Monthly Archive for Giugno 2013

“Viaggio in Sardegna con la creatività ed il sax di Enzo Favata” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Voyage en Sardaigne” opera composta, diretta ed eseguita da Enzo Favata, sax tenore e soprano, con 32 musicisti tra i quali alti esponenti folk della Sardegna.

Enzo Favata, sassofonista nato ad Alghero in Sardegna nel 1956, dal 1983 si avvicina al jazz. Nel 1988 esordisce al festival Jazz di Sant’Anna Arresi con un quartetto. Nato musicalmente come jazzista classico, nel corso degli anni, ha inserito nel jazz elementi etnici provenienti da varie parti del mondo. Compone colonne sonore per il cinema, teatro e la Rai, radio e Tv. La sua opera più conosciuta è “Voyage en Sardaigne”, inizialmente pubblicata x Manifesto e vede interpreti 32 musicisti, tra i quali alti esponenti del folk sardo, seguita un anno dopo da “Atlantico”, un viaggio di ricerca sonora che, partendo dalla Sardegna, attraversa l’oceano alla ricerca dei punti di contatto con la musica argentina. Enzo Favata, suona il sax tenore, il soprano ed il clarinetto, è anche direttore del festival Musica sulle Bocche che ogni estate si svolge presso Santa Teresa di Gallura con ospiti internazionali, concerti sui palchi e sulle spiaggie con performance di danza e teatro itineranti.
Enzo è un grande artista dalle ampie vedute. Nel 1996 al Alghero, si è esibito con gli “Jana Project” durante la serata di cerimonia di premiazione del Premio Nazionale Alghero Donna di letteratura e giornalismo, curando il classico momento artistico/musicale all’interno del Premio Nazionale. Enzo Favata ha pubblicato 13 album e 2 colonne sonore. Sono musiche molto suggestive ed originali, senza confini, miscelate con sapienza e spesso legate come punto di partenza alla sua Sardegna. La Sardegna, per la sua profonda cultura, che Enzo Favata celebra con le sue musiche, è un vero continente e tutti i suoi artisti, vanno tenuti in continua e seria considerazione per la loro creatività ed imprevedibilità. Sarei curioso di vedere un incontro artistico tra Enzo Favata ed Euphonia Ensamble che viaggiano anche loro alla ricerca di mondi nuovi, incontaminati, che diano spunto a ritmi e melodie nuovi ed originali. Voi pensate che Gil Evans e Miles Davis erano innamorati di uno strumento sardo, le Launeddas, che solo i pastori sardi sanno suonare in modo perfetto. Ma e New York non si poteva trasferire il pastore con l’intero gregge…………………perchè il pastore non abbandona mai le sue pecore. Una sera in un club di Cattolica, il mio compianto amico e grande esperto di jazz, Rino Casula, fece arrivare dalla Sardegna suo nipote “armato” di Launeddas e ne scaturì fuori una jam session favolosa ed unica.
Giugno 2013 Ebo Del Bianco

“Jack DeJohnette, classic art drums” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: progetto “Parallel realities” autore ed interprete col suo favoloso gruppo Jack DeJohnette. Musicisti: Pat Metheny alla chitarra, Jack DeJohnette drums, Herbie Henckock piano e Dave Holland contrabbasso.

