Archivio della categoria Musica

“DIARY OF THE PASSIONS” autore Ebo Del Bianco

La passione è lo stimolo per motivare ogni attimo di vita.
Musica di supporto: “Evening song”, autore Jakob Bro, esecutore Jakib Bro guitar in trio.
“If you leave me now”, autori ed esecutori Chicago.

L’armadio conserva ancora l’abbigliamento della prima notte di passione. La maglietta a strisce orizzontali, blu-jeans con targhetta in cuoio, una foto ricordo del mattino seguente. Li osservo, quei diciotto anni, come il sole dopo l’alba che illumina i tredici di Sandra. Lascio aperto l’armadio, sono scappati tutti, gli anni, lei, la mia incoscienza. Resta il profumo della passione, della vulnerabilità, firme indelebili nei vestiti di allora, ma residenti in un cuore appesantito.
A fianco, la divisa militare, che rammenta i diciotto mesi di noia (e non naia) incredibile. Eppure stento a riconoscermi in quel berretto sgualcito, in quella camicia grigio verde con cordone rosso e gradi di sergente. Era l’epoca di un amore pastorale, medioevale, tradizionale, in cui mi sentivo impantanare a poco a poco. Non mi sovviene il suo nome, perchè forse……………una nube di passaggio. Finalmente giunse Lui, benestante di campagna, con tessera di partito, e lei sparì. Fu un gradito tradimento liberatorio. Poco più in là, l’armadio mi indica la divisa in cui mi trasformai in sport man ai box dell’Autodromo Santamonica. E’ un mondo in cui inspiegabilmente si rischia la vita per il podio più alto. Alla massima velocità in pista si ragiona, non è follia, sono coscienti del rischio. Anche se l’amico carissimo neozelandese Kim Newcombe anni fa a Silvestrone cessò di vivere. Con quella divisa nipponica da attore, inciampai non casualmente in Raffaella, un essere umano speciale, milanese, barista ai box. Le sue spietate critiche erano rivolte alle mie performances clownesche di attore sportivo. Su quella divisa nell’armadio è stampata la sua incantevole frase:”Smettila di recitare”. Lei tornò a Milano, ma io smisi di recitare e lasciai Santamonica perchè Raffaella aveva ragione. La passione non sfugge mai alla verità, e con lei fu grande esperienza.
L’Università di Urbino mi accolse come un figlio. Ci andavo in autostop, da disoccupato, per sociologia e giornalismo. Grazie a Giovanni, Caesar e Lucia, compagni ed amici, passammo un anno intensamente politico, sovraccarichi di tensioni sociali. Ma al circolo universitario “Che Guevara”, una perla dagli occhi verdi la ricordo ancora. Mai una parola, mai un dialogo, solo una canzone dei Chicago al juke-box univa i nostrio fugaci sguardi. Seduta, sola, spesso smarrita, nessun idiota pretesto mi spinse ad avvicinarmi a Lei, anche se il suo fascino, i suoi occhi mi suggerivano il contrario.
Nell’ultimo cassetto dell’armadio, ritrovo la mia tuta blu di giornalista metalmeccanico. Per non prostituire le mie idee politiche, scelsi come compagni di vita acciaio, ferro, ghisa, alluminio e ottone, e due cagnolini fratelli, Bill e Lila che dormivano in fabbrica. La passione per il lavoro, di cui ero incompetente, accentuò il mio temperamento dinamico, trasformandomi in vero metalmeccanico. La fatica quotidiana mi regalava serenità, incredibile rispetto dai miei compagni, affetto smisurato dai miei due angeli a quattro zampe. Quando Lila e Bill mi lasciarono per sempre, la disperazione fu assoluta padrona della mia forte depressione. Dovetti lasciare il lavoro sempre assistito dai medici legali che accertarono presso gli organi competenti la gravità del mio status. La fabbrica mi ha donato tanto acciaio nello spirito, e tanto rimpianto. La disperazione spesso conduce alla rassegnazione, ma l’acciaio psicologico mi salvò.
Dopo tanti anni, un giorno, una meteora, un raggio di sole africano, mi costrinse a togliere il cuore dal divieto di sosta, e troppo improvvisa nacque passione. Elizabeth, come tutti i fratelli africani, sono costretti, per necessità, a considerare la vita principalmente sotto l’aspetto economico. Con Elizabeth, complicità, intuizioni comuni, amore, furono solo sporadiche e fugaci apparizioni.
Così, inevitabilmente fu cancellato tutto. La passione è minata dal denaro, è violentata dai suoi artigli. La passione è free come il cuore, sempre in guerra con la macchiavellica mente. Se così non fosse, lo squallore asfalterebbe anche i sogni.

