Monthly Archive for Marzo 2013

“Verso Nord, ore 3 del mattino in giro per Milano” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Maestro della voce” dedicato a Demetrio Stratos – autori PFM – eseguita da Bernardo Lanzetti group – metropolitan rock

La notte è inoltrata: dalla periferia al centro della città il tragitto è sempre interminabile. Un uomo solo, senza identità, sta iniziando, tra evidenti rischi, questo percorso. Il suo obiettivo è tornare verso le luci del centro come tanti anni fà. La città in questione è un dolce segreto da svelare: Milano. A quei tempi, di primo mattino, da Lambrate fino al Duomo, si saliva di corsa su tram, bus e metrò. Di giorno, Milano, si presentava in tuta da lavoro o in giacca o cravatta con la 24 ore. Ora il percorso inizia con la musica in cuffia, da corso Lombardia, con la stessa melodia:” In giro per Milano, sotto un cielo sempre nero, occhi chiari ed una espressione da guerriero”. Era il simbolo del rock metropolitano, coinvolgeva con dinamismo tutta questa straordinaria città. Oggi, quel signore, da Lambrate al centro si sta avviando con qualche timore. Poca gente per strada, rari incontri ravvicinati con offerte indecenti oscillanti tra ambiguità ed illegalità: ma l’uomo procede senza fermate. Milano è diversa, si sente anche nell’aria, fa eco col passato solo il sibilo di qualche ambulanza di passaggio e la sirena della polizia. I palazzi di notte sembrano più grandi, più alti, ed a quest’ora, al loro interno, i computer tacciono, gli ascensori sono fermi, le porte quasi sigillate. Si è circoscritti da un’atmosfera di attesa, perche è in quelle stanze che, di giorno, si avviano affari di grossa portata, che trovano brevissimi intervalli nei bar sottostanti. Da ogni piazza di Milano si snodano 4 strade, l’orientamento, quindi, è semplice anche di notte. Il signore si avvia verso Corso Buenos Aires, la via più lunga di Milano. Miracolosamente, alle 5 di mattina, col sole lontanissimo dal sorgere, all’angolo trova forse l’unico bar aperto in zona. Il signore si siede per il solito decaffeinato, mentre da un lettore di Cd esce questa musica:”in giro per Milano, sotto un cielo sempre nero……..”, dedicata ad un grande del passato rock milanese, Demetrio Stratos.
Il centro ora, si avvicina come l’alba. A quei tempi , da queste parti, vicino S.Babila, si respirava il fumo acre della ennesima protesta. Ora si respira lo smog delle polveri sottili. Servirebbe la mascherina come in fabbrica. Il duomo è sempre lo stesso, con la Galleria a fianco. Ma c’è una cosa che risalta immediatamente all’occhio del signore: la pubblicità . Ha invaso tutti gli spazi con offerte, saldi, proposte di vantaggiosi acquisti, ma quel signore ora mira ai quartieri del Ticino, dove un tempo, in osteria, si cantava:”Milan l’è un gran Milan”. Via dal centro quindi, via dal lusso quasi impossibile da sognare, e via col primo bus verso il Ticino. Arrivato in poco tempo, scende ed in una piazzetta ritrova la vecchia osteria di allora. Ma i 4 signori anziani del tresette, non ci sono più. Al loro posto ci sono 4 ragazzi che giocano a Playstation. Chissà dove saranno gli anziani in questa città? Forse saranno nei centro sociali o al Pio Trivulzio. Al Ticino non se ne vedono in giro al mattino presto. Allora al signore salta in mente un’idea: prendere il bus per recarsi verso uno dei luoghi più chiacchierati di Milano: La Bocconi. Quando vi giunge davanti, gli arrivano delle visioni quasi felliniane nell’osservare la sfilata a tempo di danza coi pattini di illustri docenti, reliquie della cultura. In effetti sono grandi insegnanti, docenti accademici che usano i libri per infondere cultura. Nei libri ci sono tutti gli ingredienti per formarsi e crescere, ci sono i fondamentali; ma quel signore
ormai abbagliato da quelle visioni sacre, ama la strada, Jack Kerouac, perchè è lì che non esiste il linguaggio di ieri, già passato. Sulla strada, ogni essere che vi transita, viene inaffiato continuamente da una nuova rugiada culturale. La società della strada, non è quella intravista dal buco della serratura, come la ragazza delle tentazioni. La Società vera è sulle piazze, sulle vie adiacenti, nel metrò, sui bus, e procede sempre di corsa, qui a Milano, per arrivare sempre in tempo nella vita.
E quel signore, ormai soddisfatto e senza allucinazioni, se ne va in stazione Centrale, per prendere subito quell’ultimo treno verso casa. Milano oggi è unica per la sua immensità, ed ha per questo, un fascino terribile.
Il treno parte dal solito binario, e si avvia molto lentamente.Dal finestrino s’intravede quella casa di Lambrate, ma sul terrazzo non c’è più la signora che annaffia i fiori: è trascorso troppo tempo. Milano è l’immagine di un Nord superpotente ma allo stesso tempo ospitale ed aperto, proprio come allora. Non si intravedono linee di confine, non ci saranno mai. La passione italiana scorre dal Monviso al mare fino al profondo sud. Le follie ideologiche che vedono in Milano un capitolo a parte di un’Italia divisa, sono destinate a svanire. Milano tra le sue nebbie, tra le sue vie, le sue piazze, i suoi palazzi, è un organo vitale del corpo Italia.
Quel signore è già tornato dal viaggio, con tanti messaggi d’amore da inviare verso Nord, verso Milano, a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi posto, compreso il casello autostradale di Melegnano
dove 300 autovetture sono in attesa di entrare ed uscire con una emissione spaventosa di ossido di carbonio. Milano non ha più confini, arriva dappertutto, magari fino a Bergamo od oltre il Ticino.
A quel signore in giro per Milano alle 3 di mattina resta siempre l’espressione da guerriero come ai bei tempi.
Marzo 2013 Ebo Del Bianco

