Archivio della categoria Argomenti vari

“Inferno 2000: Degeneration” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Profondo Rosso – esecutori I Goblin

“Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente”. Sembra quasi essere giunti davanti ad un grande portone aperto, al di là del quale s’ode il rumore di una “Degeneration” totale che spinge oltre il lecito una nave senza rotta. Siamo all’epilogo, ognuno è munito di cintura di salvataggio per affrontare una tempesta apocalittica. Si entra, si ascolta, si osserva, e ci si sente inghiottiti da un caos assordante. Le menzogne circolano come idee comuni, servite come un piatto forte. Sulla grande piazza vengono celebrati lutti e tragedie dallo showman di turno, che invoca audience ed applausi ad un pubblico stordito, rassegnato, narcotizzato. “Degeneration” è in cabina di comando, offrendo con le sue ancelle le sue verità in spots commerciali. Applausi ininterrotti, per celebrare un atto di fede. Questa è la visione infernale del secondo millennio, senza cerchi, senza peccatori, ma senza protagonisti.

Autore Ebo Del Bianco

Aprile 2016

Il viaggio autore Ebo del Bianco

Il viaggio autore Ebo del Bianco
Musica di supporto: Running from album More – autore Jacob Karlzon – musicans: jacob Karlzon piano – tastiere, Han Andersson contrabbasso, Jonas Holgersson batteria.