“Inferno 2000: Degeneration” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Profondo Rosso – esecutori I Goblin

“Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente”. Sembra quasi essere giunti davanti ad un grande portone aperto, al di là del quale s’ode il rumore di una “Degeneration” totale che spinge oltre il lecito una nave senza rotta. Siamo all’epilogo, ognuno è munito di cintura di salvataggio per affrontare una tempesta apocalittica. Si entra, si ascolta, si osserva, e ci si sente inghiottiti da un caos assordante. Le menzogne circolano come idee comuni, servite come un piatto forte. Sulla grande piazza vengono celebrati lutti e tragedie dallo showman di turno, che invoca audience ed applausi ad un pubblico stordito, rassegnato, narcotizzato. “Degeneration” è in cabina di comando, offrendo con le sue ancelle le sue verità in spots commerciali. Applausi ininterrotti, per celebrare un atto di fede. Questa è la visione infernale del secondo millennio, senza cerchi, senza peccatori, ma senza protagonisti.

Autore Ebo Del Bianco

Aprile 2016

Il viaggio autore Ebo del Bianco

Il viaggio autore Ebo del Bianco
Musica di supporto: Running from album More – autore Jacob Karlzon – musicans: jacob Karlzon piano – tastiere, Han Andersson contrabbasso, Jonas Holgersson batteria.

