Monthly Archive for Gennaio 2014

Recensione film di Paolo Sorrentino “La grande bellezza” a cura di Ebo Del Bianco

Musica di supporto:”La vanità” – Rita Marcotulli trio.

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La sensibilità avvolge con forza la vita di uno scrittore, personaggio chiave del film, splendidamente interpreato da Tony Servillo. Roma, coi suoi monumenti, coi suoi palazzi, con la sua storia, assiste silenziosa agli eccessi schizzofrenici della mondanità, di quell’andare cintinuamente in scena per avere visibilità. Allora, Roma, lentamente sta perdendo la sua grande bellezza. Il protagonista, scrittore, Jef Gambardella, viene anch’esso travolto dal vortice della mondanità, anzi lui ne è il re. Libertà, quindi, allo sfarzo, agli eccessi di una felicità imposta dalle regole, mentre Roma resta silenziosa, abitata e lebrata da turisti con una semplice macchina fotografica. Tutti i protagonisti che si dimenano nel vortice, sanno di essere drammaticamente nei pressi della disperazione tra fragilità e continue menzogne a sè stessi. Ecco perchè si fanno compagnia. La sensibilità è la chiave che permette allo scrittore Gambardella. di raccontare l’inesorabile disfacimento psico fisico, anche suo. Gli permette di raccontare il tragico fallimento di tutti i protagonisti che si tuffano nel collettivismo momdano sol per avere visibilità. Anche ad un funerale, evento apparentemente casuale, la mondanità detta le sue regole. Mai piangere, mai rubare la scena al dolore dei parenti. E’ immorale, non consentito. Ci si apparta per essere megglio individuati, ci si avvicina al massimo a fine funerale verso il famigliare del defunto ed all’orecchi:”Sappi che nei prossimi giorni, quando ci sarà il vuoto, potrai contare su di me”.
Nella mondanità traspare una disperata quanto inutile ricerca della felicità attraverso la conoscenza di tanta gente. Nella mondanità che disturba la bellezza di Roma, c’è di tutto, compresi i nobili, i patrizi che sottolineano l’essere ricchi come un mestiere. C’è persino la chiesa nella figura di un certo cardinale che distrattamente non ha risposte sulla fede. Dopo gli eccessi quotidiani si resta sempre in due, distesi su un letto, saturi di tutto e tutti, e lo scrittore Gambardella rivlgendosi a Ramona (Sabrina Ferilli) compagna di turno:” E’ stato bello non fare l’amore”. Ramona risponde:”E’ stato bello volersi bene”. Lui aggiunge smemorato:”Mi ero scordato che amore significa volersi bene”. M ai margini di questo vortice, pura, incontaminata, c’è Suor Maria, 104 anni, che dorme a terra su un cartone e non concede l’intervista a Gambardella. Suor Maria ha sposato la povertà e la povertà non si racconta, si vive. Riesce ad inchiodare lo scrittore domandandogli:”Perchè non hai mai scritto un libro? Risposta:”Perchè non ho trovato la grande bellezza”: Il supporto paesaggistico, storico di Roma non è sufficiente per mascherare il dramma.
“Finisce sempre così, con la morte, però prima c’è stata la vita, nascosta sotto i bla bla bla. E dopo c’è l’altrove”. E’ giunta l’ora di iniziare a scirvere questo romanzo, perchè anch’esso in fondo è solo un trucco per nascondersi dietro non essere vissuti.
Tutti i protagonisti del fil grandioso, italiani, impeccabilmente interpretano il tema loro assegnato. una citazione di merito per Tony Servillo e per Carlo Verdone, soprendentemente drammatico.