E’ il batterista più tecnico in circolazione. Suona di tutto: Jazz-rock, free, post bop senza alcune inflessione. E’ nato a Chicago nel 1942; è un tempista stratosferico ed è molto variopinto nella improvvisazione. E’ un ammiratore, se non discepolo ideale di “Philly” Joe Jones ed Elvin Jones. Il primo approccio l’ha avuto col piano, che tutt’ora suona in studio ed in concerto. Da adolescente passa alla batteria che diviene il suo strumento privilegiato. Nei primi anni ’60 ha la fortuna di suonare con John Coltrane. Per un certo periodo gravita a Chicago, ed entra a far parte AACM: Nel 1966 a New York con Coltrane e Jackie Mc Lean. La sua fortuna arriva nel ’66 quando entra nel quartetto di Charles Lloyd. Con lui sta due anni e con lui c’è anche Keith Jarrett. I due si metteranno in luce e dare luminosità al loro futuro. Nel 1969 Miles lo chiama a sostituire Tony Williams. Rimane con Miles fino al 1972. Jack garantiva un groove tutto particolare ma molto soggettivo e Miles cercava questo per rivoluzionare il jazz. Per Jack, quella con Miles è una esperienza che lascerà un segno indelebile. Registra nel frattempo alcuni di schi da leader come “Parallel Realities”e da siderman con la ECM. Crea la sua prima Band, Directions. E’ un quartetto strabiliante, con Abercrombie alla chitarra, il lirico Lester Bowie alla tromba e Eddie Gomez al contrabbasso. Agli inizi del ’79 guida gli Special Edition, combo super formato dai sassofonisti David Munayed ed Arthut Blyte, e dal bassista Peter Warren. Con loro incide dischi fantastici, tra cui “Album Album”. Nella formazione entra Joh Purcellal sax sopranoHoward Johnson alla tuba e Rufus Reid al contrabbasso. I brani sono quasi tutti composti da Jack e la musica suonata è splendidamente complicata.Gli Special Edition diventano un gruppo di tendenza durante gli anni ’80. Jack dal 1983 è membro stabile del trio del pianista Keith Jarrett e con loro al contrabbbasso Gary Peackok. Naturalmente frammezza a questo impegno altri progetti con vari musicisti come il sassofonista John Surman o lo storico trio Gateway con Dave Holland e john Abercrombie che abbiamo applaudito a scena aperta alla corte malatestiana a Fano Jazz di qualche anno addietro.
Jack è tra i musicisti che hanno partecipato con Miles alla svolta. Lo tsunami Woodstock aveva contaminato tutti e Miles con i suoi amici fidati corse ai ripari per avvicinarsi, capire e carpire le atmsfere del rock. Chi ancora non capisce questo è come il soldato Brambilla che, arrivato allo stretto di Messina, aspettava che qualcuno gli desse l’alt per non affogare in acqua. E purtroppo ancora ci sono molti soldatini Brambilla.
Giugno 2013 Ebo Del Bianco

“Roy Hargrove, originale trombettista” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Habana” eseguita dal gruppo afrocubano “Crisol” diretto da Roy Hargrove.

E’ uno dei migliori trombettisti della nuova generazione affermatasi durante gli anni ’90. Nato a Waco nel 1969, Roy Hargrove è dotato di un suono chiaro e brillante, che non trova precedenti nei trombettisti del passato. Il suo timbro è Hard-Bop. Scoperto nel 1987 da Winton Marsalis, durante una visita nella scuola dove Roy studiava, viene subito inserito nella sua band che gli apre le porte del jazz che conta. Personalmente, considero Wyinton Marsalis come lo considerava Miles Davis: un trombettista classico dolciastro(ascoltare Stardust) estraneo alle influenze del Be-Bop. Roy collabora con Bobby Watson e Ricky Ford. Nel 1988 frequenta per un anno il Berklee College of Music. Tornato a New York, a 20 anni incide il primo album con etichetta Noyus e forma un suo gruppo. Il disco s’intitola “Diamond in the Rough”ed ha al sax alto Antonio Hart. Quindi, con “Public Eye”, conferma i buoni propositi del precedente. Questo permette a Roy di partecipare a festival di jazz in tutto il mondo e di farsi conoscere. Realizzerà altri 3 album con la stessa etichetta. Nel 1993 la Verve lo mette sotto contratto. Incide “With the tenors of our time”, un riuscito battesimo musicale con mostri sacri come Joe Henderson, Johnny Griffin e Bransford Marsalis. Come patner suonerà con Sonny Rollins, Frank Morgan e Jackie Mc Lean. Nel 1995 arriva primo come trombettista dell’anno nella classifica dei lettori della rivista “Down Beat”. Sempre nel 1995 registra un disco importante dedicato a Charlie Parker, e questo gli fa onore se pensiamo a coloro che non l’hanno mai fatto. Nel 1996, al festival jazz dell’Avana, conosce il pianista Chucho Valdes e vede suonare musicisti cubani.Fu un colpo di fulmine inevitabile col latin. Di conseguenza formò un gruppo “Crisol” composto da musicisti cubani ed afroamericani. La band incide “Habana”, lo porta ni tournnèe in tutto il mondo e grazie al successo riscosso,vince nel 1998 il Grammy.La sua evoluzione artistica lo spinge e creare la “Roy Hargrove Big band”, una palestra dove sperimenta le sue doti di compositore. Nel 2002, Herbie Hancock lo fa suonare nel disco “Directionns in Music”, un tributo discografico a Miles Davis e John Coltrane. E’ un riconoscimento importante per un trombettista curioso e creativo, che continua sulla strada della ricerca e della fusione di suoni e culture musicali. Attualmente è tra i migliori jazzisti al mondo e vanta una esperienza profonda per aver suonato con musicisti di valore mondiale, essendo lui stesso, per le sue qualità di esecutore, compositore di altissimo profilo tecnico.
Giugno 2013 Ebo Del Bianco