Non è il solito viaggio.
Lungo la costa, la strada è come una linea diretta interminabile. Anche la macchina mi asseconda ad intraprendere questo itinerario esplorativo senza meta, mentre confido a me stesso una morbosa curiosità verso il nord.
Sono già in viaggio, in autunno inoltrato, circondato da una atmosfera rarefatta di primo pomeriggio piovoso.
Nella mente si accavallano dimenticanze, conseguenza per questa decisione improvvisa.
Sto riflettendo sul fatto di scappare o meno. Non riesco a fuggire, solo viaggiare attorno a me stesso per nuove esperienze. Parcheggio per le spese, per il solito decaffeinato ed un succo di arance, lasciando la macchina incautamente incustodita. Quando torno, noto una passeggera a bordo, sul sedile posteriore, inzuppata d’acqua come una spugna. Apro lo sportello e mi sento dire: «Ho cercato il primo rifugio come riparo. Se vuoi, scendo subito».
Non so cosa rispondere, mi siedo, accendo la macchina ed inizio a guidare.
«Non ho asciugamani a bordo, ho solo il riscaldamento acceso» le dico.
Non mi risponde, però mi offre uno sguardo di ringraziamento nello specchietto.
«Vado a nord, non so dove deciderò di fermarmi», inizio per suscitare in lei qualche parola.
«Non sono sola, ho un figlio che vive in comunità a Milano. Mi piacerebbe rivederlo, sono una ragazza madre» mi risponde.
«Quale sventura ti porta ad occupare il sedile della mia macchina? Sei in una scatola dove non conosci il contenuto, non è per te una rischiosa avventura?» le rispondo.
«L’appiattimento della vita quotidiana mi porta a mal sopportare questa situazione» mi risponde.
«Se ho ben compreso, vuoi cambiare aria, ma…senza bagagli?» le dico.
«I bagagli li tengo nascosti dentro di me perché all’interno della valigia, trasporto tutti i rischi della vita, e quelli la rendono molto pesante» mi risponde.
«Sono molto sorpreso dalle tue parole, la macchina è a tua disposizione, anche per una improvvisa tua richiesta di scendere ed andare via» le dico.
«Intanto continuiamo a viaggiare, a te non chiedo nulla, è sufficiente l’ospitalità sul sedile posteriore della tua macchina», la sua risposta è chiara.
Proseguo e noto nello specchietto che si è assopita su un fianco. Mi sembra di viaggiare underground, con un ospite a bordo di cui mi devo assolutamente fidare.
Ora siamo in due ad inseguire in incognito se esiste una meta da verificare se è condivisa da entrambi.
Stiamo fiancheggiando il mare da un po’ di tempo.
Accendo lo stereo a basso volume e dallo specchietto vedo che non ci sono novità, solo segnali di sonno profondo.
Mi pongo una domanda: ma dove andremo?
Neanche il tempo di rifletterci sopra che colgo al volo una freccia indicatoria, con la scritta Milano.
Decido subito e svolto verso quella direzione.
Improvvisamente dopo un’ora di guida silenziosa, dalla sua voce: «Mi chiamo Isabelle». Io non le ho chiesto generalità, però rispondo: «Chiamami Paco, il mio nome d’arte. Non sono cubano sono italiano, non stiamo più costeggiando il mare, ma ci siamo addentrati nella più grande pianura italiana, in direzione Milano».
Dallo specchietto ci incrociamo con un profondo sguardo, poi assoluto silenzio.
Stiamo attraversando un grigio soffocante, a tratti nebbioso e Isabelle incuriosita porge lo sguardo fuori dal finestrino.
Quando ho pronunciato la parola Milano, non ha avuto alcuna reazione, forse ho sbagliato, ma lei improvvisamente se ne esce: «Non ti chiedo di portarmi da mio figlio, sarebbe invadente da parte mia. Voglio restare seduta qui e viaggiare con te, all’oscuro di tutto e tutti».
Isabelle, allo stesso tempo mi trasmette imbarazzo ed ammirazione per le sue parole cariche di significato.
Costeggiare il mare, era troppo da west-coast, americaneggiante.
Penetrare in questa pianura e salire verso nord, rende il viaggio più intrigante con tante incognite.
Andare a Milano in autostrada è come guidare col pilota automatico. Meglio la tortuosità di altre strade.
Ma so benissimo che il mio navigatore, da un momento l’altro può diventare Isabelle.
Con lei mi sento in grado di esplorare la parte nascosta, aggrovigliata di questo incontro a due.
«Ci fermiamo in un bar per riposare seduti» propongo.
Il locale è piccolo, tre tavoli e qualche sedia. Ci sediamo di fronte ed incrociando lo sguardo, e sui nostri occhi è stampata una frase: «Perché tutto ciò?».
Con Isabelle è fantastico anche stare in silenzio, basta un gesto per intenderci già al volo.
«Dove e quando finirà questo viaggio?» lancio questa frase come un missile nel cosmo.
«Questo viaggio avrà termine come tutto ciò che ci tiene illusi per tutta la vita. Godiamo al presente, ciò che non sarà mai né passato e né futuro. I tuoi occhi tristi ed incerti non nascondono le tue verità» Isabelle risponde spalancando la sua anima.
Non è importante sapere quando tutto avrà termine, è fondamentale appropriarci del presente e vivere il viaggio senza porre scadenze, mete, obiettivi.
Prendo la mano di Isabelle, la stringo, la guardo negli occhi per scoprire la sua emozione interna. Il resto, ciò che verrà, è tutto da verificare, da vivere, e se ora tutto ciò non fosse possibile, sarà tutto da immaginare.

autore Ebo del Bianco
Dicembre 2014
Copyright

“Pat Martino” chitarrista jazz americano – di Ebo Del Bianco

musica supporto: Remember: A Tribute a Wes Montgomery”