Non è il solito viaggio.
Lungo la costa, la strada è come una linea diretta interminabile. Anche la macchina mi asseconda ad intraprendere questo itinerario esplorativo senza meta, mentre confido a me stesso una morbosa curiosità verso il nord.
Sono già in viaggio, in autunno inoltrato, circondato da una atmosfera rarefatta di primo pomeriggio piovoso.
Nella mente si accavallano dimenticanze, conseguenza per questa decisione improvvisa.
Sto riflettendo sul fatto di scappare o meno. Non riesco a fuggire, solo viaggiare attorno a me stesso per nuove esperienze. Parcheggio per le spese, per il solito decaffeinato ed un succo di arance, lasciando la macchina incautamente incustodita. Quando torno, noto una passeggera a bordo, sul sedile posteriore, inzuppata d’acqua come una spugna. Apro lo sportello e mi sento dire: «Ho cercato il primo rifugio come riparo. Se vuoi, scendo subito».
Non so cosa rispondere, mi siedo, accendo la macchina ed inizio a guidare.
«Non ho asciugamani a bordo, ho solo il riscaldamento acceso» le dico.
Non mi risponde, però mi offre uno sguardo di ringraziamento nello specchietto.
«Vado a nord, non so dove deciderò di fermarmi», inizio per suscitare in lei qualche parola.
«Non sono sola, ho un figlio che vive in comunità a Milano. Mi piacerebbe rivederlo, sono una ragazza madre» mi risponde.
«Quale sventura ti porta ad occupare il sedile della mia macchina? Sei in una scatola dove non conosci il contenuto, non è per te una rischiosa avventura?» le rispondo.
«L’appiattimento della vita quotidiana mi porta a mal sopportare questa situazione» mi risponde.
«Se ho ben compreso, vuoi cambiare aria, ma…senza bagagli?» le dico.
«I bagagli li tengo nascosti dentro di me perché all’interno della valigia, trasporto tutti i rischi della vita, e quelli la rendono molto pesante» mi risponde.
«Sono molto sorpreso dalle tue parole, la macchina è a tua disposizione, anche per una improvvisa tua richiesta di scendere ed andare via» le dico.
«Intanto continuiamo a viaggiare, a te non chiedo nulla, è sufficiente l’ospitalità sul sedile posteriore della tua macchina», la sua risposta è chiara.
Proseguo e noto nello specchietto che si è assopita su un fianco. Mi sembra di viaggiare underground, con un ospite a bordo di cui mi devo assolutamente fidare.
Ora siamo in due ad inseguire in incognito se esiste una meta da verificare se è condivisa da entrambi.
Stiamo fiancheggiando il mare da un po’ di tempo.
Accendo lo stereo a basso volume e dallo specchietto vedo che non ci sono novità, solo segnali di sonno profondo.
Mi pongo una domanda: ma dove andremo?
Neanche il tempo di rifletterci sopra che colgo al volo una freccia indicatoria, con la scritta Milano.
Decido subito e svolto verso quella direzione.
Improvvisamente dopo un’ora di guida silenziosa, dalla sua voce: «Mi chiamo Isabelle». Io non le ho chiesto generalità, però rispondo: «Chiamami Paco, il mio nome d’arte. Non sono cubano sono italiano, non stiamo più costeggiando il mare, ma ci siamo addentrati nella più grande pianura italiana, in direzione Milano».
Dallo specchietto ci incrociamo con un profondo sguardo, poi assoluto silenzio.
Stiamo attraversando un grigio soffocante, a tratti nebbioso e Isabelle incuriosita porge lo sguardo fuori dal finestrino.
Quando ho pronunciato la parola Milano, non ha avuto alcuna reazione, forse ho sbagliato, ma lei improvvisamente se ne esce: «Non ti chiedo di portarmi da mio figlio, sarebbe invadente da parte mia. Voglio restare seduta qui e viaggiare con te, all’oscuro di tutto e tutti».
Isabelle, allo stesso tempo mi trasmette imbarazzo ed ammirazione per le sue parole cariche di significato.
Costeggiare il mare, era troppo da west-coast, americaneggiante.
Penetrare in questa pianura e salire verso nord, rende il viaggio più intrigante con tante incognite.
Andare a Milano in autostrada è come guidare col pilota automatico. Meglio la tortuosità di altre strade.
Ma so benissimo che il mio navigatore, da un momento l’altro può diventare Isabelle.
Con lei mi sento in grado di esplorare la parte nascosta, aggrovigliata di questo incontro a due.
«Ci fermiamo in un bar per riposare seduti» propongo.
Il locale è piccolo, tre tavoli e qualche sedia. Ci sediamo di fronte ed incrociando lo sguardo, e sui nostri occhi è stampata una frase: «Perché tutto ciò?».
Con Isabelle è fantastico anche stare in silenzio, basta un gesto per intenderci già al volo.
«Dove e quando finirà questo viaggio?» lancio questa frase come un missile nel cosmo.
«Questo viaggio avrà termine come tutto ciò che ci tiene illusi per tutta la vita. Godiamo al presente, ciò che non sarà mai né passato e né futuro. I tuoi occhi tristi ed incerti non nascondono le tue verità» Isabelle risponde spalancando la sua anima.
Non è importante sapere quando tutto avrà termine, è fondamentale appropriarci del presente e vivere il viaggio senza porre scadenze, mete, obiettivi.
Prendo la mano di Isabelle, la stringo, la guardo negli occhi per scoprire la sua emozione interna. Il resto, ciò che verrà, è tutto da verificare, da vivere, e se ora tutto ciò non fosse possibile, sarà tutto da immaginare.

autore Ebo del Bianco
Dicembre 2014
Copyright

“Pat Martino” chitarrista jazz americano – di Ebo Del Bianco

musica supporto: Remember: A Tribute a Wes Montgomery”