“I tre fratelli Jones: Jazz in famiglia” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale da: My Favorite Things: ”Summertime”.

Musicisti:
JOHN COLTRANE sax tenore e soprano
ALFRED MCCOY TYNER piano
ELVIN JONES batteria
JIMMY GARRISON basso

Elvin è sicuramente il più famoso degli altri due fratelli Hank e Thad. Elvin; è la leggenda tra i batteristi. Tutti hanno studiato il suo metodo di suonare. Nel famoso quartetto di Trane, Elvin ha dato una svolta all’improvvisazione drummer. Partito dal be-bop, ne ha modificato l’assetto aggiungendo variazioni nuove all’accompagnamento. Elvin sviluppava soluzioni ritmiche imprevedibili, molto soggettive, andando oltre il poliritmico collettivo. Con lui cambia il ruolo della batteria, ponendosi allo stesso livello degli altri strumenti. A New York ha collaborato dal ’55 con Rollins, Miles, Byrd e J.J.Johnson. Nel 1960 si forma lo stratosferico quartetto di Trane. Quindi incide da solista dischi guidando ogni tipo di Gruppo come gli Elvin Jone’s Jazz Machine, creati nel 1990. Si spegne a 77 anni. La sua fama di grandissimo batterista è sempre stato un punto di riferimento per tutti i batteristi del mondo.

Hank, pianista, è il più anziano dei Jones. Segue lo stile di Art Tatum, ma, partito dal be-bop si è adattato a diversi generi di jazz. Dal ’46 a ’47 è stato pianista di Coleman Hawkins, e dal ’47 al ’53 è stato con Ella Fitzgerald, ha incisocon Byrd, ha suonato con Cannobal Adderly in “Somethin’ Else”. Richiestissimo come sideman per la sua capacità di adattamento a tutto il jazz, vanta una prestigiosa carriera di collaborazioni. Hank, un pianista sensibile, profondo, espertissimo di ogni sfumatura del jazz, ogni suo tocco sa di storia, di tradizioni, che si rinnova nalla Modern Art.

