Monthly Archive for Maggio 2013

“Viaggio in rete: l’amicizia informatica” di Ebo del Bianco

Musiche di riferimento: Brano “Transalpando” autore Stefano De Bonis e Garrincha autore Antonio Zambrini – eseguite da:
Michele Francesconi – piano
Paolo Ghetti – double bass
Carlo Alberto Carnevali – Drums.

Per questa occasione, per questo viaggio, non mi servirò di veicoli convenzionali ed immaginari, entrerò in una grande sala, mi avvicinerò ad una lunga tavola, ed eccoli là, già tutti in fila, allineati come dei soldati: i computers. Mi siedo come su un vagone tutto riservato ai miei gusti, alle mie esigenze ed inizio così questa mia navigazione. Mi sta aiutando in questa quotidiana esplorazione in rete, l’amico Michele Francesconi ed il suo piano che non mi fanno mancare jazz per un solo secondo in questa avventura, “transalpando” beatamente come su un immaginario piroscafo da un posto all’altro. Sul computer si apre la finestra, e mi rendo conto che anche oggi siamo in tanti, sempre più numerosi, tutti a ricercare l’espressione di sintesi, e se non è possibile, basta comunicare col silenzio: oggi molto in voga. In rete offro e ricevo amicizia gratuita anche verso chi non so proprio chi sia. L’amicizia informatica è il frutto della tecnologia che rende la comunicazione possibile ovunque.
Al di là dell’Oceano, l’amico prediletto, quello del “fosso del pallone”, quello del “vespone” galeotto, non chiama in rete. Corrado chiama al telefono alle 22 di sera, quando alle Cascate del Niagara sono le 16. “Helloo! Quando vieni a Montreal?” E pensare che a Montreal c’è anche un festival jazz da mille ed una notte……………..
Il valore della nostra amicizia è sacrosanto, intoccabile, indistruttibile, perchè da ragazzi siamo cresciuti insieme.
“Corrado, guarda come sono ridotto, seduto a navigare in giro per il mondo! Meno male che c’è Michele a sostenermi rigorosamente in cuffia col suo trio”. Non è semplice addestrarsi quotidianamente a questa esercitazione informatica.
“E’ un rigetto generazionale”, mi suggeriscono da Lassù tre signori non a caso: “Federico, Michelangelo e Tonino”. Con l’immaginazione viaggio ovunque, senza passaporto, senza il terrore della sintesi. Qui, lanci un complimento giusto in rete alla persona che lo fraintende, ed imperterrito cala il silenzio come un sipario che ci divide. Qui ognuno invia un messaggio, sottolinea una foto, una situazione, poi pubblica in rete. Se si legge, si ha la facoltà di approvare o meno e fare un commento, possibilmente sintetico.
Leggendo quei commenti intuisco l’ansia di parlare, di comunicare, ma anche di far conoscere qualcosa o qualcuno per sottolineare atteggiamenti positivi e denunciare quelli negativi. Questo è un vantaggio del viaggio in rete. Nasce così l’amicizia informatica, attraverso quella finestra che si apre sul computer che ti sta davanti. Questa amicizia si nutre anche di ipotesi, di interrogativi, di supposizioni, di incertezze. Ma Corrado, dopo 40 anni di Canada, sa quali sono stati per noi gli ingredienti per rendere indissolubile l’amicizia, che in certi caso supera i valori del matrimonio, come nel caso dell’amicizia conquistata, consacrata da entrambi per renderla sempre viva come i fiori in giardino. Il film di Sergio Leone “C’era una volta in America”, contiene quegli ingredienti, e non è finzione scenica.
In rete non puoi stringere la mano, non sei visibile se non a te stesso. Dall’altra parte, chi riceve il messaggio ha il potere di accettarlo o meno, conoscendo ben poco della tua vita. E’ un potere che a volte discrimina e fraintende a scatola chiusa e ferisce chi magari è dotato di onestà trasparente, ma in quel momento non visibile. Qui seduto, salti da un’immagine all’altra, ed è possibile che, anche se in poco tempo, si possa iniziare il processo d’identificazione con tutto il materiale a disposizione. Il dialogo tra sordi, ciechi e muti, addirittura sintetico, è peggio di una tortura!
I dati, poi, devono essere confermati dagli atteggiamenti successivi e spesso vengono smentiti o addirittura contraddetti. Da una probabile identificazione, si passa ad una deludente smentita. Il computer non trasmette la delusione, solo silenzio, che è ben diverso da quello che nasce tra un fraseggio ed un altro di blues dal piano di Michele. Il silenzio informatico fa venire alla mente il titolo di un’opera pirandelliana:” Così è se vi pare”. Una frase secca che non lascia dubbi.
Spero tanto che, seduto qui davanti al computer, piano piano non mi salti in mente che anche la vita si debba vivere in sintesi, per mancanza di tempo a disposizione per sempre nuove ipotesi.
Prima di arrivare a quell’ultima spiaggia, mi sia data facoltà di spegnere il video, staccare la spina, per dare corrente solo alla mia vita.
“Non verrò a Montreal, Corrado, perchè con l’immaginazione ci sono già stato, tu non te ne sei accorto. Ho visto gli indiani Cherokee e Sioux nel loro Stato, fare segnali di fumo per protestare col governo per i nuovi edifici. Ho visto le Cascate del Niagara, il lago Ontario.
Poi tra qualche giorno qui a casa, vedrò i tuoi figli(!) adulti e mi presenterò loro come zio, lo zio che naviga senza nave e piroscafo, lo zio mai d’America, lo zio scrittore in rete, che qui in questa sala chiamano blogger”.
Si è fatta notte, il computer riposa, io invece no………..perchè ho un’eternità per riposare.
Maggio 2013 Ebo Del Bianco cophyright

