetto e flauto, dato che la cattedra di sassofono non esisteva, come del resto in Italia. Si avvicinò al jazz in modo avventuroso grazie ad un pianista che conosceva un po’ l’armonia jazz e il linguaggio delle sigle. Javier era stanco di tango e folklore, voleva sperimentare altro.Un collezionista gli fece sentire jazz e per primo il trio di Massimo Urbani, ma per Javier era non facile. Ascoltando Bill Evans, Javier ebbe la senzazione di poter entrare in quella musica. Un giorno a Buenos Aires arrivò un seminario della Berkley di Boston, . Javier lo frequentò e vinse la borsa di studio. Ma per andare a Boston, sorsero intralci burocratici a non finire, ma alla fine Javier vi riuscì. L’impatto col Berkley fu durissimo, perchè Javier si sentì sprovvisto di nozioni jazzistiche, ma la caparbietà, il continuo studio e confronto con quei musicisti fu faticoso , impegnativo. Studiò giorno e notte solo jazz per 4 anni, ed alla fine si potè considerare jazzista a tutti gli effetti. Ma suonare jazz negli USA non è semplice per un latino. I permessi vanno rinnovati ed è un problema. Nel 1991 venne in Italia per ottenere cittadinanza italiana, perchè attraverso quella procedura era più facile ottenere il visto per gli USA. Quindi grazie alla burocrazia italiana, Javier, si fermò a Roma. Roma è un covo di ottimi jazzisti, ed anche il tenore di vita è assai simile a quello argentino. Grazie a Roberto Gatto iniziò a suonare in giro con diversi ottimi jazzisti. Nel 1994 fondò il gruppo “Aires Tango”, ed iniziò a far ascoltare le sue ideee, la sua Argentina, filtrate attraverso il jazz. Dopo la metà degli anni ’90 tutti parlavano di Parigi come sogno del Jazzista. Anche Javier partì per quella meta, ma dopo un anno tornò a Roma, perchè Parigi non rientrava nei suoi gusti di vita. Javier non cercava il solito clichè del tango, ma desiderava partire da alcune arie per suonare altro.Di fatti rigettò il bandoneon nel suo gruppo.
Javier usa spesso i sassofoni estremi, soprano e baritono, perchè ottiene effetti meno consueti. Ma suona anche i flauti, ricercando musica nell’America Latina, Argentina ed Uruguay: Ed è proprio con quegli strumenti che trova sonorità, spesso estreme, aspre, spigolose, vigorose, molto fisiche. Quando si esibisce dal vivo sul palco si precipita in una suono aggressivo, non dolce, non stonato, ma molto vigoroso. Javier è una persona timida, riflessiva, ma sul palco si trasforma completamente. Spesso suona in duo specie ora con Luciano Biondini, grandissimo fisarmonicista, e Daniele Di Bonaventura, altrettanto valente fisarmonicista. Ma Javier ha anche suonato col gruppo “Latin Mood” con Fabrizio Bosso. Dal punto di vista fisico lui dice che è meglio suonare in 2, perchè si è continuamente occupati e stimola l’ispirazione. In gruppo invece, si hanno altri stimoli, altre soddisfazioni, altri suoni e si suona con meno intensità, ma c’è più festa. L’importante che si parta per rivelare mondi infiniti del Latin, andando in diverse direzioni. Solo in Argentina ci sono 325 ritmi di folklore, ma l’omologazione USA ha ridotto a poche unità la varietà ritmica del cosidetto Latin Jazz. Glielo fece notare un giorno Paquito D’Rivera suonando tutta una serie di ritmi “latini” differenti ed improvvisando ogni volta in modo diverso. Purtroppo questo è il lato oscuro della World Music discografica, che omogeinizza tutto, dà una visione superficiale e non approfondisce, mentre la conoscenza aumenterebbe anche l’ispirazione per la composizione.
Tutt’oggi Javier, ambasciatore delle Ande, collabora con tutti, con le forme più contaminanti per fondere il folklore latino col jazz. Oltre ad essere un grande del jazz contemporeneo, è davvero un piacere averlo conosciuto in tantissimi concerti, specie l’ultimo con Rita Marcotulli e Luciano Biondini, in un trio ad altissima gradazione come dice l’amico Claudio Cojaniz.

