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To Federico Fellini

Supporto musicale: Evan autore Antonio Faraò.
Musicians: Antonio Faraò piano, Joe Lovano sax, Ira Coleman bass, Jack de Johnette drums.

La Valmarecchia è quasi un percorso cinematografico, Petrella Guidi è l’epicentro di questo mio ritorno dal Maestro e Giulietta.
La vecchia auto mi asseconda, mi soddisfa in tutto.
Nel loro giardino, due lapidi, una panchina ed un alberello.
Eccomi, sono qui seduto. Invece dei bagagli ho trasportato tutto ciò che ho riciclato in modo indifferenziato nella squallida società.
Dalle menzogne alle ipocrisie, lascio laggiù una realtà ormai assuefatta al peggio.
Un vero tentativo di fuga per riconciliarmi con l’arte, lontano da masturbazioni e prostituzioni mentali in offerta speciale come ultima occasione per avallare le gesta del potere.
Sono tutti schierati, Federico, lo stratega della pubblica opinione, il direttore d’orchestra tedesco, il Comm. Lombardoni con le sue fiction televisive narcotizzanti, il mentitore ambulante, la nave senza pilota, il casanova dai muscoli pettorali, ed anche tu che stai viaggiando attorno a te stessa alla ricerca di chi ti sta davanti.
A tutti loro un addio, ma non alla sacralità della vita. Ora, Federico, Giulietta, osservo in lontananza tutto ciò che non produce rumore, ma silenzio.
E’ giunta la sera, grazie Maestro per la tua arte profetica di essere sempre in anticipo sui tempi.

A Federico Fellini
Ebo del Bianco

Marcello – autore Ebo Del Bianco

Un racconto Medley di tre personaggi cinematografici interpretati da Marcello Mastroianni ed immaginati al presente in modo surreale. Ispirato ai film Il Mondo Nuovo, Ginger & Fred e Stanno tutti bene.
Supporto musicale: Matroianni – autrice ed esecutrice al piano Sade Mangiaracina, con Luca Aquino tromba, Carmine Ioanna fisarmonica.

«Non so dove mi sta trascinando questa carrozza, gli anni sono appesantiti come macigni, i capelli non sono più cespugli di gioventù. Mi sento un ex Giacomo Casanova perseguitato dalla passione giovanile. Mi fermo in una locanda per distendermi supino ad occhi aperti. Ho ancora molto da guardare, anche se il futuro è come aria rarefatta. Ho ancora un’eternità per riposare».
Casanova resta un personaggio che invecchia come il vino ed appassisce come un fiore. L’album dei ricordi è un atto dovuto.

L’età non necessita di classificazioni, anche se Ginger & Fred, ai tempi d’oro, non avevano sciatalgie e dolori reumatici. Ma oggi, entrando negli studi televisivi del commendatore, il grande presentatore non urla più al microfono: «Ed ecco a voi…». «Oggi Ginger, stanno tutti su un divano in salotto con cinque telecamere e parlano, parlano. Il tip tap per loro è preistoria, per noi due è come un percorso di vita tracciato su una decina di mattonelle e scandito dai nostri piedi malconci. Lasciamoli parlare, Ginger, è il loro modo di apparire. A noi basta essere anche in incognito».

«Matteo, se vai in treno su al nord dai nostri figli, ricordati di mettermi i fiori sulla tomba, poi, quando torni, dimmi se stanno tutti bene». Il viaggio di Matteo Scuro pensionato, anche oggi avrebbe questo preludio. I figli vivono verso nord, la terra sognata, ma lassù oltre la nebbia, qualcos’altro spesso occulta la realtà. «Il treno mi emoziona perché quando si ferma nella grande stazione come ora, i figlioli corrono verso il loro padre.
E’ ora di scendere, lo sportello è aperto, ma ad attendermi non vedo nessuno. Ma al nord a quest’ora lavorano, non hanno tempo di venire qui. Ora provo a telefonare a gettoni. Ma non trovo cabine, meglio telefonare dal Bar Stazione. Meno male, tutto ok, vengono a prendermi. Eccoli là, tutti insieme, uniti per papà Matteo. Sono commosso, è da tanto che non ci vediamo».
Matteo è ansioso di sapere se stanno tutti bene, perché al ritorno, in Sicilia, al cimitero deve rassicurare la moglie defunta. I figli hanno nascosto la loro realtà non convincendo del tutto Matteo. Non stanno tutti bene, ma Matteo se ne torna in treno autoconvincendosi del contrario.
P.S.: ho scelto questi tre personaggi perché poco considerati dai critici e mezzi di comunicazione, nonostante i profondi contenuti esondati dalla splendida interpretazione di Marcello Mastroianni.