“Antonio Sanchez, drummer erede di Tony Williams” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Song for Bilbao” – esecutore Path Metheny Group con Pat Metheny guitar,
Lyle Mays piano – Antonio Sanchez drum – Richard Bona, vocal, bass,
percussion – Steve Rodby bass – Cuong Vu, trumphet,vocal,percussion

Nato a Città del Messico, da ragazzo è cresciuto con le musiche della Mahavisnu di John Mc Laughlin, Weather Report, Chick Corea electric band, John Scofield, Allan Holdswort, Pat Metheny. Quando ha cominciato a studiare batteria, è passato a Miles Davis, John Coltrane, Keith Jarrett, Michael Brecker Corea e Metheny. Come batteristi ha due idoli in particolare, Elvin Jones e Tony Williams(a cui assomiglia moltissimo), ma anche Roy Haines e Jack De Johnette. Tra i batteristi di oggi cita Brian Blade e Jeff Ballard. Ha iniziato in trio con Danilo Perez, poichè quest’ultimo, oltre ad essere un suo importante insegnante e amico, era un pianista lirico e percussivo molto efficace. Poi arrivò Pat Metheny che lo prese al volo per il suo grande spessore, profondo e penetrante, addirittura travolgente. Questo Pat Metheny group, nato agli inizi del 2000, è passato alla storia per il grande insieme ed affiatamento tra i vari supersonici musicisti, come Pat, Lyle, il viatnamita Cuong Vu, Richard Bona, Gregoire Maret, Steve Rodby, ed Antonio Sanchez, per le musiche affascinanti, nuove, per gli arrangiamenti, per le esecuzioni live. Questo gruppo, prodotto dalla Warner Bros, è di un livello mondiale. Antonio Sanchez, accompagna alla batteria la suite “The Way Up” con continui contrattempi stratosferici, tamburi piatti, rullante e charleston in continua effervescenza sotto le sue mani ed i suoi piedi. In tutta la suite, come del resto tutti gli altri, è a dir poco spettacolare, specie sul rullante. Con Pat Metheny, ha inciso anche “Speaking of now”, un altro capolavoro, con due brani in particolare “Proof” e “Song for Bilbao” dove, sia Sanchez che Cuong Vu mostrano tantissimo talento ed una interpretazione sopra le righe. Qualche anno addietro ho visto a Corinaldo Antonio Sanchez in quartetto col grande e fantastico Ed Simon al piano, il veterano Scott Colley al contrabbasso e David Binney al sax tenore. Un quartetto fantastico con una ritmica di livello notevolissimo, anche se il sax forse era un gradino sotto. Inoltre, Antonio Sanchez, ha inciso un disco, con repertorio tutto latin con uno dei miei pianisti preferiti, Enrico Pieranunzi. Ho l’impresssione che Chick Corea, tramite il suo bassista Avishai Coen(altro giovane dotato) lo voglia in pianta stabile con lui. Ora più che mai, Antonio Sanchez è in pieno vigore e ci stupirà con la sua carica latina.
maggio 2013 autore Ebo del Bianco copyright

“Oscar Peterson: universal style on piano” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Tenderly” – Oscar Peterson piano- Ray Brown basso – Herb Helliss chitarra