Pat Martino è nato a Philadelphia nel 1944, chitarrista precoce e disinibito, a 15 anni si esibisce già da professionista in una band di R.&B. A spronarlo ed incoraggiarlo a suonare la chitarra è stato il padre musicista. Il prasticantato lo svolge suonando con organisti del calibro di Jimmy Smith, Jack Mc Duff e Richhard “Groove” Holmess, ma la sua predisposizione sonora tende ad un jazz vellutato di blues. Il suono di Pat Martino è corposo e rotondo, si sente l’influenza del chitarrista Johnny Smith a cui si è ispirato. La sua forza risiede nella improvvisazione, che supporta con una tecnica robusta ed una padronanza dello strumento da chitarrista di alto linguaggio. Wes Montgmoery è un altro musicista che lo ha segnato e con il quale ha suonato molte volte. Da lui ha preso una certa liricità e musicalità. Nel suo primo disco intitolato EL HOMBRE e datato 1967, Pat dispiega tutte le sue potenzialità e conoscenze musicali che vanno dal bop alla bossa nova alle ballad. Acclamato dalla critica per i suoi eccellenti album da leader, scompare dalle scene nel 1980 a causa di un aneurisma cerebrale. Guarito, reimpara a suonare la chitarra e dopo diversi anni ritorna a tenere concerti e a incidere dischi. Aloo Sides Now del 1996 vuole essere il disco del ritorno alla vita e sopratutto alla musica. Qualitativamente è un buon disco che apre la strada a lavori migliori per una etichette BLUE NOTE , che gli garantisce sicurezza, qualità e prestigio. Nel 2001 registra un ottimo disco dal vivo intitolato Live at Yoshi’s con all’organo Hammond Hart. Le versioni che Martino dà di All Blues e Blue in Green di Miles Davis sono a dir poco strepitose, eteree e profondamente blues. Due anni dopo torna in sala di incisione con un cast cdi stelle, JOE LOVANO, GONZALO RUBALCABA, CHRISTIAN MC BRIDEE LEWIS NASH e registra Think Tank, forse il suo album migliore, costituito da nuove composizioni. Pat suona come se avesse ridisegnato e potenziato il suo linguaggiomusicale già di per sé originale. Nel 2004 vince la classifica stilata dala prestigiosa rivista di jazz USA DOWN BEAT, come miglior chitarrista dell’anno. Pat oggi è un musicista in evoluzione, sperimentatore curioso ma con i piedi ben saldi nell’ahard bop e nel blues. Lo dimostra il nuovo disco dedicato a Wes Montgomery.

MARZO 2015 Ebo Del Bianco

“Albert Mangelsdorff” trombonista tedesco – di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Lanaya

E’ stato uno dei migliori trombonisti in circolazione, tecnico, innovativo, crerativo, duttile e forte e dotato di un proprio stile. Eccelso anche come compositore per piccoli gruppi. Da adolescente riceve lezioni di violino dallo zio. Il fratello ascolta di nascosto il jazz dagli Usa e lo introduce tra i suoi accoliti. Si esercita con strumenti a fiato e chitarra. Dopo la guerra suona swing in gruppi locali. Passa al trombone a 20 anni, dopo aver ascoltato J.J.Johnson. Alla Radio americana trasmettono Chealiie Parker e d Albert si innamora del Be Bop che entra a far parte del suo repertorio musicale. Agli inizi anni ’50 si imbatte nel cool jazz di Lennie Tristano e Lee Konitz. Nel 1953 incomincia a collaborare con la band Be Bop del sassofonista austriaco Hans Koler e a guidare un suo gruppo. Nel 1958 suona negli Stati Uniti come membro dellla Newport international Band. Dagli inizi degli anni ’60 guida gruppi suoi e tiene concerti in Europa. Il pianista John Lewis , ammirato dalla sua bravura, incide un disco assieme a lui nel 1062. Due anni dopo va in tournèe in Asia , e li viene influenzato dalla musica indiana. Nel 1965 suona con Lee Konitz e diviene membro della Clark Bolang Big Bnad. Deu anni dopo suona free jazz con Don Cherry ed Elvin Jones. Nel 1969 entra nella Globe Unity Orchestra del pianista free Alexander Von schlippenbach. Musicista poliederico collabora con Kenny Dorhan e con un gruppo di avanguardia. A partire dal 1975 si assicia ad una serie di importanti jazzistifree come Steve Lacy, e incide con Jaco Pastorius, Elvin Jones, Michel Portel, Kenny Wheeler, Lee Konitz e John Scofield.Albert è stato il musicista europeo più noto in Usa nonostante vivesse in Germania, e quello che ha riscossso maggiori riconoscimenti. Nel 1986 ha ricevuto il premio BIRD AWARD per essere stato fautore del jazz in Europa. Lo stesso anno è stato in torunèe con John Surman ed un gruppo di percussionisti. Ha continuato suonando e organizzando concerti fino al giorno della sua morte (2005 – era nato nel 1928), senza mai smettere di sperimentare, caratteristica innata nella sua natura.