“Enrico Testa quartet: Cromatic Life” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: dal progetto”Cromatic life”, il brano “Cromatic Life Bonus Track”.
Musicisti: Enrico Testa – armonica cromatica e chitarra; Marcello Picchioni – piano; Dino Cerruti
contrabbasso; Rodolfo Cervetto – batteria.

Musicista di Rapallo, Enrico Testa, armonica cromatica e chitarra, si presenta con questo nuovo ed interessantissimo progetto, con composizioni ed arrangiamenti tutti suoi. Enrico, non sfugge per la delicatezza ed il fascino di questi brani eseguiti in quartetto con molta cura, mostrando sicurezza ed affiatamento tra i veri musicisti. E’ un progetto molto fine, variopinto anche nei ritmi che accompagnano melodie piacevoli ed originali. Enrico, ottimo con l’armonica cromatica, si alterna splendidamente con la chitarra. Nel bellissino brano “Ego”ha fatto scattare al primo ascolto nella mia immaginazione, una sequenza di flash cinematografici protagonista la donna. Nel brano Enrico Testa dà un saggio della sua bravura con la chitarra: arrangiamento fantastico. Ma tutti i brani di questo progetto hanno quel qualcosa che stuzzica, ti prende per mano e ti fa stendere sul divano ad ascoltare ed a sognare. Bravissimo con l’armonica cromatica, nel brano “Sweet Waltz”,dove mostra la sua grande vena di compositore ed esecutore, interpretando questo ¾ e creando un’atmosfera tutta vellutata e parigina. Nei ritmo il quartetto si presenta in modo mai scontato, molto soffice e splendido. Dallo swing di “Cromatic Life, Cromatic Life Bonus Track e di March”, si passa ad un ritmo cadenzato ed in crescendo di “Tryng to say” al ritmo latin di “Muy Obrigado e Buono tutto”,al sad samba soft di “Gocce d’acqua”. “Ego”, come “Last Dream”, sono due brani dalla melodia trascinante, interpretati entrambi alla chitarra da Enrico Testa, ed in “Last Dream”nella parte finale entra in azione con l’armonica cromatica con sottolineature di gran classe. Enrico Testa, quindi, è un musicista jazz dotato di grandissima creatività ed anima compositiva, un esecutore magistrale con l’armonica cromatica; anche con la chitarra mostra sicurezza, grande estro, grande vena e senso della sintesi. E’ un ottimo quartetto, col pianista Marcello Picchioni, il contrabbassista Dino Cerruti, il batterista Rodolfo Cervetto, che danno continuamente un saggio della loro bravura, delle loro qualità, esplodendo in uno scatenato be-bop in “Cromatic Life Bonus Track, fiancheggiando le eccellenti improvvisazioni all’armonica cromatica di Enrico Testa. Non capita sempre di ascoltare ottimo jazz: con Enrico Testa è successo e si può stare certi della sensibilità degli organizzatori di jazz verso questo musicista.
Giugno 2013 Ebo Del Bianco

“La grande città dei sogni: c’era una volta il cinema” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Sweet waltz” eseguito da Enrico Testa Quartet