Thad, il secondo dei Jones per età, è un trombettista di enorme talento, dotato di un suono particolare e originale discendente dal be-bop. Variopinto compositore, ha raggiunto la fama nel 1954 come trombettista della orchestra di Count Basie fino al 1962.
A soli 16 anni aveva suonato con Sonny Stitt, dal ’50 al ’53 col sassofonista Billy Mitchell, quindi con Basie e Mingus. Le incisioni da leadere sono “Fabulous That Jones”, un capolavoro così come “The Magnificent That Jones”. Nel 1965, col batterista Mel Lewis fonda la celebre orchestra intitolata ad entrambi. Questa grandissima big-band ospiterà negli anni grandi jazzisti di forte caratura. Dopo diversi anni a Copenaghen, aveva lasciato l’orchestra nel 1979 e nel 1984 torna come direttore nella big-band di Basie. Vi resta un anno, poi si ammala e nel 1986 muore.

Questa famiglia di grandi jazzisti rimarrà nella storia di questa straordinaria musica, ma il fatto singolare che insieme ufficialmente non hanno mai formato un gruppo.

Marzo 2013 Ebo Del Bianco

“Gerry Mulligan number one sax baritono” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale brano: My Funny Valentine eseguita da:
Chet Baker tromba
Carson Smith al contrabbasso
Chico Hamilton batteria
Gerry Mulligan sax baritono

Nato a New York nel 1927, è stato assieme a Chet Baker, il capostipite del Cool Jazz della West Coast, il jazz freddo, rilassato, che allude ad uno stile cerebrale, distaccato, fatto di sonorità cristalline e trasparenti. E’ stato il più grande suonatore di sax baritono nel jazz. Come primo biglietto da visita, è stato nel super gruppo di Miles Davis in “Birth of the Cool”. Il suono del baritono è per sua natura rauco e stridente; ebbene Gerry l’ha trasformato in suono leggero, tondo e veloce come un sax alto. Come arrangiatore, otteneva dai suoi musicisti un suono soffice, vellutato, non comune, elaborato come un intreccio tra gli strumenti a fiato.
Esordì come pianista ed anche col sax alto; verso la fine degli anni ’40 si trasferì a New York. Fu Miles Davis che con “Birth of the Cool” lo attestò con stima come suonatore di baritono e compositore e lo soprannominò “Jerù”. Solo nel ’51, col solito ritardo, la critica comincia ad accorgersi del suo talento. Si trasferì a Los Angeles e scrive partiture per l’orchestra di Stan Kenton.
In contemporanea, elabora un progetto intrigante per un gruppo senza pianoforte.Ecco i componenti del favoloso quartetto: Chet Baker tromba, Carson Smith al basso, Chico Hamilton alla batteria, Gerry Mulligan sax baritono. E’ il super gruppo della West Coast, ma Chet Baker rovina tutto finendo in carcere per droga. Il quartetto si scioglie; nel ’54 Gerry ne fonda un altro e nel frattempo tiene concerti e suona anche in splendidi dischi col trombonista Bob Brookmeyer, Art Farmer, Zoot Sims, Ben Webster e Stan Gets. Negli anno ’6o lo vedono in tournèe con la sua orchestra “Concert Jazz Band”con cui terrà un memorabile concerto al Village Vanguard di New York, al quale prenderanno parte anche il trombettista Clark Terry e Bob Brookmeier. Nel 1974, registra un disco importantissimo col fisarmonicista argentino Astor Piazzolla, “Summit”. Nel 1964 scioglie la big Band e si associa al pianista Dave Brubeck fino al 1972. Continuerà a suonare instancabile anche come compositore, arrangiatore e produttore di dischi, creatore di gruppi sperimentali. Si è soffermato spessissimo anche in Italia. Sarà plurivincitore nel corso degli anni delle classifiche del Magazine “Down Beat”.
Si spegne all’età di 69 anni passando alla storia del jazz come il pioniere del baritono e del cool jazz.

Marzo 2013 Ebo Del Bianco

“Tony Williams: the best drummer” di Ebo Del Bianco

Brano di supporto: “Emergency” eseguito da Larry Young organo Hammond, John Mc Laughlin chitarra, e Tony Williams batteria.