Autore Ebo Del Bianco 20 Gennaio 2014

Dal film Io e te di B. Bertolucci Recensione Io e te di Ebo del Bianco

Musica di supporto: L’amore fugge, trio Rita Marcotulli

L’ultimo film di Bernardo Bertolucci Io e te presentato al Festival di Cannes qualche anno fa fuori concorso, a fine proiezione ha ricevuto 10 minuti di applausi.
E’ un racconto con sottofondo metaforico, che tratta il tema della solitudine.
La sorpresa sta nel fatto che Bertolucci ha fatto svolgere quel tema a due giovani attori, fratellastri, Lorenzo e Olivia interpretati da due giovanissimi Jacopo Olmo Antinori e Thea Falco.
Il racconto si basa sulle decisioni di un ragazzo di isolarsi in gran segreto in una cantina per sette giorni dando ad intendere alla famiglia di recarsi alla settimana bianca con la sua classe. Lorenzo, pur di sfuggita, fa apparire la madre premurosa in eccesso, imbarazzata ad affrontare un quesito posto dal figlio sull’eventuale e remota sopravvivenza (solo di entrambi) ad una ipotetica distruzione della razza umana.
Lorenzo, per non far estinguere il futuro dell’uomo, promette un accoppiamento materno, alchè la madre, non afferrando il senso della domanda, si irrita. E provocatoriamente, con l’istinto giovanile si rivolge alla madre dicendo: “Come lo chiameresti?”. Il padre si presenta come il solito assente, tutto lavoro.
Ma Lorenzo cerca altro, cerca rifugio e si estrania da solo con la sua musica in cuffia in una cantina in compagnia di un formicaio.
E’ quello il posto per misurarsi, per scoprire la parte di sé stessi nascosta e non più distratta e disturbata dalla insoddisfacente vita quotidiana. Essendo tutta premeditata, la solitudine a cui si sottopone Lorenzo, è un antidoto a tutto ciò che la società gli offre quasi in modo ossessivo ed uguale.
Nella cantina si trova benissimo, non vede indici puntati, si libera delle scorie personali per scoprire se stesso. Ed è certo di ottenerlo, perché trovasi solo con se stesso, e non può nascondersi alla sua evidenza.
La solitudine non garantisce che sei migliore degli altri.
La solitudine ti mette davanti ad uno ipotetico specchio per suggerirti: “Quello sei tu, ora scopriti”. Ma a Lorenzo subentra improvvisamente in quel “bunker” un elemento disturbatore che gli certifica a tratti la presenza di tutto ciò che è esterno a quel posto.
E’ la sorellastra Olivia, un concentrato sociale di vizi e virtù assimilati fuori. Entra in cantina di sorpresa, con una prorompente figura di eccessi come la droga, come l’essere giovane amante di un uomo sposato, come il non aver un posto da dormire, il non aver un boccone per sfamarsi.
Olivia è l’elemento che, senza volerlo e saperlo, distrae Lorenzo dalla sua solitudine conquistata. Ma Olivia si presenta nel dialogo con Lorenzo anche in modo possente con affermazioni profonde come il desiderio di volersi smaterializzare per poter penetrare col suo spirito anche attraverso i muri sociali.
Per fotografare la sua malattia, il suo vizio di tossicomane, Olivia dice al fratello: “Ormai nei miei occhi c’è un angelo che non vola”.
Olivia asseconda Lorenzo nella scelta di nascondersi e la condivide con lui, anche se legata troppo all’esterno. L’unico punto di riferimento per Lorenzo fuori in cui fare affidamento, è la nonna inferma, che non lo annoia, perché anche lei vive la solitudine ma in modo continuativo. Ad un certo punto essendo finiti i viveri alimentari nel rifugio, Olivia e Lorenzo decidono di andare a casa di lui di notte a “prelevare” dal frigo tutto quello che serve loro.
Ne viene fuori una bella scorpacciata di cibo, ed un bel brindisi.
Ma i giorni nel bunker stanno per finire, Olivia è in fermento perché fuori lei ha molto, Lorenzo, invece, dovrà solo ricordare quei 7 giorni, quella cantina e riprendere il bioritmo quotidiano.
Il fantastico progetto di Bernardo Bertolucci è stato quello di far svolgere un tema così profondo, non a due attori navigati, magari condizionati da retrospettive novecentesche.
Il tema della solitudine Bertolucci lo ha affrontato con due giovani di questo nuovo millennio, incontaminati da tutte le vicende del secolo scorso.
A volte l’aver vissuto intensamente il ‘900, per molte generazioni il rapporto con questo nuovo secolo è assai difficile perché sono venuti a mancare punti di riferimento e certi valori.
I giovani devono lottare a caccia del loro presente, del loro futuro, della loro identità. Anche loro necessitano di pause di riflessioni, scappare metaforicamente in una cantina e ritrovarsi.
Bravissimo, Jacopo Olmo, Antinori, straordinaria e splendida Thea Falco.

