Monthly Archive for Dicembre 2013

“Twenty years after” di Ebo Del Bianco

Musiche di supporto: “Rising Star” e “Just the way you are” eseguite da Till Bronner & Band – Musicians – TILL BRONNER trumphet, WOLFGANG HAFFNER drums, KIM SANDER vocal, ERIC ST. LAURENT guitar, ROBERTO DI GIOIA keiboards, CHRISTIAN v. KAPHENGST bass.

Cine racconto di un incontro tra due persone non estranee tra loro, dopo 20 anni.

Marte sonnecchia, sbadigliando al sole di autunno. L’album di foto è ancora all’inizio di questa storia, non scorrevole affatto, nonostante la comodità del divano e le coccole di Stella. Sono passati 20 anni, ma ora non è semplice ripercorrerli pagina per pagina. Marte e Stella, mentre inizio lo sfoglio delle immagini e dei ricordi, all’aria aperta cacciano le ultime lucertole e mosche di stagione. Eccoci qua, in prima pagina, i tuoi capelli rossi di ventenne, il mio continuo stupore nel rivedere tutti i tuoi movimenti istintivi e mai mirati. “Ottimo il caffè che mi hai preparato”, è il minimo che mi devo inventare per non ritrovarmi impreparato davanti alla sua semplicità. Barwoman spettacolare, avresti potuto prepararmi di tutto che avrei sempre acconsentito. Quel bar era il nostro ritrovo, il luogo di ogni folle performance, era il posto più dissacrato che si potesse immaginare. La regina eri tu, il tuo fascino, le tue mani, le tue braccia aperte verso tutti. Nella seconda pagina dell’album c’è una foto, una macchina nuova distrutta sul guard rail alle 23 di una domenica d’estate di 20 anni fa, un signore sdraiato sul lettino dell’Ospedale con la borsa di acqua ghiacciata in testa. Lo riconosco, mi assomiglia. Tu sapevi tutto, hai immaginato tutto vedendomi partire da quel matrimonio beffa con tanta voglia di schiacciare il pedale dell’acceleratore. Quel giorno eri troppo vestita a festa, ti preferivo col rosso bordeaux del tuo grembiule al bar. Una curva, due abbaglianti, sono stati fatali, oltre l’alcool. Eppure non eri tu la celebrata del giorno, tu non porti anelli come me.
Poi, sfogliando l’album mi sento precipitare in un vuoto di memoria senza le tue immagini elettrizzanti, ritrovo solo il lento decadere degli anni che passano. Ritrovo il lento oblio che ci obbliga a voltare pagina anche senza volerlo. Si perde la senzazione di chi ti ha messo in subbuglio il cuore, e che ora sfuma come un sogno. Poi, un giorno di 20 anni dopo, al Supermercato sento chiamare:”Sei tu?” Io rispondo di sì meravigliato senza riconoscere chi mi seguiva col carrello alla cassa. “Sì, sono proprio io!” rispondo. “E tu chi sei?” Quando rispondendomi, pronuncia il suo nome, il cuore prima si raggela, poi si scalda come un termosifone. “Leggo sempre le lettere che mi hai lasciato” mi confessa. Io non ricordo più nulla, ricordo solo lei, ed ora vedendola coi capelli di 20 anni dopo, provo tanta sofferenza. “Leggimi in rete, è la mia vita, il mio diario” gli rispondo. “Non posso leggerti, non ho luce e gas”, afferma con un senso di angoscia e rassegnazione. Resto amareggiato, le stringo la mano, avrei voluto abbracciarla, ma l’impaccio e l’emozione frena entrambi. L’ultima parola racchiude solo il piacere di esserci incontrati dopo 20 anni:”Ciao”.
Non so se ci rivedremo, la pagine dell’album sono per il momento vuote e assai vicine all’ultima pagina, mentre sul terrazzo distraendomi intravedo il gattone Marte che insegue una lucertola. A me basta lui e le coccole di Stella, sua zia. Ho tremato in profondità, ma ormai è volato via tutto come il suo grembiule rosso bordeaux al di là dei ricordi. Ora c’è il blues che percuote cuore e mente ed è lì che voglio perdere i sensi, affogare in quel mare di note ed atmosfere, liberandomi di ogni scoria passionale ed illusoria. Ciao Forever

Novembre 2013 Ebo Del Bianco

“Kara Italia” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: Overture La forza del destino autore Giuseppe Verdi, orchestra sinfonica di S. Pietroburgo diretta dal maestro VALERY GERGIEV MARIINSKY.