Pat Martino è nato a Philadelphia nel 1944, chitarrista precoce e disinibito, a 15 anni si esibisce già da professionista in una band di R.&B. A spronarlo ed incoraggiarlo a suonare la chitarra è stato il padre musicista. Il prasticantato lo svolge suonando con organisti del calibro di Jimmy Smith, Jack Mc Duff e Richhard “Groove” Holmess, ma la sua predisposizione sonora tende ad un jazz vellutato di blues. Il suono di Pat Martino è corposo e rotondo, si sente l’influenza del chitarrista Johnny Smith a cui si è ispirato. La sua forza risiede nella improvvisazione, che supporta con una tecnica robusta ed una padronanza dello strumento da chitarrista di alto linguaggio. Wes Montgmoery è un altro musicista che lo ha segnato e con il quale ha suonato molte volte. Da lui ha preso una certa liricità e musicalità. Nel suo primo disco intitolato EL HOMBRE e datato 1967, Pat dispiega tutte le sue potenzialità e conoscenze musicali che vanno dal bop alla bossa nova alle ballad. Acclamato dalla critica per i suoi eccellenti album da leader, scompare dalle scene nel 1980 a causa di un aneurisma cerebrale. Guarito, reimpara a suonare la chitarra e dopo diversi anni ritorna a tenere concerti e a incidere dischi. Aloo Sides Now del 1996 vuole essere il disco del ritorno alla vita e sopratutto alla musica. Qualitativamente è un buon disco che apre la strada a lavori migliori per una etichette BLUE NOTE , che gli garantisce sicurezza, qualità e prestigio. Nel 2001 registra un ottimo disco dal vivo intitolato Live at Yoshi’s con all’organo Hammond Hart. Le versioni che Martino dà di All Blues e Blue in Green di Miles Davis sono a dir poco strepitose, eteree e profondamente blues. Due anni dopo torna in sala di incisione con un cast cdi stelle, JOE LOVANO, GONZALO RUBALCABA, CHRISTIAN MC BRIDEE LEWIS NASH e registra Think Tank, forse il suo album migliore, costituito da nuove composizioni. Pat suona come se avesse ridisegnato e potenziato il suo linguaggiomusicale già di per sé originale. Nel 2004 vince la classifica stilata dala prestigiosa rivista di jazz USA DOWN BEAT, come miglior chitarrista dell’anno. Pat oggi è un musicista in evoluzione, sperimentatore curioso ma con i piedi ben saldi nell’ahard bop e nel blues. Lo dimostra il nuovo disco dedicato a Wes Montgomery.

MARZO 2015 Ebo Del Bianco

“Albert Mangelsdorff” trombonista tedesco – di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Lanaya

E’ stato uno dei migliori trombonisti in circolazione, tecnico, innovativo, crerativo, duttile e forte e dotato di un proprio stile. Eccelso anche come compositore per piccoli gruppi. Da adolescente riceve lezioni di violino dallo zio. Il fratello ascolta di nascosto il jazz dagli Usa e lo introduce tra i suoi accoliti. Si esercita con strumenti a fiato e chitarra. Dopo la guerra suona swing in gruppi locali. Passa al trombone a 20 anni, dopo aver ascoltato J.J.Johnson. Alla Radio americana trasmettono Chealiie Parker e d Albert si innamora del Be Bop che entra a far parte del suo repertorio musicale. Agli inizi anni ’50 si imbatte nel cool jazz di Lennie Tristano e Lee Konitz. Nel 1953 incomincia a collaborare con la band Be Bop del sassofonista austriaco Hans Koler e a guidare un suo gruppo. Nel 1958 suona negli Stati Uniti come membro dellla Newport international Band. Dagli inizi degli anni ’60 guida gruppi suoi e tiene concerti in Europa. Il pianista John Lewis , ammirato dalla sua bravura, incide un disco assieme a lui nel 1062. Due anni dopo va in tournèe in Asia , e li viene influenzato dalla musica indiana. Nel 1965 suona con Lee Konitz e diviene membro della Clark Bolang Big Bnad. Deu anni dopo suona free jazz con Don Cherry ed Elvin Jones. Nel 1969 entra nella Globe Unity Orchestra del pianista free Alexander Von schlippenbach. Musicista poliederico collabora con Kenny Dorhan e con un gruppo di avanguardia. A partire dal 1975 si assicia ad una serie di importanti jazzistifree come Steve Lacy, e incide con Jaco Pastorius, Elvin Jones, Michel Portel, Kenny Wheeler, Lee Konitz e John Scofield.Albert è stato il musicista europeo più noto in Usa nonostante vivesse in Germania, e quello che ha riscossso maggiori riconoscimenti. Nel 1986 ha ricevuto il premio BIRD AWARD per essere stato fautore del jazz in Europa. Lo stesso anno è stato in torunèe con John Surman ed un gruppo di percussionisti. Ha continuato suonando e organizzando concerti fino al giorno della sua morte (2005 – era nato nel 1928), senza mai smettere di sperimentare, caratteristica innata nella sua natura.