Ciao Marcello e scusa il disturbo, ma era un dovere.

10 Novembre 2016 Ebo del Bianco

L’Accademia

“Freedom Adios” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: brano “Le 400 coups” – autrice Rita Marcotulli -Musicisti: ENRICO RAVA tromba, STEFANO DI BATTISTA sax soprano, RITA MARCOTULLI piano e keyb., MICHEL BENITA bass., ROBERTO GATTO drums.

Il regista sceglie il teatro dove operare la propria azione scenica ed insieme identifica il cast su cui agire ed impostare l’opera. Oggi, il vasto campo della strumentalizzazione della pubblica opinione, trasforma il regista in stratega, cioè un vero miliziano che, per la sua stessa natura, deve ubbidire alla disciplina del dogmatismo. E così rifugge da ogni tentazione critica e dialettica. I personaggi sociali cercano disperatamente un autore vero per entrare in gioco, in scena, ma il miliziano stratega, incoronato come operatore kulturale, traccia la sua politica agli attori. Cerca così di sacralizzare il suo messaggio normativo. Il dialogo a cui ricorre il “capo” coi propri collaboratori in casi eccezionali, non è continuativo e quindi non da luogo ad una dinamica dialettica. La sua è solo comunicazione persuasiva.
Di primo mattino, quando i piedi si avviano verso una passeggiata campestre, il silenzio di massa illude concedendo una pausa nella manipolazione informativa. Gli animali ti guardano, non scappano, e pur non sapendo di essere, ti osservano come un qualcosa di estraneo. La campagna, bruciata dal sole, sogna il verde. Tu, invece, ferito da tante domande senza risposte, cerchi di scappare attraverso sentieri impervi verso freedom, un posto ormai invisibile al mondo. Lassù in alto lo stratega è già in cabina di regia lanciandoti strali contundenti di realtà imposta, per impedirti di alimentare il sogno. I suoi strali sono argomentazioni persuasive a cui non puoi sfuggire. Il mare poi, non è così lontano, ti aspetta, e da lì puoi sperare di fuggire. Purtroppo sarà un eterno inseguimento che ti farà approdare senza saperlo, in una grande insenatura denominata Strategia del consenso. Questa trappola ti farà dire Freedom adios, sempre visibile ma da lontano. Lo stratega ormai ha spento ogni luce e la manipolazione ha trasformato la verità in polvere da palcoscenico, calpestatata dalla disinformazione sociale.

Agosto 2015 autore Ebo Del Bianco

“Le verità non dette: storia di Ida” di Ebo Del Bianco

“Le verità non dette: storia di Ida” di Ebo Del Bianco

supporto musicale: “Freedom now suite”, vocal Abbey Lincoln -

Prendendo spunto dal maestro Antonioni, in questo soggetto, invece di parole e dialoghi, base di una sceneggiatura, ho reso protagonista il profilo psicologico di una donna. Ai dialoghi non viene accordata alcuna importanza se dentro di noi si nasconde apparentemente l’incomunicabile. Al fatto di cronaca immaginaria, saturo di tanti quando, come, dove e perchè circostanziati, ho preferito sottolineare il vuoto ed il silenzio che si annida in un rapporto di coppia.