A volte, quando penso come ti affacciavi al mio primo apparire, ti ricordo con tenerezza. Allora non piangevo se non per le prime delusioni. Oggi, invece, non mi commuovo più, non ho il debole per la lacrima, per le conseguenze di una emozione. Oggi stranamente mi commuovo quando mi trovo di fronte ad un bel piatto di spaghetti, o quando incrocio con forza lo sguardo di una ragazza che parla con gli occhi. Kara Italia, scusa se uso la K, sono leggermente incavolato con te, perchè non alimenti più le fantasie della gente, ma anche tu ti lasci andare ad un appiattimento sociale, che rende incerto sia il presente che il futuro. Mostra il tuo fascino, le tue bellezze, la tua fantasia, la tua creatività. Dacci lo spunto per essere meno qualunquisti, meno maschilisti, meno razzisti, e molto più devoti alla cultura. Ti tratto con tenerezza come se tu fossi una donna, ma in realtà tu come soggetto non esisti se non nei valori e nei costumi della gente. Kara Italia, tu sei solo nata, non morirai mai, e conserverai tutte le nostre storie in un grande album con pagine di vita e di storie.
Ma oggi qualcosa devi pur fare, perchè nell’album c’è il vuoto, c’è il peggio di noi. Con la crisi che stiamo attraversando mi verrebbe il desiderio di rivolgerti una frase (per la verità non rivolta proprio a te), “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Ti ricordi negli anni del neorealismo, quando c’erano macerie dappertutto, residui bellici non esplosi, residui ideologici e di nostalgie sempre pericolose: il tuo territorio era tutta una ricostruzione. Oggi, Kara Italia, si usa sempre più il sostantivo demolizione, rottamazione, e si ha la sensazione di assistere ad una demolizione gigantesca di tutti quei valori che sono fuorusciti dalle macerie di allora. Vedi, Kara Italia, c’è un signore, sull’Olimpo, quello di cui tutti sono innamorati alla follia, il Dio denaro, che sa solo esondare le sue ricchezze verso un’ unica direzione. Siamo un po’ tutti “incazzati” per questo. E se noi, poveri disgraziati, riuscissimo ad assediarlo, catturarlo, e metterlo in una grande anfora, gettare benzina ed accendere un cerino? E’ quel Dio che condiziona la vita di tutti, i rapporti tra la gente, tra gli stati alterandone i già precari equilibri. Durante il Rinascimento, Giordano Bruno, grande uomo di scienza, dopo aver studiato in Inghilterra ed aver scoperto alcune verità che recavano pericolo ad alcune assurdità teologiche, tornò a Venezia, e nonostante il Doge lo sconscigliesse di recarsi a Roma a “spiegare” queste nuove verità, Giordano partì in tromba per Roma. Purtroppo gli accesero i cerini sotto i piedi, lui che sosteneva alcune sacrosante verità. Se Giordano Bruno, martire di verità, è finito sul rogo, prima o poi anche il Dio denaro deve salirci sopra, magari per incenerire solo la sua divinizzazione e farlo tornare un semplice mezzo di scambio. Kara Italia, il processo è lungo, perchè si tratta d’incenerire molte menti acculte e furbesche, ma è l’unico modo per evitare demolizioni e rottamazioni di valori fondamentali.
Kara Italia, rimettiti in maniche di camicia e blue jeans, torna on the road con tutti noi ed evita chi ci viene a far la morale coi miliardi in tasca (magari sono i nostri) e va a suonare in modo stonato e sgradevole il mandolino in tv per intenerirci. Noi siamo abituati alle percussioni forti, africane, per far sentire il nostro disagio. Purtroppo anche alla tua ancella preferita, devo cambiare la consonante all’inizio, e cioè trasformarla in Kultura. Non è possibile osservare così mal ridotta quella che un tempo, ad esempio il Rinascimento, era “corteggiata” da tutta Europa per i suoi straordinari paladini, che, oltretutto, se avessero esagerato nelle loro ricerche ed invenzioni, sentivano subito “puzza di bruciato” sotto i loro piedi come successe a Giordano Bruno. I tuoi eventi Kulturali oggi sono assai discutibili e tutti legati all’appararire, al mostrarsi, perchè in agguato c’è sempre quel Dio con la borsa sovraccarica di moneta. Ciao Kara Italia, un giorno spero di poterti togliere quella K.