Marzo 2015 Ebo Del Bianco

“Sun Ra” musicista, compositore, poeta filosofo di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: The Helio Centric World of SUN RA Vo.1

Sun Ra, nato a Birmingham nel 1914, pianista tastierista, compositore, è una sorta di corpo anomalo all’interno del mondo del jazz. Dotato di una forte personalità, controversa, di un fascino particolare, amava abbigliarsi in modo bizzarro. Che ricordava l’antico Egitto o gli avveniristici mondi spaziali di cui lui si sentiva cittadino. Ha creato una Label l Saturn In cui l’unica certezza era la musica : le note di copertina e i musicisti erano quanto più di etereo potesse esserci. Le sue performance erano imprevedibili. Si poteva ascoltare ottima musica o rumori strazianti. In reraltà Herman Sonny Blount, suo vero nome, è stato a suo modo un innovatore. Sappiamo che nel 1934 dirige già una band. Dal 1946 al 1947 lavora come pianista ed arrangiatore nell’orchestra di Fletcher Henderson. Un anno dopo accompasgna brevemente Coloman Hawkins. E’ accanto al chitarrista blues B.B.KING e al cantante Joe Williams, per il quali non solo suona il piano, ma scrive anche arrangiamenti. Agli inizi degli anni ’50 incomincia a dare una fisionomia alla sua band.
Crea nel 1952 la Space Trio, in Arkestra in nuce. Con lui c’è il tenor sassofonista John Gilmore. Nel 1956 Blount prende il nome di Sun Ra e ribattezza la band ARKESTRA. Ne fanno parte musicisti che resteranno con lui per almeno 30 anni. Oltre a Gilmore, il sax baritono Pat Patrik e il sax alto Marshall Allen . il gruppo si esibisce prevalentemente a Chicago e suona un bop meticcio. Dei dischi di questo periodo ricordiamo Sun Ra Visit planet Earth oppure jazz in Sillouette. Al termine degli anni ’50 crea la La Label Saturn. nel 1961 trasferisce il gruppo a New York Sono gli anni più creativi che gli garantiscono una certa fama. Forse il lavoro più rappresentativo di questa fase è THR ELIOCENTRIC WORLG OF SUN RA. Nel 1970. dopo aver spostato il gruppo a Philadelphia efatto dell’Arkestra una sorta di comune, parte per la prima torunèe europea.La musica che suona adesso è un misto di free jazz, canti esoterici, swing ed echi della big band di Henderson. per avere una idea basta ascoltare lo splendido SPECE IS THE PLACE. La band rimane ancora tiiva a lungo, ms l’alternarsi di musicisti è impressionante a causa folle forte e accentratrice personalità di Sun Ra. Muore nel 1993, ma resta una figutra rivoluzionaria del jazz.
Febbraio 2015 Ebo Del Bianco

“Carla Bley, compositrice e pianista jazz” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “The Ballad of the Fallen” – autrice ed arrangiatrice CarlaBley – eseguita dalla Liberation Music Orchestra di Charlie Haden.