L’amore ,non può mai essere concepito eterno. Porta spesso effimera gioia che si alterna ad angoscia, tormento e disperazione. All’inizio l’amore è immenso per tutti, un grande sogno che, col trascorrere degli anni, degenera e si decompone. Ciò che si nasconde dietro parole e gesti, evidenzia spesso una mancata visibilità di sentimenti mai rivelati e cusatoditi in segreto. Ci si accontenta di essere vagabondi sentimentali, fuggire dall’essere, dalle vere emozioni, alla vana ricerca di una identità deforme e sentimentalmente malata.
Ida, era sposata, ma come tante, ciò che all’inizio l’ha dirottata nel mondo dell’irrazionalità, non le ha mai impedito di filtrare dure realtà attraverso il suo vivere senza maschere. Ha dovuto scoprire, attraverso il difficile rapporto con l’altro sesso, di aver avuto accanto per anni un uomo mimetizzato.Ha scoperto tramite le innumerevoli caricature da lui assunte, il vero, misero volto di un compagno indecente, maschera di sé stesso, orgoglioso nel suo autocompiacimento. L’amore, con lui, non è mai esistito nonostante la sensibilità e sincerità di Ida che hanno prima urtato, poi scovato verità mai espresse e non dette. Alla fine, un giorno, decise di andare via, alla ricerca della parte meno visibile di sé stessa, e, tramite la Croce Rossa, è volata accanto a chi ha famigliarità con la povertà, col non avere, e non sperare nulla, se non sofferenza e dolore. E’ un angolo di terra a latitudine Sud, dove i fratelli dalla pelle scura ti accolgono con dignità e silenzio. La loro anima è direttamente visibile senza filtri, trasparente. Sono quelli che si sentono sempre in obbligo di dover dare senza avere il minimo diritto di ricevere. Ida, andò tra loro, accanto ai loro bisogni, accanto a Karim, giovane desideroso come Ida di amore. Si avvicinarono reciprocamente, Ida riuscì a dire ciò che non aveva mai detto, a descrivere e vivere con lui i suoi sentimenti. L’amore, in quella realtà disperata, pur essendo sfiorato da angoscia e tormento, restituì a Ida quella futile felicità che le era sempre mancata. Pur essendo atea, e Karim musulmano, erano molto legati nel lavoro comunitario e sociale, nel tutelare ed assistere tanti bambini orfani, legatissimi nella loro intimità. Karim, in particolare, mostrava rispetto verso l’essere donna di Ida. Era sicuramente l’unica donna della sua vita, la donna che lo amava anche con tutti i suoi difetti ed errori, e la sua inesperienza. Ida donò a Karim con assoluta semplicità tutta la sua generosità e la sua innegabile bontà di animo. Ida, si sentì appagata, pronta sempre a donarsi a lui, perchè finalmente di sentiva lontana dal mondo corrotto, ipocrita, violento e falso. Ma l’amore, poi, e la passione, sono sempre stati la causa scatenente degli eventi. Karim ferquentava la moschea come luogo di culto, Ida invece preferiva non seguire Karim perchè non aveva fede, se non nella scienza. Un giorno, Karim, di ritorno dalla preghiera, incontrò casualmente una vecchia ragazza conosciuta prima dell’Università. Karim fece di tutto per tenerla a distanza, ma un giorno capitò l’irreparabile, perchè acconsentì all’amore della giovane. Anche Karim crollò senza mascherare le sue azioni, e si presentò davanti ad Ida e le confessò l’atto di tradimento.
Li trovarono di lì a poco, riversi e distesi in una pozza di sangue. Ida impugnava ancora un lungo coltello. Nessuno sa, nessuno saprà mai. La storia di Ida termina senza manifesto funebre, senza epigrafe. Ma sulla sua figura aleggia tanta rabbia per una esistenza votata a raccogliere misfatti, tradimenti, ingiustizie. Ida, da vera donna, ha scoperto la tragica concezione dell’amore e dell’esistenza. E se, per ipotesi, fosse un aspetto della verità sostanziale a cui tante donne devono sottoporsi prima di un tragico epilogo?

Novembre 2014 autore Ebo Del Bianco

“Dopo un raccolto ne viene un altro” autore Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Colonna sonora originale del film “Novecento” di Bernardo Bertolucci,
autore Ennio Morricone – Tema “Romanzo” -

Questo racconto immaginario, prende spunto da un film passato alla storia della cinematografia Italiana, “Novecento”. Ho cercato di fotografare in sintesi due mondi diversi ma che qualcosa in comune, potrebbero avere………………. Dedicato alla memoria dei 7 fratelli Cervi barbaramente uccisi dai fascisti, ed al loro eroico papà Alcide.