Novembre 2013 Ebo Del Bianco

“Check-point” di Ebo Del Bianco

Un modo inusuale per descrivere quello che accade quando succede la cosa più semplice che si possa immaginare.

Musica di supporto: brano “Over the Raimbow” concerto live in Tokyo – JEFF BECK guitar –
JASON REBELLO keyboards – NARADA MICHAEL WALDEN drums -
RHONA SMITH bass.

Una luce intermittente, richiama l’attenzione e sollecita l’ennesimo stop. Sono giunto ad un appuntamento decisivo, all’ultimo check-point, quello che potrebbe mettere a soqquadro il cuore, portando in superficie ansie e timori. Allo sbarramento sono presenti i suoi occhi che impietosi osservano gli inutili tentativi per evitare l’ostacolo. La sua figura attende impassibile al drammatico crollo di un’esistenza mai votata al peggio. Il controllo è vicino, sento perforarmi come da raggi gamma fatali. Le aritmie del cuore aumentano d’intensità, e bloccato su questo percorso, sto andando alla ricerca di una possibile identità su cui far leva per affrontare il pericolo. Il suo sguardo mi rende incredulo a ciò che sta precipitando: la ragione assediata dall’istinto. Mi lascio perquisire, inoffensivo e senza alcuna reazione, ma in preda ad un pauroso sbandamento. Quando tutto ormai era congelato nei paranoici ritmi quotidiani, eccomi in preda ad un’insurrezione armata del cuore che vuole riprendere le redini del gioco. Quella parola è impronunciabile, addirittura insufficiente per dare una spiegazione al terremoto di cui mi sento “quasi” vittima. Durante la perquisizione, prendi il mio cuore come ostaggio, ripuliscilo da tante scorie e curalo. Questo è il tipico sogno che si è infilato underground tra le logore pareti del cuore. I tuoi occhi sofferti raccontano tutto di te, questo mi dona coraggio, e mentre oltrepasso il check-point ti chiedo solo di non spegnere la tua luce. Nel frattempo, la solitudine proietta il tuo sguardo ovunque, persino dove non vi è spazio per l’immaginazione.

Ottobre 2013 Ebo Del Bianco

“Steve Coleman & the Five Elements” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Album Rhythm in Mind – musicisti :
Von Freeman sax tenore – Steve Coleman Sax alto – Kenny Wheeler trombe e
flicorno – Kevin Eubanks chitarra – Tommy Flanagan paino – Dave Holland
basso – Ed Blackwell drums – Marvin Smith drums -

Steve Coleman , nato a Chicago nel 1956, è cresciuto al suono del soul, del blues, del jazz e delle spericolate velocità armoniche del sassofonista Charlie Parker. Con tali presupposti non poteva fare altro che imbracciare il sax ed incominciare a soffiarci dentro. Questo a partire dall’età di 10 anni. Musicalmente si forma in street band di R&B e funky metropolitano. Cambia registro sonoro dopo essersi imbattuto in un importante sassofonista di Chicago, Von Freeman.
Ventenne si trasferisce a New York e suona con 2 mostri del free jazz: Cecil Taylor e Sam Rivers. L’esperienza è forte. Loro sono due3 icone viventi per chi vive di jazz e cerca nuovi maesri. Dopo di loro seguono altri leader: David Murray, Dave Holland, Branford Marsalis. In questo periodo, Coleman ricerca ed esplora le radici del jazz, giungendo a ritroso alla fonte primigenia ove si è abbevarata tanta parte della musica contemporanea: l’Africa. Nel 1981 fonda una band dalla struttura elastica, i Five Elements. Dirà a Proposito:”Il gruppo è stato creato per suonare musica creativa basata sulle esperienze del popolo afroamericano e della diaspora africana”. Nel 1985 gli evoluti Five Elements, diverranno l’espressione di un progetto musicale chiamato M-Base, di cui fanno parte nomi poi divenuti famosi, come Cassandra Wilson, Geri Allen, e Greg Osby. Con loro incide un discreto numero di dischi. Rhythm in Mind, albuma programmatico, ha come partner due importanti anime del jazz: il pianista Tommy Flanagan, incarnazione della “tradizione” vista attraverso una moderna continuità, e il sassofonista Von Freeman, custode del Chicago sound, figura ponte e idolatrato maestro di Steve Coleman. Tra collaborazioni e nuovi esperimenti crescono e si sviluppano le sue idee di integrazione fra stili musicali diversi: funky, soul, world music, con il jazz che funge da collante(ascoltate l’ottimo The tao of Mad Phat per avere un’idea precisa). Il suo indefesso pendolo musicale lo spinge a creare altre band: Metrics, The Mystic Rhythm Society, The Secret Doctrine e Council of Balance che interpretano e riproducono le sonorità catturate durante le sue esplorazioni sonore. E’ membro stabile del quartetto di Dave Holland. Ad Oggi ha all’attivo un alto numero di collaborazioni e registrazioni a suo nome, concepite sempre all’insegna di una costante ricerca sonora e compositiva.