Nato a Chicago nel 1945 (classe di ferro!) a 17 anni questo prodigioso batterista ha fatto capolino sulla scena del jazz mondiale suonando nel leggendario quintetto di Miles Davis che era così composto:
Ron Carter contrabbasso, Herbie Hankock piano, Wayne Shorter Sax tenore e soprano, Miled Davis Tromba, Tony Williams batteria.
Da ricordare l’album E.S.P. Preludio al periodo elettrico.Tony Williams è portatore del patrimonio percussivo da parte di Chick Webb e passa per Art Blakey e Max Roach. Ha rappresentato nello stesso tempo tradizione ed innovazione. Era dotato di un suono potente, originalissimo e di un ritmo impressionante che lo poneva alla pari di Elvin Jones. Tony possedeva una tecnica mostruosa: ha sicuramente rivoluzionato il ruolo della batteria all’interno sella sezione ritmica. In quel celebre quintetto vi resterà per sei anni, splendidi, accumulando successi notevoli e storiche registrazioni anche live. Nel frattempo inizia da leadere incidendo l’ottimo “Life Time”, a cui partecipa un cast di stelle: Sam Rivers, Bobby Hutcherson, Herbie Hancock e Ron Carter ed altri session man di prestigio. Suonerà inoltre in diversi gruppi con Jackie Mc Lean, Eric Dolphy, Andrew Hill, Sam Rivers ed Herbie Hancock. Nel 1969 lascia Miles e forma un trio con John Mc Laughlin e Larry Young, “Lifetime”. Incidono il loro primo album intitolato “Emergency” che pone le basi per la nascita della fusion. Questo trio importantissimo non porta tanti soldi e si scioglie abbandonato da Mc Laughlin che già pensava alla Mahavisnu Orchestra. Nel 1975, Tony cerca di metterne insieme un altro ma con scarsi risultati. Nel 1976 prende parte con gli esuli del quintetto di Davis al progetto V.S.O.P. A metà anni ’80 mette su un interessante gruppo hard bop che si scioglierà nel 1995. Nel 1997 a soli 52 anni il cuore lo abbandona e Tony Williams ci lascia lasciando un vuoto nel jazz. Lo vidi coi reduci di E.S.P. All’antistadio di Bologna a metà anni ’70. Sulla batteria sembrava una trottola, una accompagnatore micidiale, totale, imprevedibile in continui fraseggi tra charleston, rullante e piatti. Lui e Billy Cobhan restano i drummer che più ho amato dal vivo, per le novità che hanno portato nel jazz, noi che negli anni ’70 eravamo molto vicini anche al rock. Ciao Tony e Thank You for your revolution in the jazz.

Marzo 2013 Ebo Del Bianco

“Piccolo fiore” di Ebo Del Bianco

Una riflessione metafora ispiratami da una giovane ragazza senza lavoro e malinconica.

Supporto musicale: Da “Speaking of now” il brano “You” – Pat Metheny Group, voce solista
Richard Bona.

Notte triste e malconcia
spogliati di ogni frammento di oscurità
sollecita il sole sbiadito e falso
ad eccitarsi per una nuova pagina.
Piccolo fiore underground
la tua malinconia attende
lo sguardo sfuggevole
di un sole lontano e bugiardo.
Piccolo fiore risorgerai
in una sognante foresta
tra il verde dei tuoi sogni.
Piccolo fiore risorgerai
per frantumare il buio crudele.
Risorgerai e sarai rosa por siempre
ed il sole finalmente
accenderà i suoi riflettori.