Carla Bley, grande pianista, compositrice , nasce ad Oakland nel 1938. Carla Borg cresce in una famiglia di musicisti e viene avviata allo studio del pianoforte dal padre insegnante. I suoi jazzisti preferiti sono Miles Davis e Thelonious Monk. Dopo una adolescenza trascorsa tra musicisti di strada(aveva abbandonato la scuola a 15 anni), nel 1957 si trasferisce a New York. Qui fa lavori di fortuna, fino a quando non incontra e sposa il pianista Paul Bley che la incoraggia a dedicarsi alla composizione. Dopo un soggiorno di 2 anni a Los Angeles, ritorna a New york e scrive alcuni pezzi per George Russell, Jimmy Giuffrè e Art Farmer. Nel 1964 forma la JAZZ COMPOSERS ORCHESTRA con il trombettista Michael Mantler, suo secondo marito. La band, che si avvale di musicisti di scuola free, tiene concerti anche in Europa. Nel 1967 Gary Burton incide la composizione di Carla “A genuine tong funeral”: critica e pubblico si accorgono di Lei. Nel 1969 arrangia la musica della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. E’ del 1971 l’opera che la imporrà definitivasmente sulla scena jazzistica:”Escaletor Over the Hill”. Si tratta di una lunga composizione per big band di carattere operistico, in cui i musicisti sono liberi di esprimersi secondo le loro caratteristiche musicali. Il disco poerta il marchio della Label JCOA, creata da Carla e Mantler. Due anni dopo, fondano un’altra etichetta la Watt, per produrre i loro dischi(riserveranno la Label JCOA per album di altri musicisti9. Con il nuovo marchio, incidono l’ottimo”Tropic Appetites”. Dal 1976 in poi compone, suona, registra(a marchio Watt),e tiene tournèe in tutto il mondo con la sua orchestra di 10 elementi. Nel 1982 scrivee arrangia per la ricongiunta Liberation Music Orchestra di Charlie haden:”The Ballad of the Fallen”. Nel frattempo collabora a tutt’ooggi col bassista Stewe Swallow. Per descrivere l’importanza degli mottimi album di Carla degli ultimi decenni, dove emergono le grandissime sue qualità compositive e creatrice di progetti, improvvisatricew, servirebbero tantissime pagine. CARLA BLEY smonta il tradizionale assetto del jazz e lo rimonta secondo uno stile tutto suo: ironico, oscuro, ma profondamente accattivante.
Gennaio 2015 Ebo Del Bianco

“Antony Braxton ed il suo free” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “For Alto” autore ed esecutore Antony Braxton sax alto.

Antony Braxton, è nato a Chicago nel 1945. Suona clarinetto e sassofoni. Viene considerato figura controversa del jazz. C’è chi lo ritiene un genio e chi, come Wynton Marsalis, pensa che la sua musica non sia jazz, ma altro. Braxton ha saputo unire la componente più intima e primitiva del jazz
con la musica classica contemporanea. Il suo stile ha un aspetto magmatico, fonda il free più indiavolato e le spericolate avventure della musica contemporanea.. Nonostante ciò, i suoi riferimenti sono Coltrane e Dolphy. Avviato alla musica da adolescente, frequenta il conservatorio di Chicago dal 1959 al 1963. Nel frattempo intesse interessi proficui con i sassofonisti Joseph Jarman e Roscoe Mitchell. Nel 1966 entra nella nascente associazione AACM di Chicago, fondata dal pianista Muhal Richard Abrams che lo fa esordire in un suo disco. La militanza nell’AACM gli spalanca ancor più la mente sia come musicista che come compositore. L’anno seguente crea un gruppo di free jazz, il “Creative Construction Company”, col violinista Leroy Jenkins ed il trombettista Leo Smith. Nel 1968 incide un disco per solo sax alto intitolata “For Alto”: la rivista Down Beat definisce il vinile rivoluzionario e lo recensisce col massimo punteggio. Subito dopo, si trasferisce a Parigi dove forma il gruppo “Circle”con Chick Corea al piano, Dave Holland al basso e Barry Alt Schul alla batteria. Corea abbandona dopo un anno, mentre gli altri due restano col lui(tornato in USA) per diverso tempo e prendono parte a quasi tutte le migliori registrazioni degli anni ’70( vi si aggiunge anche Kenny Wheeler, poi rimpiazzato dal trombonista George Lewis). Una label di successo, l’Arista, lo mette sotto contratto per poi scinderlo a inizi anni ’80 perchè il musicista suona un jazz senza barriere lontano dai loro interessi. Quindi nel periodo successivo si getta verso etichette indipendenti che lo lasciano libero di sperimentare. Importanti sono i suoi duetti con Max Roach, i concerti e le registrazioni col suo gruppo, Marilyn Crispell al piano, Mark Dresser al contrabbasso, Gerry Hemingway alla batteria. A partire dal 1985 si dedica all’insegnamento, causa problemi finanziari, in diverse università americane. Nel 1997 fonda la “Braxton House Records”. La sua discografia raggiunge 200 titoli. Antony Braxton a tutt’oggi è protagonista del jazz mondiale.