Ottobre 2013 Ebo Del Bianco

“Mal Waldron, il navigatore del piano” di Ebo Del Bianco

Brano di supporto: “left alone ’86”, Mal waldron piano, Lackie Mc Lean sax alto.

Nato a New York nel 1926, è stato un painista schivo e di formidabile talento. Cresciuto tra le note di Bud Powell e Thelonious Monk, ha preso da quest’ultimo il fraseggio scarno, ridotto all’osso, e la capacità percussiva che infondeva in ogni nota. Aveva una predilezione per i chiaroscuro, ed un’ossessiva e circolare ripetitività nell’esecuzione. Ma ascoltando con attenzione, però si coglie nella sua musica un senso del blues ed una vitalità cha al primo impatto non traspare con chiarezza. La sua abilità a pianoforte gli permetteva di navigare tranquillamente nelle acque tumultuose dell’Hard Bop e nei gorghi improvvisi del free. Iniziò col sax alto e al pianoforte, ma dopo un po’ si dedicò alla tastiera. Attorno agli anni ’50 si avventura nel professionismo e suona un po’ ovunque prima di entrare nelle grazie del sassofonista Ike Quebec e con lui per la prima volta. Nel 1954, si ritrova nella Mingus Band: Vi resterà 2 anni, incidendo e suonando. Nel 1957 diviene pianista di Billie Holiday, per 2 anni fino al 1959 anno della sua morte. In questo frangente ha guidato anche ue nomi poi divenuti falosi, come Cassandra Wilson, Geri Allen, e Grg<n gruppo e inciso il suo primo disco per la Prestige. “Dopo “Lady Day” suona il piano per un'altra cantante, Abbey Lincoln(compare nel sofferto e magnifico “Straight Ahead”, in cui cura anche gli arrangiamenti): Agli inizi anni '60 diviene pianista della coppia Booker Little ed Eric Dolphy. Il piano che si ascolta nelle famose registrazioni al Five Spot Jazz Club, e quello di Mal Waldron. Quindi rimane vittima di esaurimento nervoso che lo costringe a reimparare a suonare il piano. Dopo aver scritto musiche per film, nel 1965 si trasferisce in Europa, Monaco. Quindi inizia una florida attività concertistica con jazzisti americani residenti in Europa ed un intensa produzione discografica con ECM e ENJA. In Europa inizia il sodalizio col suonatore di sax soprano Steve Lacy e durerà 30 anni, incidendo insieme diversi dischi dedicati al loro musicista preferito Thelonious Monk. Rimarrà nella storia la sua composizione “Soul Eyes”. Muore a Bruxelles nel 2002 per cancro.

Ottobre 2013 Ebo Del Bianco

“Donna solitaria – lonely woman” di Ebo Del Bianco

Night reportage effettuato con azione dal vivo; impressioni e riflessione conseguente su tema apparentemente semplice, ma in realtà profondo, come la prostituzione.

Musica di supporto: “Lonely Woman” eseguito da GERI ALLEN piano, CHARLIE HADEN basso, PAUL MOTIAN batteria.