A Bertolucci, grazie di questo nuovo capolavoro tratto dal libro di Niccolò Ammaniti.

Ebo del Bianco

“wwwpiazzadellecinquelune.it” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: brano “Maledetti voi” autore ed interprete Luca Moro, nipote di Aldo Moro.

Lo stupore non è dovuto solo alla forte emozione ricevuta durante la visione del film “Piazza delle cinque lune”, del regista Renzo Martinelli, interpretato da un grandioso Donald Sunderland, ma anche da due formidabili artisti italiani, Giancarlo Giannini e Stefania Rocca. Il film è tutto basato sull’indagine segreta che è costretto a fare, suo malgrado, un giudicedi provincia appena pensionato, sul sequestro ed omicidio Moro e la sua scorta. Tutto è concentrato sulla ricerca del memoriale che Aldo Moro aveva compilato durante la sua prigionìa. Il nocciolo del film ruota tutto sulla ricerca di quel memoriale. Il protagonista, viene pilotato verso questa drammatica caccia al tesoro, da un personaggio che conosce la verità sostanziale su ciò che in realtà è veramente accaduto in via Fani, un personaggio che ha i giorni contati per l’avanzamento spietato di una malattia tumorale. Cosa si deduce da quel film? La prima cosa che lascia allibiti è che in via Fani era presente sul marciapiede all’angolo di un’altra strada, un responsabile elevato dei servizi segreti, che viene più volte filmato e la cui immagine viene messa a fuoco. Che l’allora capo delle Brigate Rosse, ora in libertà, era Mario Moretti, che era in contatto coi servizi segreti, nativo di Porto San Giorgio, come un suo compagno di scuola divenuto poi agente dei servizi segreti. Si ipotizza, che la CIA, tramite l’organizzazione P2, che era una filiale dell’istituto Hyperion parigino che segretamente era un centro di controllo per impedire che il PCI andasse al governo, abbia, tramite il pilotaggio delle Brigate Rosse del capo Mario Moretti, organizzato il sequestro Moro. Una prova del doppio gioco di Moretti sta nel fatto che la P2 negli anno ’70 fa infiltrare nelle Brigate Rosse, un agente dei servizi segreti, Silvano Girotto, detto anche frate mitra, il quale l’8 settembre 1974,con una trappola, fa arrestare i due capi di allora delle Brigate Rosse, Renato Curcio ed Alberto Franceschini. Mario Moretti, sapeva della trappola, ma non avvisa i capi e non viene arrestato. Così diviene lui il capo delle BR, ma coi servizi segreti che lo pilotavano. Poichè il pericolo in quel momento era non Andreotti, ma ALDO MORO, scritto volutamente maiuscolo perchè martire di libertà, che aveva portato il PCI al governo col consenso popolare e non con la rivoluzione, ecco che la P2 e Moretti si accordano per organizzare il sequestro e l’uccisione di Moro. Queste, ripeto, sono deduzioni tratte dal film, ma secondo me, è la verità. Molti brigatisti che avevano seguito Curcio e Franceschini, restano un po’ sorpresi di questo atteggiamento sanguinario di queste nuove BR dirette da Moretti ed alcuni si dissociano. Tutto quello che poi è successo in realtà in via Fani, è tutto da rivedere e quello che lascia sconcertati è la drammatica spettacolarizzazione della strage. Se veramente volevano uccidere Moro, lui ogni mattina si recava a passeggio seguito solo dal maresciallo Leonardi, quindi perchè tutta quella violentissima sparatoria e strage? Sulle borse di Moro fitto mistero, come sull’originale del memoriale. E’ solo un ipotesi, ma sono certo che in una di quelle borse, logicamente sparita, ALDO MORO, custodiva elenco segreto iscritti alla organizzazione massonica P2 di Licio Gelli.
Tutti i protagonisti non brigatisti al sequestro Moro, erano tutti iscritti alla P2. Il film termina con le continue minacce al giudice in pensione, per farlo desistere dall’inchiesta, minacce che coinvolgono direttamente anche la famiglia della giovane magistrata, ma che non convolgono soprendentemente un “collaboratore” del giudice, che alla fine quando si presenta al giudice con la sua vera identità criminale si rivolge così al giudice:” A volte veniamo travolti da eventi più grandi di noi”. Se il potere usa queste minacce per far desistere chi con passione e fede nella democrazia va alla ricerca della verità, il potere mostra la sua debolezza e non la sua forza. Onore ad Aldo Moro, martire di libertà, che ha provato a farci sognare dando la vita. Onore ad Enrico Berlinguer ed al suo PCI che nonostante Hyperion, è riuscito a portare al governo senza rivoluzioni il suo partito, mettendo in crisi anche chi ha Mosca predicava di prendere il potere con la forza. Disprezzo eterno a chi ha complottato da oltre oceano sin dai tempi di Enrico Mattei. Ecco parte di verità sugli anni più intensi del ’70. Gennaio 2014 autore Ebo Del Bianco