La Bassa Padania, le nebbie autunnali che a volte la rendono invisibile, sono il primo fotogramma di ciò che lì è stato Il Novecento. La fattoria dei fratelli Cervi, a Campegine, gli strumenti, gli attrezzi da lavoro di quei contadini e del loro padre, sono ancora intatti sotto la capanna museo.
E’ passato tanto tempo, il silenzio di ogni primo mattino dà l’impressione che da un momento l’altro possa riprendere il lavoro dei campi. Invece è tutto fermo, immobile, abbandonato forse anche dalla memoria della gente. Eppure, poco lontano di lì, c’è un’antica casa, dove il vecchio “Olmo”, rimasto vedovo, è circondato dall’affetto dei suoi tre figli, Rebecca, Matilde e Costantino. “Dopo un raccolto ne viene un altro”, la storia continua anche fuori dai fotogrammi e così siamo piombati sul secondo millennio. “Olmo” è un pensionato, per decenni ha lavorato la terra del “padrone Alfredo”. Siede su una vecchia poltrona, osserva sempre fuori dal finestrone, e nella sua mente, rivede il veloce trascorrere di quei cinquant’anni. Ascolta l’eco delle sue liti con “Alfredo”, perchè un tempo tra padrone e contadino si “litigava”. Ora, nel nuovo millennio, è rimasta la figura beatificata e divinizzata del nuovo “padrone”, sempre in giacca e cravatta, scarpe mai infangate ma lucidissime.
La figura del nuovo padrone è legata ai quartieri alti che lui frequenta assiduamente. L’immagine di “Alfredo” è scomparsa non solo fisicamente. Resta “Olmo”, la vecchia quercia, che porta il peso di tanti ricordi. Il nuovo millennio ha spazzato via tutto e gli regala in abbondanza solitudine ed uno stato di attesa nel suo salone dalle alte pareti. Le figlie di “Olmo”, Matilde e Rebecca, sono sposate, hanno marito, figli, ma quello che “oggi conta”, navigano in Internet, mentre non c’è più tempo per grandi sogni, grandi occasioni, tranne che per “Olmo”. L’ultimo figlio di “Olmo”, Costantino, ha proprio il carattere del contadino. E’ taciturno, diffidente, legatissimo alla terra, silenzioso e vive da operaio metalmeccanico questa crisi non solo economica. Oggi, la terra non produce reddito, e l’amore per il trattore è raro e sostituito dall’interesse per la tecnologia meccanica. Ad “Olmo”, invece è rimasta nella mente la figura di “Ada”, moglie di “Alfredo” ed i dialoghi con lei. “Ada” abbandonò “Alfredo”, la sua smisurata ricchezza, per tornare in Francia senza rimpianti. “Ada” è una donna destinata a non invecchiare mai per il suo fascino. Ora la vita le regala povertà senza beni, ma lei è ricca di idee, ieali, di energia, tra i suoi gatti in campagna. E’ una grande astrofila, legge Giordano Bruno, Galileo Galilei, Joannes Keplero, e naturalmente punta il dito contro gli errori tragici della chiesa. “Olmo”, non sa più nulla di lei, ma la figura di “Ada” fa parte di quel famoso quadro che raffigura il quarto potere, l’occasione mancata nel dopoguerra, ultimo sogno del Novecento. Non è semplice per qualsiasi anziano assistere in disarmo al trascorrere del tempo, dopo aver costruito sulle macerie della guerra. Un tempo certe verità restavano nascoste dentro perchè, le parole per pronunciarle, si ritorcevano come un boomerang. Bastava un colpo d’occhio e ci si capiva al volo.Oggi, il vecchio “Olmo” può incrociare lo sguardo solo col vecchio cane perchè non si parla più. In questo millennio può capitare anche di non sentirsi in certi momenti soggetti attivi, ma piuttosto oggetti d’antiquariato. I fascisti, al tempo del grande sogno, sono scappati o sono stati cacciati. “Olmo” non è mai salito sul carro del vincitore, ma solo sul carro trainato dai suoi buoi. “Olmo” sa che questo paese ha avuti troppi vincitori e pochi sconfitti e da contadino non si è mai fidato. Ed oggi non crede alle rassicurazioni mediatiche, non guarda la televisione. Quando si fa sera e non vede più la sua terra, “Olmo” riposa nel suo letto in attesa sempre che “dopo un giorno ne viene un altro”, mai uguale al precedente. E mentre sulla Bassa Padania scende fitta la nebbia, nelle case, su quel piccolo schermo, il secondo millennio mostra il suo costume, il suo potere di navigare nelle menti attraverso tutti i suoi simboli. E non a caso su quel piccolo schermo, sul carro dei vincitori, non mancano mai una bottiglia di Coca Cola e un fucile Kalasnikov.