Marzo 2015 Ebo Del Bianco

“Antony Braxton ed il suo free” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “For Alto” autore ed esecutore Antony Braxton sax alto.

Antony Braxton, è nato a Chicago nel 1945. Suona clarinetto e sassofoni. Viene considerato figura controversa del jazz. C’è chi lo ritiene un genio e chi, come Wynton Marsalis, pensa che la sua musica non sia jazz, ma altro. Braxton ha saputo unire la componente più intima e primitiva del jazz
con la musica classica contemporanea. Il suo stile ha un aspetto magmatico, fonda il free più indiavolato e le spericolate avventure della musica contemporanea.. Nonostante ciò, i suoi riferimenti sono Coltrane e Dolphy. Avviato alla musica da adolescente, frequenta il conservatorio di Chicago dal 1959 al 1963. Nel frattempo intesse interessi proficui con i sassofonisti Joseph Jarman e Roscoe Mitchell. Nel 1966 entra nella nascente associazione AACM di Chicago, fondata dal pianista Muhal Richard Abrams che lo fa esordire in un suo disco. La militanza nell’AACM gli spalanca ancor più la mente sia come musicista che come compositore. L’anno seguente crea un gruppo di free jazz, il “Creative Construction Company”, col violinista Leroy Jenkins ed il trombettista Leo Smith. Nel 1968 incide un disco per solo sax alto intitolata “For Alto”: la rivista Down Beat definisce il vinile rivoluzionario e lo recensisce col massimo punteggio. Subito dopo, si trasferisce a Parigi dove forma il gruppo “Circle”con Chick Corea al piano, Dave Holland al basso e Barry Alt Schul alla batteria. Corea abbandona dopo un anno, mentre gli altri due restano col lui(tornato in USA) per diverso tempo e prendono parte a quasi tutte le migliori registrazioni degli anni ’70( vi si aggiunge anche Kenny Wheeler, poi rimpiazzato dal trombonista George Lewis). Una label di successo, l’Arista, lo mette sotto contratto per poi scinderlo a inizi anni ’80 perchè il musicista suona un jazz senza barriere lontano dai loro interessi. Quindi nel periodo successivo si getta verso etichette indipendenti che lo lasciano libero di sperimentare. Importanti sono i suoi duetti con Max Roach, i concerti e le registrazioni col suo gruppo, Marilyn Crispell al piano, Mark Dresser al contrabbasso, Gerry Hemingway alla batteria. A partire dal 1985 si dedica all’insegnamento, causa problemi finanziari, in diverse università americane. Nel 1997 fonda la “Braxton House Records”. La sua discografia raggiunge 200 titoli. Antony Braxton a tutt’oggi è protagonista del jazz mondiale.

Gennaio 2015 Ebo Del Bianco

TORD GUSTAVSEN – pianista norvegese

Musica di supporto Extended Circle, Tord Gustavsen 4et

Tord Gustavsen (Oslo, 5 ottobre 1970) è un pianista norvegese.
Ha studiato al Conservatorio di Trondheim e all’Università di Oslo.
Ha compiuto diversi tour internazionali.
Attualmente suona con un gruppo che porta il suo nome: Tord Gustavsen Trio.
Il Trio è composto da Tord Gustavsen al pianoforte, Harald Johnsen al contrabbasso e Jarle Vespestad alla batteria.
Con questa formazione ha registrato e pubblicato tre album, l’ultimo nell’aprile 2007.
Prima della formazione del trio, Tord Gustavsen era molto coinvolto nella musica jazz norvegese.
Partecipò all’attività di altri gruppi musicali, come la Silje Nergaard Band e l’Urlich Drechsler Quartet.
Nel 2003 fece un contratto con la casa discografica ECM, con la quale registrò Changing Places che fu seguito, nel 2005 da The Ground e due anni dopo, a completamento della trilogia, da Being There.