Nato in Canada, Montreal, nel 1925, Oscar Peterson è tra i vertici dei pianisti entrati nella storia del jazz. Strabiliante pianista, veloce e melodico, concertista,è capace di suonare qualsiasi tempo, dallo swing al be-Bop, e di improvvisare nuove melodie. Il suo stile, universale,ne riassume diversi , sintetizzati attraverso un approccio personale allo strumento. Guarda caso, il suo punto di riferimento a qualsiasi livello, è Art Tatum. Oscar, viene dal piano classico, ed a 14 anni è già sul palco. Dal ’45 al ’49 suona in trio boogie-woogie. Nel ’50 si esibisce in duo col bassista Ray Brown, altro grande del jazz. La loro versione di “Tenderly” è mondiale, anche oggi. Nel 1953 forma col chitarrista Herb Hellis e Ray Brown uno dei trii più importanti di quel periodo. La formazione piano, chitarra e contrabbasso, l’ha ereditata da Nat “King” Cole, di cui Oscar è grande estimatore.Il combo resta in piedi 5 anni.Nel ’58 il chitarrista lascia il gruppo ed Oscar lo rimpiazza col batterista Ed Thigpen. Ora è il piano a dominare con una ritmica di valore mondiale capitanata da Ray Brown. Nel 1960, Peterson si dedica all’insegnamento a Toronto. Negli anni ’70 di solito è col chitarrista Joe Pass ed il bassista Niels Pedersen. Collabora coi più grandi jazzisti, da Coleman Hawkins, Ben Webster, Lester Youg, Ella Fitzgerald, Stan Getz ecc.ecc. Nel ’93 ha seri problemi di salute, come ad esempio alla mano sinistra, che però non gli impedisce di suonare e registrare sempre ad altissimi livelli.Muore nel 2007 a 82 anni lasciando una ricca pagina nel jazz.
Ho avuto solo la fortuna di ascoltare dal vivo ad Umbria Jazz nel 1993, un suo pupillo ed amico, il contrabbassista Ray Brown, col suo mitico trio il pianista Gene Harris, ed il bravissimo batterista Jeff Hamilton, con special guest James Morrison trombonista e trombettista insiemr dai sovracuti spacca vetri.Ho visto a Riccione Jazz, qualche decennio fa, un giovane pianista giamaicano, Monty Alexender, il cui stile concertistico aveva come punto di riferimento Oscar Peterson: un ottimo pianista e Jazzista.
Maggio 2013 Ebo Del Bianco

Cine racconto “Io la conoscevo bene” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: Brano “Toxic” – Yaron Herman Trio – Matt Blewer basso – Gerald Cleaver drums – Yaron Heman Piano


Alle ore 5 di un mattino di fine inverno, dalla spiaggia l’occhio intravede la luce di una barca non lontana. La nebbia è svanita, ed improvvisamente sulla panchina non sono più solo. “Hai una sigaretta?”, mi sento dire. “No, non fumo”, rispondo. E ci troviamo in piedi a procedere lentamente verso la sua vettura. “Sono scappata, mi ha picchiata, devo anche operarmi ad un ginocchio per i postumi di un incidente. Accompagnami al bar in stazione per le sigarette.” Non sapevo nulla di lei, eppure mi stava raccontando la sua vita come se fossi un vecchio amico od un essere non estraneo a lei. Eppure lo ero, perchè mi sentivo fino a 5 minuti prima, veramente libero. Arrivati in stazione scende dalla sua macchina, va verso il bar, e poco dopo torna con le sigarette. “Torniamo al porto, parlami di te”, mi sento dire. Ci sediamo su due diverse panchine, uno di fronte l’altro, mentre ad Oriente inizia ad intravedersi il bagliore del sole. “L’unica cosa che posso dirti è quella che sono solo, non ho orari, non ho calendari, non ho voglia di dormire. Questo ora sono io”, sono state le mie parole. “Ho compreso che non t’importa sapere se ho un nome, lo intuisco”, mi risponde.Allora mi avvicino e mi siedo accanto a lei e suggerisco:” Restiamo in silenzio, vedi laggiù quella barca, inizia ora il suo lavoro”. Ci mettiamo entrambi con la testa tra le mani ad osservare quella luce, quella scia d’acqua. Mi accorgo che sta piangendo trattenendosi a stento. “Ma tu hai ancora passioni che ti possiedono?” Esclamo con finto stupore. “Sì, caro poeta della notte; lui mi picchia, ma sa che non può vivere senza di me”, mi risponde. “Parla pure, se vuoi, io non ho altro da dire , forse ho qualcosa da scrivere in cui credere”, e mi lascio andare con la schiena sulla panchina. “La vita mi ha suggerito che non posso fare a meno di essere una donna, siamo tutti destinati ad essere qualcosa. Tu, sei un poeta alla ricerca di tutto ciò che sfugge, io sono una donna che fugge dalla realtà e forse dal mondo. Aiutami a scappare, a non tornare, non ti far sfuggire la mia angoscia, perchè, se vuoi, puoi renderla poesia”, queste sono le sue parole. Ed io ora cosa rispondo dopo essere stato smascherato e sollecitato a prendere per mano le sue sofferenze. Iniziamo a camminare lungo il molo, mentre le ultime barche escono dal porto. Le prime luci la rasserenano, ma sono io a sentirmi ora in forte imbarazzo. Come finirà quest’incontro così casuale dove ci siamo trattati come se fosse reciproca la conoscenza della nostra vita. Non abbiamo rispettato i dogmi e gli imbarazzi dell’impatto, perchè siamo stati veri e non banali. Il suo viso però nascondeva ben altro, ma non m’importava saperlo. Poi, svogliatamente, si avvicinò alla sua macchina rosso vivo dicendomi:” Ho capito, poeta, che sono io ad andare, spero di sapere dove”. Mi abbracciò senza meritarlo, perchè forse a quell’ora del mattino sono stato l’unico essere a farle compagnia. A macchina accesa, mi disse:” Lucia, è il mio nome, se vuoi ricordarlo da qualche angolo della tua vita”. E’ partita serena, chissà se lo era, ma non è più tornata alle 5 di mattina alla panchina del porto.
Maggio 2013 autore Ebo Del Bianco