Marzo 2013 Ebo Del Bianco

P.S.: a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno intuito un segnale di buon auspicio nella poesia, dedico
“Thank You” cantata dalla splendida Alenis Morisette

Cine racconto – “Ricordi d’infanzia” di Ebo Del Bianco

Musiche di supporto: Smoke gets in your eyes – interpretata dai Platters
Il nostro cocerto – autore ed esecutore Umberto Bindi
Tea for you cha cha cha – orchestra Tommy Dorsey

“Svegliatevi,si va al mare!” Diceva la mamma a noi tre fratelli. E noi correvamo giù di corsa dal letto a prepararci per prendere la corriera. La mamma era precisa, esigente, ci teneva ordinati, non ci faceva mancare nulla: era il vero pilastro di casa nostra. Era nata a Roma, in Romagna vi arrivò da sfollata durante il fronte assieme ai suoi genitori. Mio padre allora, dopo l’8 settembre fuggì via dalla Sicilia dove prestava servizio in aereonautica, ed arrivò a casa travestito da donna. Si rifugiò sulla soffitta del teatro del mio paese e, dopo aver incontrato mia madre, giovane bellissima, ho saputo col tempo di essere stato concepito sulla soffitta di quel teatro. Sarà una casualità, ma io sono sempre stato legato al teatro. Quindi al mattino d’estate, tutti in corriera a Cattolica al mare, alla piattaforma o vecchio pontile, oppure dal bagnino Peppe fisarmonicista d’inverno, amico di mio padre. La domenica invece, assieme anche a nostro padre andavamo al mare vicino Misano ai famosi Tamerigi, dove oggi c’è Portoverde.
Arrivati a Cattolica, subito in spiaggia ed un bagno prolungato in acqua. La spiaggia, a differenza di oggi, era satura di ospiti esteri. Ma a me piaceva oltre l’acqua, anche ascoltare le canzoni al juke-box al bar in spiaggia. Ricordo sempre la bellissima canzone dei Platters ”Smoke get’s in you eyes”che era gettonatissima. Sul pontile, invece, quando arrivava il ballerino Randai dal juke box partiva la versione cha cha cha di “Tea for you” e quel fuoriclasse cattolichino della danza la improvvisava figurata e scalzo con una ballerina di colore che di sera si esibiva al night. I miei fratelli erano amanti dell’acqua, io invece preferivo ogni tanto osservare la vita di spiaggia ed ascoltare la musica. La pausa pranzo si faceva dalla “zia Adelina” alla Mensa Romagnola, vicino al Dancing Esedra. La pastasciutta di Adelina era spettacolare, e la fame al mare era tanta. Dopo mangiato, le orchestre che di sera si esibivano all’Esedra, facevano prove, e così, nascosto tra i tavoli, ho potuto ascoltare Hengel Gualdi, Pier Giorgio Farina, Giovanni Fenati, Paolo Zavallone e tanti altri grossi musicisti. Per ballare, allora, non si usavano dischi, ma c’era la musica dal vivo che è ben altra cosa!
Quindi al pomeriggio di nuovo tutti e 4 al mare. Ad una certa ora si tornava a casa, ma per me il divertimento iniziava quando con mio padre ci si preparava per andare a suonare al caffè concerto Roma alla piazza delle fontane a Cattolica. La mamma mi vestiva con pantaloni neri, una camiociona tipo sudamerica, rossa di colore, con alle maniche sfrappe verdi. Mio padre, suonava la batteria, ed io le congas, i bonghi e le maracas. Avevo si e no 10 anni. Una sera, mentre Luciano Gennari con la fisarmonica iniziò il brano samba “Tico Tico”, mi scatenai coi bonghi. In prima fila era seduto il famosissimo maestro e compositore Carlo Alberto Rossi, quello di “E se domani….”, che si avvicinò a me mentre suonavo, e m’infilò nelle tasche una stecca di cioccolata che, logicamente col calore estivo e sudore, si sciolse in tasca. Meno male che indossavo pantaloni neri!