Discografia:

Tord Gustavsen Ensemble
• Restored, Returned (2009)

Tord Gustavsen Trio
• Changing Places (2003)
• The Ground (2004)
• Being There (2007)

Tord Gustavsen 4et
• Tore Extended Circle (2013) brumborg sax
La musica di Tord è cinica ed intimista, attinge dalla musica classica, musica sacra e folk scandinava.
A 10 anni con ECM cerca di non eccedere in astrattezza e sentimentalismi.
Ma i suoi temi sono inflessivi e sospesi, dal sapore misticamente evocativi e si sentiva aria tradizionale, scandinava, con forte intensità drammatica ed espressiva.
Nelle musiche di Tord sono presenti dettagli e contrasti.
Sicuramente è uno dei più grandi pianisti europei.

Ebo del Bianco
Dicembre 2014

Il viaggio autore Ebo del Bianco

Musica di supporto: Running from album More – autore Jacob Karlzon – musicans: jacob Karlzon piano – tastiere, Han Andersson contrabbasso, Jonas Holgersson batteria.

Non è il solito viaggio.
Lungo la costa, la strada è come una linea diretta interminabile. Anche la macchina mi asseconda ad intraprendere questo itinerario esplorativo senza meta, mentre confido a me stesso una morbosa curiosità verso il nord.
Sono già in viaggio, in autunno inoltrato, circondato da una atmosfera rarefatta di primo pomeriggio piovoso.
Nella mente si accavallano dimenticanze, conseguenza per questa decisione improvvisa.
Sto riflettendo sul fatto di scappare o meno. Non riesco a fuggire, solo viaggiare attorno a me stesso per nuove esperienze. Parcheggio per le spese, per il solito decaffeinato ed un succo di arance, lasciando la macchina incautamente incustodita. Quando torno, noto una passeggera a bordo, sul sedile posteriore, inzuppata d’acqua come una spugna. Apro lo sportello e mi sento dire: «Ho cercato il primo rifugio come riparo. Se vuoi, scendo subito».
Non so cosa rispondere, mi siedo, accendo la macchina ed inizio a guidare.
«Non ho asciugamani a bordo, ho solo il riscaldamento acceso» le dico.
Non mi risponde, però mi offre uno sguardo di ringraziamento nello specchietto.
«Vado a nord, non so dove deciderò di fermarmi», inizio per suscitare in lei qualche parola.
«Non sono sola, ho un figlio che vive in comunità a Milano. Mi piacerebbe rivederlo, sono una ragazza madre» mi risponde.
«Quale sventura ti porta ad occupare il sedile della mia macchina? Sei in una scatola dove non conosci il contenuto, non è per te una rischiosa avventura?» le rispondo.
«L’appiattimento della vita quotidiana mi porta a mal sopportare questa situazione» mi risponde.
«Se ho ben compreso, vuoi cambiare aria, ma senza bagagli?» le dico.
«I bagagli li tengo nascosti dentro di me perché all’interno della valigia, trasporto tutti i rischi della vita, e quelli la rendono molto pesante» mi risponde.
«Sono molto sorpreso dalle tue parole, la macchina è a tua disposizione, anche per una improvvisa tua richiesta di scendere ed andare via» le dico.
«Intanto continuiamo a viaggiare, a te non chiedo nulla, è sufficiente l’ospitalità sul sedile posteriore della tua macchina», la sua risposta è chiara.
Proseguo e noto nello specchietto che si è assopita su un fianco. Mi sembra di viaggiare underground, con un ospite a bordo di cui mi devo assolutamente fidare.
Ora siamo in due ad inseguire in incognito se esiste una meta da verificare se è condivisa da entrambi.
Stiamo fiancheggiando il mare da un po’ di tempo.
Accendo lo stereo a basso volume e dallo specchietto vedo che non ci sono novità, solo segnali di sonno profondo.
Mi pongo una domanda: ma dove andremo?
Neanche il tempo di rifletterci sopra che colgo al volo una freccia indicatoria, con la scritta Milano.
Decido subito e svolto verso quella direzione.
Improvvisamente dopo un’ora di guida silenziosa, dalla sua voce: «Mi chiamo Isabelle». Io non le ho chiesto generalità, però rispondo: «Chiamami Paco, il mio nome d’arte. Non sono cubano sono italiano, non stiamo più costeggiando il mare, ma ci siamo addentrati nella più grande pianura italiana, in direzione Milano».
Dallo specchietto ci incrociamo con un profondo sguardo, poi assoluto silenzio.
Stiamo attraversando un grigio soffocante, a tratti nebbioso e Isabelle incuriosita porge lo sguardo fuori dal finestrino.
Quando ho pronunciato la parola Milano, non ha avuto alcuna reazione, forse ho sbagliato, ma lei improvvisamente se ne esce: «Non ti chiedo di portarmi da mio figlio, sarebbe invadente da parte mia. Voglio restare seduta qui e viaggiare con te, all’oscuro di tutto e tutti».
Isabelle, allo stesso tempo mi trasmette imbarazzo ed ammirazione per le sue parole cariche di significato.
Costeggiare il mare, era troppo da west-coast, americaneggiante.
Penetrare in questa pianura e salire verso nord, rende il viaggio più intrigante con tante incognite.
Andare a Milano in autostrada è come guidare col pilota automatico. Meglio la tortuosità di altre strade.
Ma so benissimo che il mio navigatore, da un momento l’altro può diventare Isabelle.
Con lei mi sento in grado di esplorare la parte nascosta, aggrovigliata di questo incontro a due.
«Ci fermiamo in un bar per riposare seduti» propongo.
Il locale è piccolo, tre tavoli e qualche sedia. Ci sediamo di fronte ed incrociando lo sguardo, e sui nostri occhi è stampata una frase: «Perché tutto ciò?».
Con Isabelle è fantastico anche stare in silenzio, basta un gesto per intenderci già al volo.
«Dove e quando finirà questo viaggio?» lancio questa frase come un missile nel cosmo.
«Questo viaggio avrà termine come tutto ciò che ci tiene illusi per tutta la vita. Godiamo al presente, ciò che non sarà mai né passato e né futuro. I tuoi occhi tristi ed incerti non nascondono le tue verità» Isabelle risponde spalancando la sua anima.
Non è importante sapere quando tutto avrà termine, è fondamentale appropriarci del presente e vivere il viaggio senza porre scadenze, mete, obiettivi.
Prendo la mano di Isabelle, la stringo, la guardo negli occhi per scoprire la sua emozione interna. Il resto, ciò che verrà, è tutto da verificare, da vivere, e se ora tutto ciò non fosse possibile, sarà tutto da immaginare.