Fine estate, ore 3: un colpo di accensione e la vettura è già in viaggio verso la costa. Lo squallore di questa notte è trafitto ed insonorizzato dal rumore del motore, ed è illuminato dalle luci abbaglianti che si stampano ovunque. La via della costa si presenta lunga, piatta, angosciante, mentre in lontananza, già si odono gli ultimi schiamazzi insonni del divertimento e delle apparenze. Li intravedo una sfilata di corpi svenduti allo sballo, aggrappati a tutto ciò che tra breve sfuggirà tra i tentacoli del giorno. La vettura prosegue, come se a bordo ci fosse qualcuno a pilotarla, mentre invece al suo interno la mente è latitante, lasciando il posto di guida all’istinto e all’irrazionalità. Lentamente, la città misteriosa svela tra i suoi pericoli l’ennesimo atto di violenza, una pugnalata, una fuga verso l’ignoto e l’illegalità, mentre al di là della siepe fiorisce il commercio del proibito. Sul marciapiedi è in vendita un corpo, ricoperto da un vestito in lamè, tacchi a spillo ed una borsetta che ondeggia come un pendolo. La regina della notte è proprio lei, una regina con miserabili sudditi, pronta a mostrare il corpo per vendersi alla migliore offerta. La vettura si ferma, si apre la portiera, mentre dalle sue mani parte la richiesta. E’ così giovane, così sprecata, così dispersa tra gli artigli del materialismo che si abbattono sul suo corpo, cancellandole i sogni di donna, narcotizzandola con violenza e disprezzo disumano. Il materialismo su quel corpo è invincibile, mostra la sua ferocia, attraverso la compravendita di un subdolo e tragico attimo di piacere. La portiera si chiude, l’irrazionalità è scomparsa, ma su quel giovane viso resta l’amarezza e delusione per un mancato affare. Il suo spirito vale più del suo corpo, assediato e soffocato da una realtà che piano piano la consumerà come una candela accesa.Ma lei non lo sa. Non potremo mai incontrarci, tu in attesa per consumare il corpo, io in attesa per esaltare lo spirito. Non potremo mai sederci su una panchina, guardarci negli occhi in silenzio ed in profondità, perchè tu non hai profondità, vivi in superficie. Non potremo mai camminare uno accanto all’altro, se non su due strade parallele, divergenti tra loro, in conflitto. Eppure ti lancerò messaggi per sperare, mentre tu risponderai con l’ennesima tentazione. La vettura fatica a ripartire, mentre a est sta per scoppiare il giorno che spazzerà via tutto. Lei è già svanita tra il traffico, la vettura acconsente alla mia mancata accensione. E’ così giovane, così solitaria, schiava delle sue abitudini che non la rendono padrona di sé stessa in modo completo, e nei suoi occhi tristi, gioia e disperazione vengono abilmente nascoste per vendersi con maggiore risultato. A due passi ascolto il rumore delle bancherelle appena allestite per il mercato settimanale, mentre la vettura decisa parte verso casa. La donna solitaria non ha identità alla luce del sole, è quasi inesistente, mentre il reportage si conclude alla fine di questa amara notte, ed allora vado a “prostituirmi” come al solito con un po’ di jazz.

Ottobre 2013 Ebo Del Bianco

“Aziza Mustafa Zadeh, una delizia sul piano” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: brano “Dance of Fire” eseguito da Aziza Mustafa Zadeh piano, Ralf Cetto bass, Simon Zimbardo drums.


Nata a Baku in Azerbaigian il 19 dicembre 1969, Aziza Mustafa Zadeh è una cantante, pianista e compositrice. Il suo stile è una fusione tra jazz e mugam, con influenze classiche e dell’avanguardia..
E’ figlia del pianista e compositore Vagif e della cantante classica Eliza. Le prime avvisaglie di una prticolare predisposizione alla musica si manifestano quando ha solo 8 mesi. All’età di 3 anni, debutta sul palco con il padre e comincia a studiare piano, sviluppando un interesse particolare per Bach e Chopin. Successivamente, mostra un talento crescente per l’improvvisazione. Il 16 dicembre del 1979 il padre muore per infarto a soli 39 anni, a soli 3 giorni dal decimo compleanno di Aziza. Per aiutare la figlia a superare questo duro colpo, la madre decide di abbandonare la carriera di cantante per sostenere ed aiutare quella della figlia. Nel 1998, all’età di 18 anni, l’influenza dello stile mugam(musica folkloristica dell’Azerbaigian) permette ad Aziza di vincere il terzo posto assieme all’americano Matt Cooper nella competizione Thelonious Monk a Washington. Nello stesso periodo si traferisce in germania con la madre. Nel 1991, Aziza, pubblica il suo primo album, Aziza Mustafa Zadeh. Il suo secondo album, Always, le fà vincere il Phono Academy Prize, prestigioso premio tedesco, e l’Echo prize. Inizia ad esibirsi in molti paesi insieme a luminari del jazz tradizionale e pubblica diversi album, il più recente dei quali è Contrasts II del 2007. Nel giugno 2007, torna in Azerbaigian per il Baku jazz Festival, dove tiene un concerto al teatro dell’Opera e del Balletto. Aziza ha pubblicato 9 album, straordinari, molto ispirati. Il suo pianismo, la sua voce, sono di un fascino unico. Sulle tastiere è delicatissima, leggera ed autorevole. E’ attuslmente accompagnata in trio dal bassista Ralf Cetto e dal batterista Simon Zimbardo. E’ una grande realtà, in continua evoluzione ed è fondamentale la sua provenienza dal classico, che le dona
maggiore qualità nell’improvvisazione e nella ricerca esplorativa di sempre nuove melodie contaminate dalle musiche della sua terra.