Gennaio 2015 Ebo Del Bianco

TORD GUSTAVSEN – pianista norvegese

Musica di supporto Extended Circle, Tord Gustavsen 4et

Tord Gustavsen (Oslo, 5 ottobre 1970) è un pianista norvegese.
Ha studiato al Conservatorio di Trondheim e all’Università di Oslo.
Ha compiuto diversi tour internazionali.
Attualmente suona con un gruppo che porta il suo nome: Tord Gustavsen Trio.
Il Trio è composto da Tord Gustavsen al pianoforte, Harald Johnsen al contrabbasso e Jarle Vespestad alla batteria.
Con questa formazione ha registrato e pubblicato tre album, l’ultimo nell’aprile 2007.
Prima della formazione del trio, Tord Gustavsen era molto coinvolto nella musica jazz norvegese.
Partecipò all’attività di altri gruppi musicali, come la Silje Nergaard Band e l’Urlich Drechsler Quartet.
Nel 2003 fece un contratto con la casa discografica ECM, con la quale registrò Changing Places che fu seguito, nel 2005 da The Ground e due anni dopo, a completamento della trilogia, da Being There.

Discografia:

Tord Gustavsen Ensemble
• Restored, Returned (2009)

Tord Gustavsen Trio
• Changing Places (2003)
• The Ground (2004)
• Being There (2007)

Tord Gustavsen 4et
• Tore Extended Circle (2013) brumborg sax
La musica di Tord è cinica ed intimista, attinge dalla musica classica, musica sacra e folk scandinava.
A 10 anni con ECM cerca di non eccedere in astrattezza e sentimentalismi.
Ma i suoi temi sono inflessivi e sospesi, dal sapore misticamente evocativi e si sentiva aria tradizionale, scandinava, con forte intensità drammatica ed espressiva.
Nelle musiche di Tord sono presenti dettagli e contrasti.
Sicuramente è uno dei più grandi pianisti europei.

Ebo del Bianco
Dicembre 2014

Il viaggio autore Ebo del Bianco

Musica di supporto: Running from album More – autore Jacob Karlzon – musicans: jacob Karlzon piano – tastiere, Han Andersson contrabbasso, Jonas Holgersson batteria.