autore Ebo del Bianco
Dicembre 2014
Copyright

The bad plus

Musica di supporto: The rite of spring – Ethan Iverson P. – Reid Anderson contr. e electr. – Dave King – drums.

Suonarono insieme per la prima volta nel 1989, formando i The Bad Plus nel 2000.
Il gruppo incise il primo album, The bad plus, dopo aver suonato insieme in soli 3 concerti.
Furono scritturati nel 2002 dalla Columbia.
Primo album di ……..These are the vistas (2003), seguito da Give (2004) e Suspicious Activity.
Separatosi dalla Columbia, i Bad Plus firmarono un contratto con la Theads UP Records e uscirono con l’album Prog nel 2007.
La loro musica contiene elementi di jazz d’avanguardia con influenze pop e rock.
Ma la loro musica e incantalogabile.
Hanno registrato versioni i brani di Nirvana, Appez Twin, Blondie, Ornette Coleman, ecc.
La raccolta Blunt Object Live in Tokyo comprende cover dei Queen, assieme a My funny Valentine.
La loro discografia inizia nel 2001 con The Bad Plus o Motel per arrivare nel 2009 a 8 progetti.
Anderson e King sono del Minnesota, Iverson del Wisconsin.
Dal vivo è un trio originale, imprevedibile con un atteggiamento negli strumenti personalissimo.
Ora, nel 2014, il grande evento dopo l’uscita di For all I care nel 2009, dove i Bad Plus suonarono roba di altri, per la prima volta misero mano a brani del novecento: Stravinskij per primo.
Due anni dopo, su commissione della Duke University e del Festival Lincoln Center Out of Doors, nasceva il progetto Sagra della Primavera, ovvero la rilettura integrale dello storico e scandaloso capolavoro stravinskijano.
Musica di una complessità ritmica affascinante, con una impetuosa e dissonante violenza sonora.
Da una partitura per orchestra sinfonica, dove archi e fiati sono usati come masse quasi contundenti, i Bad Plus adattarono l’arrangiamento a trio con una velleità quasi incosciente.
Invece ha funzionato tutto e The Rit of Spring è pubblicato dalla Sony Master Works e portato dai Bad Plus con successo in giro per il mondo.
Il pianoforte di Everson al centro della rilettura, con una prova maiuscola addirittura con qualche alone elettronico.
Nello spirito, la rilettura è jazz.