Ottobre 2013 Ebo Del Bianco

“The big John Zorn” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: from Masada. Live in Taipei with JOHN ZORN sax alto e direzione – MARC RIBOT chitarra – DAVE DOUGLAS tromba – GREG COHEN basso – JOEY BARON batteria –

John Zorn, sax alto, composizione e direzione d’orchestra, è nato a New York nel 1953. Circoscrivere e dare un’appartenenza alla musica di John Zorn non è un’impresa dagli esiti scontati. Indubbiamente nelle sue sonorità il jazz è presente, ma ci sono anche rock, punk,elettronica, klezmer e qualsiasi altra musica che diabolicamente riesca a ficcarci dentro. Divaga tra orchestre,
gruppi free e colonne sonore che di fatto non lo sono; stravolge Morricone, strapazza Hank Mobley, Lee Morgan, Sonny Clark e Ornette Coleman. E’ un moderno menestrello che ama confondere e contaminare i canoni “tradizionali” del jazz. Ma è sopratutto un artista ed esploratore di nuovi suoni che tenta di allargare con originalità le maglie e i confini del jazz. Il suo eccletismo lo rende uno degli artisti più interessanti degli ultimi anni. John Zorn è avviato da piccolo allo studio del pianoforte. Un po’ più grande dirotta il suo interesse verso la chitarra ed il flauto. Da adolescente s’innamora della musica classica contemporanea. Al college, a St Louis, viene travolto dalle note free di FOR ALTO di Antony Braxton. E’ una folgorazione in piena regola. Lasciati in anticipo e senza rimpianti gli studi e poi St Louis per la stimolante e trasgressiva New York, Zorn incomincia a stringere rapporti con musicisti free come il bassista Fred Frith, e fare ogni tipo di esperienza che la ribollente scena newyorkese gli prospetta. Contamina le musiche con elementi sonori dell’ambiente urbano, tapes e quant’altro, in linea con quelle che sono le sperimentazioni di John Cage, che lui ammira e segue molto. Dopo esordi discografici fatti di musiche improbabili, fonda nei primi anni ’80 una sua casa discografica, la Tzadik, che riscuoterà un notevole successo. A metà dello scorso decennio la firma con la label Elektra/Nonesuch gli regala una notorietà non più limitata a pochi fan. Fioccano dischi di notevole portata come “The Big Gundown” sulle musiche di Ennio Morricone, “Spillane” e “Spy vs Spy”, un progetto su Ornette Coleman. Crea nel frattempo il gruppo Naked City che propone musiche per uditi disposti a tutto. Tra i tanti esperimenti e gruppi emerge la formazione/progetto Masada: un incontro originale tra Ornette Coleman e la musica Yiddish. Con lui collaborano Dave Douglas, il bassista Gregg Cohen e il batterista Joey Baron. Nel gruppo attuale da citare il chitarrista Marc Ribot. Nella produzione recente da citare alcuni brani micidiali come “Little Bittern” ed “Exodus”. La formazione è John Zorn sax e direzione, Marc Ribot chitarra, Jamie Saft organo e oiano, Trevor Dunn basso, Kenny Wollesen vibrafono, Joey Baron drums. Cyro Baptista percussioni. Ma il progetto evolutivo, esplorativo di John continua senza fermarsi mai.

Ottobre 2013 Ebo Del Bianco

“Laura Avanzolini quartet, “Skykark” “ di Ebo Del Bianco

Brano di supporto: dall’album “Skylark” il brano “No more blues” -
Musicians – Michele Francesconi piano – Laura Avanzolini voce – Giacomo
Dominici basso – Marco Frattini batteria.