Febbraio 2013 Ebo Del Bianco

“Charlie Haden e la Liberation Music Orchestra” di Ebo Del Bianco

supporto musicale: Progetto e brano “Liberation Music Orchestra” del 1969.
Musicisti: Carla Bley – piano
Gato Barbieri – Sax tenore
Paul Motion – batteria -
Charlie Haden – Contrabbasso

Il disco “ The Shape of Jazz To Come” del sassofonista Ornette Coleman, dove Haden suona il contrabbasso, ha rivoluzionato la storia del jazz. Ed è stato proprio quel progetto a far lanciare Charlie Haden nell’Olimpo del jazz. Charlie è nato a Shenandoah nel 1937, ed è riconosciuto formidabile musicista jazz dal suono intenso e profondo.
Nato da una famiglia di musicisti, nel ’54 si trasferisce a Los Angeles per suonare con Art Pepper ed i pianisti Elmo Hope ed Hampton Hawes: Conosce Paul Bley e per 2 anni va col gruppo del pianista. Poi dal 1958 al ’60 passa con Ornette Coleman ed il suo rivoluzionario quartetto. Con lui incide dischi che hanno segnato la storia del jazz: “This Is Our Music” e “Free Jazz”. Al successo segue un periodo difficile: Haden è in clinica per liberarsi dalla droga. Ritorna a suonare a metà anni ’60, iniziando così una nuova fase musicale. Dal’67 al ’75 si unisce al pianista Keith Jarrett. Nel 1969 arriva un’altra svolta: fonda la Liberation Music Orchestra ed incide l’omonimo disco di chiaro orientamento politico. Il disco contiene anche un brano dedicato a Che Guevara: Dell’Orchestra fanno parte anche Carla Bley, Gato Barbieri e Paul Motion. Nel 1976 fonda il gruppo “Old and New Dream”, in cui suona con i colleghi del famoso quartetto di Ornette Coleman, quest’ultimo sostituito dal sassofonista Dewey Redman. Quindi si susseguono numerose collaborazioni in duo e nel 1982 con la Liberation Music Orchestra incide “The Ballad Of The Fallen”. Dal 1982 si sdoppia nei progetti incidendo con gli avanguardisti Egberto Gismondi e Jan Garbarek per l’ECM e rivitalizza il gruppo quartet West di orientamento musicale post Bop, con nuove incisioni. Nel 1989 registra una serie di concerti dal vivo , pubblicati in tempi diversi, al festival jazz di Montreal, a lui dedicato, con partner d’eccezione come Joe Handerson, Gonzalo Rubacalba, Geri Allen, Don Cherry e Pat Metheny. Negli anni ’90 accompagna prestigiosi pianisti come Hank Jones in “Steal Away” e Kenny Barron in “Night and the City”, per la Label Verve.
Tutt’oggi, a 75 anni, Haden è attivo più che mai impegnato in nuovi progetti ed eccitanti collaborazioni. Ultima la nuova performance con la Liberation Music Orchestra (la 5a) intitolata “ Not in Our Name”, un disco politico e critico verso l’operato del Presidente USA George W.Bush.
L’amico pianista e jazzista straordinario Claudio Cojaniz prima di fondare gli attuali Red Devils fondò un gruppo N.I.O.N orchestra il cui progetto dal tono intensissimo fu giudicato molto bene dalla critica e nel nome e non solo si rifaceva a quel “Not in Our Name”.

Febbraio2013 Ebo Del Bianco

“Homage to Clifford Brown & Booker Little jazz trumphet” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: Summit Trumphet Time in jazz live in Berchidda,
brano “Joy Spring” autore Clifford Brown, arrangiamento Marco Tamburini:
musicisti: Franco Ambrosetti – tromba
Flavio Boltro – tromba
Fabrizio Bosso – tromba
Paolo Fresu – tromba
Marco Tamburini – tromba -
Stefano Bollani – piano -
Enzo Pietropaoli – contrabbasso –
Roberto Gatto – batteria -