“Sunday story” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: Suite in 4 parti “The Way Up”- autori Path Metheny e Lyle Mays – esecutori
Path Metheny Group with – Pat Metheny Guitar – Lyle Mays piano – Cuong Vu
Trumphet, vocals, guitar, percussion – Richard Bona, vocals.guitar, percussion -
Antonio Sanchez drums – Steve Rodby bass.

Ogni giorno la vita scorre come un fiume pieno di zozzerie verso una foce invisibile e misteriosa. Non è facile mantenersi il più a lungo possibile in uno stato intermedio tra lo stupore e la contemplazione di ciò che ci circonda. Tutto questo serve per ammazzare il tempo perchè il tempo non ammazzi noi. Come sempre, le giornate trascorrono tra il fiorire di una primavera sopraggiunta sempre in ritardo. Ma il “piccolo fiore” è già spuntato, in modo underground, diretto ed immediato, sorprendendo anche il sole solito assente ingiustificato. Il suo profumo sta per arrivare, per colpire con ardente passione e trasformarsi in un evento esuberante nell’esiguo panorama dei miracoli. E’ questa la cronaca di umori, di ciò che non appare, in un giorno celebrato come una festa. E mentre il cuore, con lo scorrere delle ore, sta per intenerirsi, la casualità porta accanto ad Alì e Bidù ed alla loro lontana terra di Algeria. Il loro sorriso risulta sempre contenuto ed intrappolato dall’angoscia di tutto ciò che domani non sia solo dovere, ma diritto a vivere. Più in là, al solito angolo, Marte allunga le sue zampe e si lascia andare all’ennesima carezza, poi istintivamente scappa via senza meta. E’ la cronaca di una domenica statica, senza un ritmo particolare, se non quello che ti trasporta come questa musica di Pat Metheny. Gli amici dell’Africa osservano con stupore la carica di solidarietà che gli arriva dal mio calore, dalla mia solidarietà. Sperano sempre di sorridere sempre di più, di progettare qualcosa che sia futuro, ma non è semplice in una società che non ha presente e che è sovraccarica di soggetti che non si specchiano mai in coloro che hanno di fronte in cerca di un gesto, di un aiuto, di un atto di dignità. I soggetti spesso osservano il colore della pelle e cadono nelle trappole discriminatorie magari senza volerlo. Ma Alì e Bidù non resteranno mai soli in questo virtuale e decantato “Paradiso Terrestre” che assomiglia sempre di più ad una giungla umana. Scorreranno tanti momenti per vederci e stare uniti ed osserveremo il dileguarsi delle tante ingiustizie anche se la primavera tarda sempre ad arrivare, ma quel piccolo fiore ci offrirà al momento giusto il suo profumo per voltare pagina e sopravvivere.
Maggio 2013 Ebo Del Bianco