Non è il solito viaggio.
Lungo la costa, la strada è come una linea diretta interminabile. Anche la macchina mi asseconda ad intraprendere questo itinerario esplorativo senza meta, mentre confido a me stesso una morbosa curiosità verso il nord.
Sono già in viaggio, in autunno inoltrato, circondato da una atmosfera rarefatta di primo pomeriggio piovoso.
Nella mente si accavallano dimenticanze, conseguenza per questa decisione improvvisa.
Sto riflettendo sul fatto di scappare o meno. Non riesco a fuggire, solo viaggiare attorno a me stesso per nuove esperienze. Parcheggio per le spese, per il solito decaffeinato ed un succo di arance, lasciando la macchina incautamente incustodita. Quando torno, noto una passeggera a bordo, sul sedile posteriore, inzuppata d’acqua come una spugna. Apro lo sportello e mi sento dire: «Ho cercato il primo rifugio come riparo. Se vuoi, scendo subito».
Non so cosa rispondere, mi siedo, accendo la macchina ed inizio a guidare.
«Non ho asciugamani a bordo, ho solo il riscaldamento acceso» le dico.
Non mi risponde, però mi offre uno sguardo di ringraziamento nello specchietto.
«Vado a nord, non so dove deciderò di fermarmi», inizio per suscitare in lei qualche parola.
«Non sono sola, ho un figlio che vive in comunità a Milano. Mi piacerebbe rivederlo, sono una ragazza madre» mi risponde.
«Quale sventura ti porta ad occupare il sedile della mia macchina? Sei in una scatola dove non conosci il contenuto, non è per te una rischiosa avventura?» le rispondo.
«L’appiattimento della vita quotidiana mi porta a mal sopportare questa situazione» mi risponde.
«Se ho ben compreso, vuoi cambiare aria, ma senza bagagli?» le dico.
«I bagagli li tengo nascosti dentro di me perché all’interno della valigia, trasporto tutti i rischi della vita, e quelli la rendono molto pesante» mi risponde.
«Sono molto sorpreso dalle tue parole, la macchina è a tua disposizione, anche per una improvvisa tua richiesta di scendere ed andare via» le dico.
«Intanto continuiamo a viaggiare, a te non chiedo nulla, è sufficiente l’ospitalità sul sedile posteriore della tua macchina», la sua risposta è chiara.
Proseguo e noto nello specchietto che si è assopita su un fianco. Mi sembra di viaggiare underground, con un ospite a bordo di cui mi devo assolutamente fidare.
Ora siamo in due ad inseguire in incognito se esiste una meta da verificare se è condivisa da entrambi.
Stiamo fiancheggiando il mare da un po’ di tempo.
Accendo lo stereo a basso volume e dallo specchietto vedo che non ci sono novità, solo segnali di sonno profondo.
Mi pongo una domanda: ma dove andremo?
Neanche il tempo di rifletterci sopra che colgo al volo una freccia indicatoria, con la scritta Milano.
Decido subito e svolto verso quella direzione.
Improvvisamente dopo un’ora di guida silenziosa, dalla sua voce: «Mi chiamo Isabelle». Io non le ho chiesto generalità, però rispondo: «Chiamami Paco, il mio nome d’arte. Non sono cubano sono italiano, non stiamo più costeggiando il mare, ma ci siamo addentrati nella più grande pianura italiana, in direzione Milano».
Dallo specchietto ci incrociamo con un profondo sguardo, poi assoluto silenzio.
Stiamo attraversando un grigio soffocante, a tratti nebbioso e Isabelle incuriosita porge lo sguardo fuori dal finestrino.
Quando ho pronunciato la parola Milano, non ha avuto alcuna reazione, forse ho sbagliato, ma lei improvvisamente se ne esce: «Non ti chiedo di portarmi da mio figlio, sarebbe invadente da parte mia. Voglio restare seduta qui e viaggiare con te, all’oscuro di tutto e tutti».
Isabelle, allo stesso tempo mi trasmette imbarazzo ed ammirazione per le sue parole cariche di significato.
Costeggiare il mare, era troppo da west-coast, americaneggiante.
Penetrare in questa pianura e salire verso nord, rende il viaggio più intrigante con tante incognite.
Andare a Milano in autostrada è come guidare col pilota automatico. Meglio la tortuosità di altre strade.
Ma so benissimo che il mio navigatore, da un momento l’altro può diventare Isabelle.
Con lei mi sento in grado di esplorare la parte nascosta, aggrovigliata di questo incontro a due.
«Ci fermiamo in un bar per riposare seduti» propongo.
Il locale è piccolo, tre tavoli e qualche sedia. Ci sediamo di fronte ed incrociando lo sguardo, e sui nostri occhi è stampata una frase: «Perché tutto ciò?».
Con Isabelle è fantastico anche stare in silenzio, basta un gesto per intenderci già al volo.
«Dove e quando finirà questo viaggio?» lancio questa frase come un missile nel cosmo.
«Questo viaggio avrà termine come tutto ciò che ci tiene illusi per tutta la vita. Godiamo al presente, ciò che non sarà mai né passato e né futuro. I tuoi occhi tristi ed incerti non nascondono le tue verità» Isabelle risponde spalancando la sua anima.
Non è importante sapere quando tutto avrà termine, è fondamentale appropriarci del presente e vivere il viaggio senza porre scadenze, mete, obiettivi.
Prendo la mano di Isabelle, la stringo, la guardo negli occhi per scoprire la sua emozione interna. Il resto, ciò che verrà, è tutto da verificare, da vivere, e se ora tutto ciò non fosse possibile, sarà tutto da immaginare.

autore Ebo del Bianco
Dicembre 2014
Copyright