Clifford Brown e Booker Little, due grandissimi trombettisti jazz, hanno vissuto poco, uno solo 26 anni, e l’altro 23 anni, ma hanno lasciato un segno profondo nel jazz. Clifford Brown, nato nel 1930, ha rivoluzionato il suono della tromba nel jazz, assimilando in poco tempo la musica di Dizzy Gillespie e Fats Navarro,costruendo una originale linea melodica sostenuta da una tecnica ed una velocità d’esecuzione stupefacenti. Sono sue le composizioni standard “Sandu e Joy Spring”. A 15 anni già suona la tromba, a 18 esordisce nel jazz club di Philadelphia accompagnando Miles Davis, Max Roach e Fats Nevarro che gli diviene amico e lo incoraggia a proseguire. A 20 anni un grave incidente d’auto lo tiene lontano dal jazz per 3 anni. Torna nel 1953 aggregandosi al pianista Tadd Dameron ed all’orchestra di Lionel Hampton. Nel 1954 è col grandissimo batterista Art Blakey e con lui registra dal vivo due super dischi al Birdland club, il locale intitolato a Charlie Parker. Al sax in quell’occasione gli fa da spalla Lou Donaldson. La Down Beat lo celebra come nuova stella dell’anno. Nell’estate del 1954 si trasferisce in California col batterista Max Roach, col quale dà vita ad uno dei migliori gruppi di hard bop di sempre. Al sax c’è Harold Land, Richie Powell al piano, George Morrow al contrabbasso e Max Roach alla batteria, e nel 1955 incide il suo migliore lavoro “Study in Brown”, mostrando una padronanza dello strumento stratosferica, con tecnica, velocità, lucidità e perfezione impressionanti. Qualche mese prima della sua morte, compare nel disco “Plus Four” di Sonny Rollins, suonando divinamente sollecitato anche dal suono del sax tenore di Sonny. Quindi all’apice del successo, un secondo incidente stradale a soli 26 anni lo ruba al mondo del jazz. Con lui muore un genio del jazz. Tutti i trombettisti di scuola hard bop come Lee Morgan, Booker Little e Freddie Hubbard venuti dopo di lui, gli devono un grandissimo tributo.
Booker Little era nato nel 1938, e come Clifford, quasi per una sorta di maledizione, anche lui lascia in anticipo, a soli 23 anni, il mondo terreno. Era considerato l’erede di Clifford Brown, del quale avrebbe proseguito e modernizzato la lezione impartita anni addietro. Booker era in possesso di una suono caldo, brillante, fluido, che si caricava di swing durante le improvvisazioni, ma che sapeva essere anche lirico e profondo. Un jazzista originale, cresciuto in una famiglia di musicisti a 12 an.ni studia il clarino, ma lo abbandona molto presto per la tromba. In quel periodo l’ambiente musicale della sua città natale Memphis è stimolante perchè pullula di importanti musicisti come il sassofonista George Coleman, i pianisti Harol Mabern e Phineas Newborn. Con Newborn, Booker fà le prime esperienze. Si trasferisce a metà anni ’50 a Chicago per studiare al conservatorio. Qui entra nel giro del sassofonista Johnny Griffin e suona nel suo gruppo, il MIT + 3. Nel 1958 è nella band di Max Roach, in sostituzione di Clifford Brown. Nell’anno in cui resta con Max incide e tiene concerti. Si trasferisce quindi a New York dove intraprende l’attività di sideman. Accompagna il pianista Mal Waldron, registra con Abbey Lincoln, suona nel disco “Africa/Brass” di John Coltrane e si esibisce con Eric Dolphy al club Five Spot, incidendo live il mitico disco “At the Five Spot”. Nella sua breve vita riesce anche ad incidere alcuni dischi da leader. Il primo è “Booker Little 4 and Max Roach con Tommy Flanagan al piano, Art Davis al basso, Max Roach alla batteria, George Coleman al sax. E’ un di sco energetico. Tuttavvia il miglòiore resta “Out Front” del 1961, una sorta di canto del cigno suonato con intenso e struggente lirismo. Sono 7 composizioni scritte arrangiate e dirette da Booker, ed è straordinaria la sua maturità musicale. Poi, a soli 23 anni muore di uremia, una grave malattia.
Sono stati due grandissimi jazzisti, sfortunatissimi per la loro immatura scomparsa, ma hanno fatto scuola tra i giovani trombettisti che si ispirano al suono particolare delle loro trombe, alla loro tecnica, al modo di suonare in live concert nei locali più famosi del jazz e storici come Birdland dedicato a Parker ed il Five Spot il locale preferito di Thelonious Monk.
Chi vi ha suonato assieme ha goduto la fine del mondo perchè l’estro di questi due non aveva confini.

Febbraio 2013 Ebo Del Bianco