“Larry Young, il Coltrane dell’organo” di EBO DEL BIANCO

Musica di supporto: “Moontrane” – musicians: LARRY YOUNG organo Hammond B3, WHOODY SHAW tromba, JOE HENDERSON sax tenore, ELIN JONES drums.

Larry Young, organista, era nato a Newark nel 194O, ed è deceduto a New York nel 1978. Ha vissuto solo 38 anni, ma la sua parabola musicale è sempre stata in ascesa. Nei primi anni sessanta, abbandona repentinamente il R&B per una improvvisa apertura al jazz di John Coltrane. Alcuni critici paragonano l’operazione compiuta da Larry Young a ciò che l’organista Jimmy Smith aveva fatto col be-bop, e cioè trasporre sull’organo le articolate strutture di Charlie Parker. Larry Young ha convertito il jazz modale di Trane e le orchestrazioni pianistiche di McCoy Tyner in musica “nuova” per il suo organo hammond B3. Più avanti sarà chiamato “Il Coltrane dell’organo”.
Figlio di un organista professionista, Young ha bruciato le tappe dimostrandosi un talento precoce. I suoi primi ingaggi li ha con band di R&B che suonano in club di Nawark. Nel 1960 la label/Prestige new jazz lo mette sotto contratto. Incide 3 album di cui il migliore è “Young Blues”. La miscela musicale è composta da un soul-jazz vicino alle sonorità di Jimmy Smith. La svolta musicale si realizza quattro anni dopo quando firma con la Blue Note. Cambia totalmente indirizzo aprendosi al jazz modale di John Coltrane. La conferma avviene con la partecipazione al disco del chitarrista Grant Gree “Talkin’ About”. Quello che si ode, è un suono diverso, variegato profondo e poliritmico.Lo sorregge alla batteria il drumming potente e scoppiettante di Elvin Jones. La stessa formazione, con l’aggiunta di Sam Rivers, realizza “Into Somethin’, primo disco Blue Note da leader di Larry Young. La trasformazione sonora è pienamente riuscita. L’esplosione e la definitva maturazione avvengono col disco “Unity”. Alla tromba c’è Woody Shaw, , anche lui depositario di un nuovo suono e autore di 3 brani, tra i quali l’omaggio a Trane “Moontrane” poi divenuto standard; al sax un originale ed autoritario Joe Henderson, alla batteria Elvin Jones. Larry resta alla Blue Note fino al 1969. Realizza altri 4 dischi di cui il migliore è “Of love and Peace”, album dalle risonanze free, nello stesso anni si unisce al batterista Tony Williams ed al chitarrista John Mclaughlin per formare il trio Lifetime, una band seminale di jazz-fusion. Lo si ascolta anche in “Bitches Brew” di Miles Davis. Suona ed incide con Jimi Hendrix e realizza a suo nome 2 album dai ritmi funky, scadenti a rispetto a quanto aveva prodotto in passato. Muore nel 1978 per una polmonite causata da una letale disattenzione medica. Anche Larry, come tanti dei dell’arte jazz, è salito in cielo troppo presto. Chissà dove sarebbe arrivato
Gennaio 2014 Autore Ebo Del Bianco

“Kenny Garrett, the greit language alto saxophone” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Pursuance: The Musica Of JOHN COLTRANE eseguito al sax alto da Kenny Garrett, con Pat Metheny guitar.