Ebo del Bianco – novembre 2014

“Orrin Evans, pianista jazz della Black American Music” Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Orrin Evans’ Captain Black big band – “Mother’s Touch”

Orrin Evans, nato nel 1976, è un pianista jazz americano. E’ nato a Trenton, New Jersey e cresciuto a Philadelphia. Ha frequentato la Reugers University, poi ha studiato con Kenny Barron. Ha lavorato come sideman per Bobby Watson, Ralph Peterson, Duane Eubanks, e Lenora Zenzalai-Helm, e poi ha pubblicato il suo debutto come leader nel 1994, ha firmato con Criss Cross nel 1997, registrando prolifico con l’etichetta. Ha ricevuto un Pew Fellowships 2010 in the Arts. E’ sposato con la vocalist Alba Warren. Due volte candidato ai Grammy e pew Fellow, Orrin Evans è stato riconosciuto come uno dei pianisti più caratteristici ed inventivi della sua generazione. In brevissimo tempo, Orrin ha guadagnato i tioli di pianista, compositore, direttore d’orchestra, insegnante, produttore e arrangiatore. Il New York Times ha descritto il pianista come “…..un artista in bilico con un modello impressionante di idee originali e soggettive”, una qualità che ha indubbiamente contribuito a mantenere Orrin in prima linea della scena musicale.L’ultima versione di Evans, “It Was Beauty” segna il suo 20o di registrazione come un leader, ed il suo settimo cd per l’etichetta Criss Cross. Nei suoi 20 anni di carriera è stato acclamato dalla critica per il suo pianismo imponente, per il suo introito propulsivo sul ritmo e l’armonia. Crescere in una città musicale come Filadelfia, è stato estremamente importante per lo sviluppo precoce della carriera di Orrin. Di fatto ha l’opportunità di studiare in modo informale con artisti del calibro di Trudy Pitts, Shirley Scott, Mickey Roker, Bobby Durham, Edgar Bateman, Sid Simmons, e formalmente con William Whitaker, Jack Carr, e Charles Pettaway. Nel 1993. Orrin Evans, è stato accettato nella scuola lord Mason of the Arts presso la Rutgers University. Ha avuto insegnanti come Kenny Barron, Joanne Brakeen, Ralph Bowen e Ted Dunbar. In Orrin, è viva l’importanza dei fondamenti del jazz, così’ come la necessità di ascoltare e vivere la musica. Dopo essersi trasferito nel 1996 a New York, ha partecipato con la band di Bobby Watson “Horizon” nel loro tour europeo. Questa opportunità ha introdotto Orrin sulla scena del jazz di New York. Ha eseguito e registrato nel suo curriculum con Wallace Roney, Mos Def, Common, Pharoah Sanders, Antonio Hart, Carmen Lundy, Ralph Peterson Jr., Ralph Bowen, The Mingus Big band, Roy Hargrove, Nicholas Payton, Branford Marsalis, Gary Bartz, Eddie Henderson, Sean Jones, Tim Warfield, Ravi Coltrane, Robin Eubanks, Duane Eubanks e Dave Douglas. La carriera discografica di Orrin è iniziata nel 1994 con una release autoprodotta in trio chimato “The trio, con Mattew Parrish al basso e Byron Landham alla batteria. Ha poi continuato a rilasciare 6 registrazioni acclamate dalla critica per la Criss Cross.Importante nel 2008 la registrazione col gruppo Tarbaby, al debutto, una band di co-leader col batterista Nasheet Waits, il bassista Eric Revis. Nel 2010 hanno pubblicato “The End Of Fear, nel 2011 il gruppo Tarbaby riceve un importante sovvenzione francese per un progetto “Fanon. Nel 2013 Tarbaby, con l’aggiunta del grandissimo trombettista Ambrose Akinmusire, pubblica un super album “The Ballad of Sam langford”, dedicato ad un pugile. Orrin Evans è un instancabile produttore di progetti, come “Captain black Big Band”, ed ha una band eccezionale con talenti che per la maggior parte appartengono alla Black American Music, di cui Orrin è un fervido sostenitore. E’ una corrente che sta cercando di evitare l’imborghesimento del jazz, sottolineare le sue origini, il suo Dna. Ed alla BAM hanno aderito anche musicisti bianchi, perchè ripeto non è una sottilineatura di carattere razzistico, ma è una organizzazione che si propone di evitare “l’infighettimento” del jazz e dare a Cesare quel che è di Cesare. Orrin Evans è una grandissima realtà, e nel suo pianismo il blues ed il soul sono molto accentuati nel ritmo e melodia.