A casa la mamma non mi accolse con baci ed abbracci. Quando finivamo di suonare al Roma, verso mezzanotte si andava a mangiare la pizza dal mitico Marino, poi tutti all’Esedra ad ascoltare la musica da sogno che mi ha fatto innamorare e legarmi al jazz. Hengel Gualdi ed il suo clarinetto, con Polvere di Stelle ed Un Americano a Parigi, era il preferito di noi due che veramente abbiamo sognato l’America, New York, Las Vegas, Harlem.
Poi piano piano si diventa giovanotti, si va alle superiori, mi trasferisco perciò a Roma dai nonni materni, ed i miei genitori in Germania per lavoro assieme a mio fratello. Mia sorella studiava presso una zia suora in toscana: Quindi eravamo un po’ tutti sparsi qua e là. Si cresce quindi, ma a 16 anni arriva la prima batosta: la morte della mamma a soli 36 anni per un male incurabile dopo 4 mesi di cure. E’ deceduta a Roma, la sua città natale. Tutta la nostra famiglia restò psicologicamente distrutta e scombussolata, perchè la mamma è sempre stata la guida per noi tutti. Alle medie superiori al terzo anno, feci molte assenze, questa tragedia cambiò radicalmente la mia vita, ma a scuola mi ripagarono con la promozione a giugno. Vinsi anche una borsa di studio per uno scritto
sulla religiosità di Alessandro Manzoni. A scuola conobbi la mia insegnante d’inglese, Maria Luisa, poco più che trentenne, capelli brizzolati, un viso identico a quello di Jeanne Moreau. Al primo impatto mi detestò infilandomi in profitto il voto 1 per una domanda fuori posto. Quando col tempo condivisi con lei la passione per la letteratura, nacque una reciproca simpatia. M’invitò un giorno al teatro Sistina ad assistere ad edizione in inglese di “My Fair Lady”. Maria Luisa era bellissima, io ero emozionatissimo. Giuro di non aver capito una parola della commedia musicale, io vedevo solo la bellezza di Maria Luisa. In quella commedia, ad un tratto, riconobbi il motivetto ballato da quel Randai sulla spiaggia……
Quando lasciai Roma per tornare a casa, in Stazione c’era anche Maria Luisa che mi regalò un gigantografia di un ghiacciaio dolomitico per rilassarmi. Roma è rimasta nel cuore. I ricordi d’infanzia sono i più belli perchè li vedi sfumati, come un vecchio quadro, o come sfogliare un vecchi album di foto. Oggi siamo rimasti in 3, tre fratelli. Mio padre, dal momento della scomparsa di mia madre era molto cambiato, e sono certo che è stato sempre legato a lei fino al giorno in cui un mattino presto ci lasciò per andare da lei. Ogni volta che ascolto “Stardust” ho gli occhi rossi, come alla sera all’Esedra quando la suonava Hengel, ed eravamo in due commossi ad ascoltare.
Ora coi miei fratelli da adulti, i problemi quotidiani in questa società, peggiorata da allora, sono tanti, ma tutti e 3 non abbiamo più paura di nulla. In quel vecchio quadro , in quel vecchio album di foto, noi 3, ora adulti, con personalità giustamente diverse, ci siamo ancora a completarlo.
Non c’è più la spiaggia come allora, i locali di notte, l’Esedra, la Mensa Romagnola, il caffè concerto.
Ora c’è la società prevista a suo tempo da Michelangelo Antonioni, una società in preda a nevrosi e depressione, ormai prigioniera del dio denaro che sta distruggendo tutti i rapporti umani,anche quelli più intimi. Dedico alla mia famiglia un brano tanto caro e che piaceva alla mamma Maria Pia ed al babbo Cesare: “Il nostro concerto” autore ed esecutore Umberto Bindi.