In lontananza, tra una fitta nebbia, intravedo il colore giallo opaco di una luce. Questo viaggio immaginario è ripreso da poco. L’universo donna ha ridato maggior forza a questo desiderio di verificarmi attraverso il cambiamento di tutto ciò che è esterno e non estraneo alla mia vita. Il colore opaco di quella luce mi stimola ad avvicinarmi, sollecitato da una curiosità istintiva ed irrazionale. Apro un vecchio cancello senza serratura ed inizio a percorrere un lungo viale con ai lati delle vecchie panchine su cui sono distesi antichi costumi di scena. Mi rendo conto dove mi sto avviando, cioè a penetrare in quel grande studio dove un tempo si costruivano sogni. La porta è aperta, la sedia è vuota in mezzo alla sala: è proprio lo studio dei grandi maestri dei fotogrammi. Non mi sento affatto turista, ma partecipe a questo strano clima di immobilità, appiattimento ed abbandono che mio malgrado devo qui constatare. Non c’è più vivacità, movimento, colori, dinamicità: non c’è più nessuno. E quei costumi lasciati sulle panchine, esprimono la coincidenza tra il vero ed il finto. I personaggi li hanno lasciati sulle panchine vuote e non nel guardaroba, per infiltrarsi nella società, nella speranza in un futuro di poterli indossare nuovamente, quando verranno ripristinati i confini tra il vero ed il finto che, spesso, ha i requisiti del falso. Il cinema oggi è orfano di personaggi che sappiano fare questa distinzione, perchè solo così si può sognare e ci si può illudere. Oggi è molto difficile sedersi in platea, nella sala del cinema, e donarsi completamente allo schermo per 2 ore. I guai vengono dopo, fuori, quando si torna nel traffico dove ormai si viaggia a cavallo tra finzione e realtà. La grande città dei sogni è molto vasta; c’è sempre qualcuno ancora che tenta in ogni modo di avviare la macchina da presa, perchè il cinema, pur procedendo per conto suo, anche se munito di anticorpi, in una società in crisi deve affidarsi ai miracoli per farci sognare. La strada del cinema è parallela alla società, ma la finzione scenica purtroppo si è trasferita in parte nella società. Il rag. Fantozzi, il sig. Gonnella, L’intellettuale Salvini e tanti altri, si sono moltiplicati e traformati da maschere del cinema a personaggi reali, magari in forma meno accentuata. Tonino, Federico, Luchino, Michelangelo, Mario ci hanno lasciato idee e sogni, hanno attraversato il neorealismo della povertà, degli stracci, fino a far indossare alla società anche l’abito da sera. Al cinema di oggi non si può insegnare le tecniche d’autore, perchè ognuno di noi, dentro e non fuori, ha la sua macchina da presa. Per usarla basta sollecitare l’interesse anche per le piccole cose, quelle che apparentemente sfuggono a molti. Ora posso tornare sul viale fino al grande cancello, socchiuderlo e continuare per una nuova scoperta. La fitta nebbia è sparita, la società è fin troppo illuminata dal malconcio sole ormai a metà strada del suo cammino verso il definitivo declino. Il cinema delle grandi sale aspetta con tanti interpreti in cerca d’autore, tutti seduti ed allineati in prima fila. Non ci sarà un’altra volta, un’altra occasione per riaprire il cancello dei sogni.
Giugno 2013 Ebo Del Bianco

“Woman planet” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Brano “Ego” eseguito da Enrico Testa quartet.