Quello di “Skylark”, sicuramente è un progetto prodotto con grande raffinatezza da questo straordinario quartetto, gruppo di altissimo livello. Emerge in modo eccellente una Laura Avanzolini molto strumentale, pesce pilota della band assieme al diabolico, incredibilmente bravo pianista Michele Francesconi, suo compagno anche nella vita. Un affiatamento mostruoso tra i due, che trascina anche tutto il resto del gruppo ad un esecuzione perfetta dei brani. Il giovane batterista Marco Frattini, mostra genialità e grande tecnica allo strumento, come del resto il colosso della ritmica, Giacomo Dominici, grandissima realtà internazionale. E’ nettamente il miglior cd in circolazione, dai ritmi imprevedibili e non scontati, originali, dai giusti toni, con melodie stupende ricavate da brani famosissimi. Laura Avanzolini, con la sua voce strumento svetta, e nei duetti con piano e batteria, è degna di essere accostata alle più grandi vocalist del mondo, come Rachelle Ferrell, ma con più espressione jazzistica. Padronissima del suo strumento, incantevole, Laura riesce a modulare a suo piacimento la voce seguendo le atmosfere del brano in ogni momento. Dal vivo poi, è stata una conferma andando oltre. Nel primo brano “Just Friends”, una bossa, dopo un intenso dialogo a due tra voce e batteria, Laura e Michele coinvolgono il gruppo in una piacevole ritmica esaltando i singoli strumenti. Nel secondo brano “Skylark”, lento, la voce di Laura è calda, fine, molto profonda. Un quartetto doc che si esalta nel duetto voce e piano. Il brano dà l’idea di un aria di nostalgia per un qualcosa ormai lontano. Nel brano “But not for me”, velocissimo, spettacolare si rivela il duetto piano e voce, ma Frattini e Dominici si mostrano favolosi, soffici e non invadenti. Piace moltissimo l’uso dei piatti di Marco, che dà più ampiezza ed ossigeno al brano.
“You taught my heart to sing”, una ballad di Mc Coy Tyner, la voce di Laura è sussurrata in modo indovinato, mostrando classe da grande star. Michele Francesconi al piano, superlativo, coglie al volo ogni attimo, ogni spazio con la sua delicatezza percussiva. Il brano viene eseguito in modo piacevole. “On green dolphin street”, cover famosa, inizia con un arrangiamento di Francesconi di grande effetto e qui con la ritmica si raggiunge il vertice. In questa sad samba, Frattini e Dominici con la loro bravura, sostengono i grandi interventi di Laura. “It could happen to you”, brano veloce, grandissima Laura in versione Skat, ispiratissimi ed estrosi tutti gli altri che eseguono il brano in perfetta sincronia, con grande affiatamento. “No more blues”di Jobin (Checa de saudade), ha un inizio piano e voce soffici. La ritmica attacca in modo stupendo per avviarsi al tempo di bossa. Di grande rilevanza l’assolo di Giacomo Dominici al basso, pulitissimo: un quartetto di livello altissimo perchè si integrano a vicenda. Marco Frattini è addirittura mostruoso nelle sottolineature sul rullantee piatti, rispondendo alle improvvisazioni vocali di Laura. “So many star” di Sergio Mendez, è un brano lento interpretato con efficacia vocale di Laura fuori dal comune, supportata da tutta la band sempre coi giusti toni e cadenze ritmiche. “By by black bird”, cover di samba, ha un inizio velocissimo a 3 con skat micidiale di Laura con piano e basso accanto. Con questa voce strumentale, Laura Avanzolini si pone ai vertici come una realtà del jazz, mostrando grande classe ed autorevolezza. Ottimo in questo brano Michele Francesconi con le sue stupende improvvisazioni al piano, e Marco Frattini con un accompagnamento ed un finale maestosi. Nel brano “Smile”, scritto da Chaplin, Laura, Michele, Giacomo e Marco, si portano su un percorso melodico struggente ed eccezionale. Questa versione affascinante, risulta commovente for me, grazie a questi musicisti che sanno il fatto loro e sanno sorprendere. Giovanissima, Laura, quando l’ho ascoltata in duo, avevo avuto una senzazione. “Skylark” è la conferma, che questa jazzista ha superato ogni previsione.
Ottobre 2013 Ebo Del Bianco