Nato a Detroit nel 1960, KENNY GARRETT, sax alto, è stato consacrato agli altari del jazz da un ultimo Miles Davis che lo fa suonare negli Album “Amandla e Dingo”. Oggi si pone come uno dei più grandi e ricercati musicisti di sax alto. Esordisce molto giovane suonando a Detroit prima con Marcus Belgrave e poi con l’orchestra di Mercer Ellington. Al termine di questa esperienza, nel 1980 si trasferisce a New York, dove riesce a mettersi in evidenza grazie alle sue spiccate doti di solista dal timbro fortemente post bop, doti che gli permettono di incidere nel 1984 il suo primo album da leader, “Introducing Kenny Garrett”. I musicisti che incidono con lui il disco gli garantiscono ottima resa, ed hanno nomi forti come WOODY SHAW alla tromba, MULGREW MILLER al pino e TONI REEDUS alla batteria. Garrett forma una band chiamata “Out of ther blue” e raggiunge il successo quando MILES DAVIS lo chiama come virtuoso solista.Seguiranno importanti collaborazioni col batterista ART BLAKEY e i JAZZ MESSENGER, con la band del pianista MULGREW MILLER, il trombattista DONALD BYRD e altri esponenti dell’area jazz di New York. Il suo contributo artistico continua con album di qualità in cui si cimenta con nuovi suoni ed influenze filtrate attraverso la voce del sax alto. In “Persuance:The Music Of John Coltrane”, esegue brani del celebre Trane con una grazia e una classe magistrali, evitando atteggiamenti referenziali e dando una versione di quello che può essere il lavoro di Coltrane suonato e versato attraverso il sax alto. Alla chitarra è supportato da un equilibrato, non accademico e mai traboccante PAT METHENY. La sezione ritmica è discreta e funzionale alle esigenze del leader. Il disco seguente, “Songbook”, non si discosta qualitativamente dal precedente. I brani sono composti tutti da KENNY GARRETT, da lui suonati con istintiva ed improvvisata forza. La base ritmica è quella del sassofonista BRADFORD MARSALIS, con KENNY KIRKLAND al piano, NNAT REEVES al basso, JEFF WATTS alla batteria. Questi lavori mostrano un KENNY GARRETT in fortissima crescita e maturazione, portato dal suo istinto ad una ricerca sonora senza limiti e confini, come aveva appreso dal suo maestro MILES DAVIS. In “Standard of Language”si comprende benissimo quale è la direzione che KENNY ha preso da tempo. Il futuro di questo jazzista di 53 anni si prospetta luminoso senza ombre.
Gennaio 2014 Autore Ebo Del Bianco

“Sete di verità” di Ebo Del Bianco

musica di supporto: Brano “Musica Ribelle” aurore ed esecutore Eugenio Finardi

Tutto il periodo del ’900 legato al caso dell’omicidio del commissario Calabresi, è avvolto ancora da una grossa nebulosa per quanto riguarda la ricerca della verità sostanziale dei fatti. Si parte dalla strage alla Banca di Piazza Fontana, alla morte dell’anarchico Pinelli e via di seguito. La Rai prima di avventurarsi a produrre fiction che riguardano quell’epoca di sangue, farebbe bene prima accertare se esiste chiarezza, trasparenza nei fatti accaduti, altrimenti tutto ciò che produce è solo Strategia del Consenso per avallare chi ha a cuore la continua criminalizzazione di un’intera generazione e la totale assoluzione verso un potere che mai ha dato prove di infallibilità. La protesta è dovuta, perchè quando manca la verità non si può vivere di ipotesi e trasformarle in certezze.
Gennaio 2014 Ebo del Bianco