Marzo 2013 Ebo Del Bianco

Cine diario “Black Sun” (Sole Nero) di Ebo Del Bianco

Cronaca di un pomeriggio di fine inverno.
Musica di supporto:”Sweet child in the time” live Deep Purple 1970.
“Mediterranean” Fahir Atakoglu flamenco band.

Marte, sdraiato come un felino con le gambe spalancate, lingua in fuori, tutto assai simile ad un quadro con sottofondo un vecchio pedalò che lo ospita: arrivo di corsa e così si presenta ai miei occhi. Naturalmente quando si accorge del mio disturbo, scappa via nel suo nascondiglio sotto un timido sole. E’ l’inizio di un pomeriggio di un giorno paradossalmente da cani for me. Il sole di mezzogiorno stuzzica una sbirciatina telescopica da parte di mastro Andrea, amico astrofilo. Siamo ancora in inverno, ed il sole con le sue macchie scure non si smentisce mai. Osservo con Andrea quello spettacolo celeste lontanissimo, mentre Alberto inizia ad eccitarmi con un vero nostalgik rock incazzation: I Deep Purple. Dovevano essere i primi ad esibirsi al Santamonica Rock Festival del 1974. Invece niente free music (pericolo pubblico), come rammentai a John Mahavisnu Mc Laughlin 2 anni or sono a Fano Jazz. John mi strinse la mano perchè capì al volo che per decenni ho maldigerito quella vigliaccata al Santamonica, in cui doveva esibirsi anche lui con la sua straordinaria Band Rock-jazz.
“Alberto dai tutto volume, fammi sentire quegli indomabili Deep Purple”. Quell’atmosfera irripetibile l’ho vissuta direttamente assieme al grande David Zard. E’ inutile ragazzi, giovani, non potrete mai capire cosa sia il rock per i diversamente giovani, che voi francobollate per l’età. Noi abbiamo avuto il difetto di avere testicoli di acciaio , di non esserci mai venduti, di non aver mai scambiato il sacro col profano. Abbiamo sempre rifiutato caramelle e giochi di bambole, anche di carne. Il sacro per noi allora come oggi, è un paio di blue jeans, una maglietta a striscie orizzontali, oppure una maglietta con l’immagine di Jimi Hendrix, ed una ragazza di cui potersi innamorare. Noi odiamo i divieti, le regole fasulle imposte nel costume di vita. Purtroppo molti di voi si sottopongono a certe regole ed abitudini e non vi accorgete che alla deriva vi arrivate per primi assieme a questa società consumistica usa e getta. Donatevi pure corporalmente per un minuto di falsa illusione, ma non avrete vie d’uscita finchè userete gomme per cancellarci, discriminarci e strapperete così pagine intere di verità sacrosante. Consumate tutto, anche l’aria che non c’è, noi, diversamente giovani, non vi possiamo seguire.
Andrea mi chiama al telescopio, è l’ora giusta per osservare, così corro di corsa ed ecco il sole più incazzato di me con le sue macchie nere. Beati coloro che ricevono quel calore estivo, mentre qui in questo momento sono le performances dei Deep Purple a ricaricarmi le batterie e darmi calore.
Marte sta sul tetto ed osserva un piccione sperando in una sua scivolata fatale. Alberto continua a martellarmi con live super di Rod Stewart & Tina Turner col famosissimo “Get Back”.
Più tardi a casa mi attende l’altra musica, quella che spesso m’invita a percuotere il cuore e la mente.
Questa pomeriggio di rock incazzation se ne sta volando via veloce, il sole cala ad ovest e Marte si rifugia dietro i termo di casa. Grazie amici di questo tempo passato con voi in modo tonificante, nonostante gli sbadigli dell’adolescente nipote Karim reduce dalle fatiche scolastiche post elezioni.
Ora che sono tornato a casa, ritrovo la musica di Fahir Atakoglu al piano, con la sua cosmopolita band, in compagnia di Horacio El Negro alla Batteria, Bob Mintzer al sax, Randy Brecker tromba, John Patitucci al bassoe tutto il restto della band. Con questo “Mediterranean” si viaggia verso Istambul e si va verso uno scatenato flamenco spagnolo. Se permettete, adesso suono anch’io, sperando di non sfasciare un secondo angolo della tavola. Voi ragazzi, continuate a fare “i buoni, i bravi, gli ubbidienti” e vedrete presto noi on the road ad agitare le nostre idee e rivendicazioni.
Noi on the road e voi sui banchi a studiare latino e greco con un futuro senza meta. Purtroppo non siete rock, non siete sconvolgenti, siete molto piatti. Siamo noi da sempre il vero Tsunami, anche fuori rete. Siamo lo Tsunami che non sta scritto in nessun Vangelo, quello che arriva senza preavviso. Adesso vado a suonare, voi studiate, tra poco sarete certificati olimpionici come l’uomo sapiens, ma mai diversamente giovani senza età come noi.
Marzo 2013 Ebo Del Bianco