Non è semplice navigare verso quell’universo, venti e correnti spirano sempre con forza in senso contrario. Ma una volta sbarcati su quel pianeta, ci si rende conto che attraverso l’atteggiamento istintivo femminile, si riesce spesso ad intravedere, ad intuire cosa si nasconde dietro la maschera delle nostre azioni. A volte angoscia, a volte tormento, a volte disperazione, a volte futile felicità.Il pianeta donna conferma, che più che un viaggio, il mio sarà una fuga alla continua ricerca di una identità. Mi rendo conto che tutto cambia in continuazione, che instabilità e fragilità sono gli elementi di questo mio vagabondare psicologico. Le donne le immagino, per ciò che mi riguarda, tutte sparse senza un preciso ordine prestabilito. Spero di essere accettato per ciò che sto per dire, senza mai cedere ad illusioni degenerative che aumentano col passare del tempo e degli anni.
Ecco la prima donna della vita, quella che non si riesce a dimenticare, che crea sempre al solo pensiero, una tentazione lacerante. Col passare del tempo però è più intenta a salvaguardare ciò che può ancora realizzare nella vita. C’è una strana donna, quella del treno, coniugata( accanto ad uno sprovveduto) che non disdegna lanciare uno sguardo sensuale al giovane militare acconsentendo ad un plateale tradimento in pieno giorno. C’è la donna sempre fuori le righe, quella che non ti dovevi far scappare, ed invece ora la puoi solo meschinamente sognare. C’è la donna che fugge, che scappa perchè è certa che l’amore vero è discriminato quando ancora deve fiorire. C’è la donna del gran rifiuto, quella che ti rivela la voragine che ti separa dal suo punto di osservazione, dalla sua psicologia. In un angolo, laggiù, c’è seduta sotto il grande albero di Adamo ed Eva, la donna’ dell’ultima occasione, dell’ultima tentazione, quella che non ti crea diffidenza ed ostilità, ma solo indifferenza, unica via d’uscita praticabile al compromesso tra cuore e mente.
Ed allora, attraverso quelle immagini, attraverso quei prolungati silenzi, mi ritrovo momentaneamente seduto sul ciglio della strada maestra, ad osservare quanto tempo resta per riprendere il viaggio con questa aria di libertà che respiro. Nel frattempo la perlustrazione continua.
Laggiù poco lontano una donna con una pesante valigia: se ne va via, il passo stanco rivela il desiderio di dimenticare angoscie, soprusi, ed il suo viso viene avvolto dall’incredulità quando arriva il treno, il suo treno, che la porterà lontano chissà dove, ma non importa. Sale veloce con grande forza d’animo, senza alcuna persecuzione di nostalgia. Nostalgia di cosa? Nostalgia di chi? Eppure ad una fermata del treno si scatenerà il suo desiderio di arrivare verso qualcuno, verso qualcosa, purchè non sia il punto di partenza. La immagino curiosa al finestrino aperto, a catturare nuove immagini mai viste, mentre il vento e la velocità del treno le sciolgono i capelli. Quella donna è fuggita da tutti, cerca la sua oasi nel suo pianeta infestato di incertezze. E’ una donna che non cerca più amore, prima vuole ritrovare sé stessa, magari guardando in faccia la nuova realtà a cui sta andando incontro senza evitarla. Ma dov’è l’uomo? Quello dei sogni è rimasto nel libro di Cenerentola, quello delle violenze è stampato con orgoglio maschilista in prima pagina. Mi trovo seduto sul ciglio della strada maestra col terribile dubbio di una crisi di identità. Quella donna sul treno non ha maschere, non ha filtri, è divinamente inseguita da una infinità di ipotesi che mi riguardano, ma non sono all’altezza di lanciare ipotesi come strali che vanno a colpire. Quegli strali per me sono come boomerang: la donna con la valigia è lontanissima anche dalle ipotesi, così mi ritrovo ferito dal nulla che avevo confezionato. Sul treno in piena velocità, ed al sicuro, non può che sorridere, perchè la nostalgia è tornata al mittente, un mittente che ora dovrà rimettere in sesto quel che resta del suo strapotere. Vai donna, libera nel tuo rinnovato pianeta, a ricreare e a ripossedere tutto ciò che ti era stato divelto, come il diritto alla dignità, ad essere soggetto tra un mare di oggetti a volte e spesso misteriosi, mascherati per non essere mai identificati nella realtà. Lasciati sognare sul ciglio della strada maestra, dove ormai non resta che l’ombra di ciò che prima ero, curioso di osservare, di scavare, di sbarcare sul tuo pianeta come un eterno viaggiatore. Mi fermo qui, voglio inseguire le tue immagini lontane per sempre, perchè è giusto che così sia. Ho ritrovato la mia forse vera identità ma non so chi può certificarla: quindi ipotesi anche d’identità, mentre lei a quest’ora è scesa dal treno in riva alla sua grande e nuova realtà. Il pianeta donna non potrà mai essere una meta da scoprire, una specie di viaggio turistico esplorativo. Ecco perchè a volte dal punto di osservazione anche le ipotesi di vita sfuggono di mano e ci si ritrova soli con tanti perchè: lei a quest’ora avrà aperto la valigia ed iniziato a vivere respirando il profumo che ora la circonda.
Giugno 2013 Ebo Del Bianco
P.S.: Grazie ad Enrico Testa, alla sua musica che mi ha pilotato.