Settembre 2014 Ebo Del Bianco

“Nils Petter Molvaer, pioniere del nu-jazz” Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Switch” 2014, NILS PETTER MOLVAER group.

Nils Petter Molvaer, trombettista e compositore norvegese, è nato in Norvegia il 18 settembre 1960, ed è considerato un pioniere del cosidetto nu-jazz, fusione del jazz con la musica elettronica, mostrata nel suo album best-seller dal titolo “Kmer”, pubblicato dalla casa discografica ECM nel 1997.
Molvaer è nato e cresciuto nell’isola di Sula in Norvegia, che lasciò a 19 anni per studiare musica al conservatorio di Tronheim. Si unì al gruppo musicale Masqualero, formato da Arild Andersen, Jon Christensen e Tore Brunborg. Masqualero(che prese il nome da una composizione di Wayne Shortet registrata da Miles Davis) pubblicò parecchi album per la ECM, e MOLVAER registrò assieme ad altri artisti che facevano capo alla ECM prima del suo debutto con un gruppo da lui diretto con l’album “Kmer”, nel 1997. Il disco consiste in una fusione di jazz, rock e sfondi sonori di musica elettronica, molto dissimile dal delicato “jazz da camera” tipicamente associato alla ECM. Il suono della tromba di Molvaer, talvolta eleborato elettronicamente, deve molto alle sperimentazioni degli anni settanta e ottanta di MILES DAVIS. Il più recente album di Molvaer col suo gruppo s’intitola “Switch” ed è caratterizzato dall’uso della chitarra pedal steel, ed è gà un grande successo. Altro album, l’incontro con Nils col portavoce della Tecno berlinese, Max Von Osvald, ed il titolo album recentissimo è “1/1”. Ottima la fusione con Von Osvald. Nils Petter Molvaer vanta collaborazioni mondiali con l’amico Eivind Aarset, chitarrista norvegese, la cui espressione musicale è vastissima, col percussionista indiano Trilok Gurtu, col musicista tunisino Dhaffer Youssef nel suo ultimo album di successo “Birds Requiem”, con l’alchimista di elettronica italiano Martux-mcrew col quale ha registrato alcuni brani. Nils Petter Molvaer è un musicista versatile, cerca di portare il linguaggio elettronico nel jazz, un linguaggio di sintesi, di essenzialità, ed è seguitissimo da diversi musicisti jazzisti giovani di tutto il mondo. E’ seguitissimo dal pubblico specie nel live concert.

Agosto 2014 Ebo Del Bianco