Ottobre 2014 Ebo Del Bianco

Gina and Leo’s story, autore Ebo del Bianco

Musica di supporto Highway 14 – Alan Pasqua Trio. Musicians: Derek Oles bass, Lina Brunkell vocal, Peter Erskine drums, Alan Pasqua piano.

Introduction: Gina, non più giovane, nel suo salotto, si siede ad un tavolo, accende l’abat-jour, spegne tutte le luci e con un album di fotografie, sfogliandolo, inizia il racconto.

Eccomi a 14 anni, una camicetta rosso fuoco ed un paio di blue-jeans.
Per la prima volta sulle mie labbra avevo tanto rossetto spalmato come una pomata.
Ci trovammo underground sotto il monte alle 9 di sera, io in bici e lui, aspirante scrittore, con maglietta a strisce orizzontali e un paio di jeans bianchi.
Fu il primo approccio con luna piena pazzesca.
Fu una notte di ardore e di paure data la mia età. Ma fu amore vero, sofferto tra tanti ostacoli.
Poi, dopo l’estate, lui partì per studiare nella città dei suoi sogni, Roma.
Io invece, stavo chiusa in casa, ad attendere la fine della scuola con inverno e tanta neve solo per cancellare i giorni dal calendario.
Lui mi scriveva, mi rincuorava, io lo potevo solo immaginare.
Qualche sbandata passata da entrambi, ma non sarà mai possibile dimenticare quella notte.
Poi dal piccolo paese, traslocai per motivi di lavoro di mio padre.
Cosicchè quando lui tornò da Roma, trovò la mia casa vuota. E così iniziano le pagine vuote di quest’album che raccoglie tutti i miei errori passionali che almeno mi hanno regalato una figlia per una relazione sbagliata.
Cercai Leo, lo scrittore underground, il mio vero amore, con ogni mezzo.
Lo ritrovai adulta, incinta, e lui mi aiutò, dopo un po’ a tornare a casa dei miei genitori con la piccola in braccio.
Leo era disposto a tutto, anche a riconoscere la figlia non sua. Ma io ero insicura e debole di carattere, non meritavo la sua fiducia. E così fu.
Ora sono qui in salotto, a raccontarmi non più giovane, ma con mia figlia 30enne che ascolta. Sul divano, appoggiato comodamente, intravedo un signore con barba e baffi imbiancati che mia figlia ha fatto entrare in punta di piedi.
La mia curiosità è inseguita dalla certezza che quel signore un tempo portasse jeans e maglietta: immaginato così vestito per tanti anni.
Lui mi chiede di non accendere la luce, di continuare a sfogliare l’album e raccontare. Ed allora l’ennesima foto.
Ad una certa età, l’ennesimo errore mi perseguitò.
Sposai un signore dal quale ero attratta solo per necessità economiche.
Nacque un figlio, Benny, mentre mia figlia si chiama Sarah: entrambi i nomi li aveva scelti Leo.
Divorziai, andai a vivere da sola, con i miei figli, che ora sono sposati.
Sarah è seduta davanti a me e su quel divano, quasi al buio, quel signore ascolta.
Sento che il mio cuore batte forte come la cassa di una batteria. Ed allora al buio lui si alza con fatica dal divano, viene verso di me pregandomi di spegnere l’abat-jour.
Lo feci subito e mi ritrovai abbracciata a lui, che scherzando mi chiese perché non portavo il rossetto.
Leo è sempre rimasto come la prima notte, carico di sogni, di progetti, Leo è un vero scrittore, ora.
Lo afferro con forza, piangente di gioia ed incredulità e lo bacio come una 15enne.
Ma sono io, molto cambiata, assolutamente prigioniera dei ricordi.
Leo, invece, è un grande sognatore, un visionario, nel suo personale vocabolario ha cancellato la parola addio.
Non vivremo mai insieme, lui è un grande artista, vola molto alto e di me dice che sono una mancata opera d’arte, ma una donna consapevole di forte vitalità.

Ciao Leo, 1 kiss forever
Ebo del Bianco, settembre 2014

Sergio Leone, artista della sintesi nel cinema di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: dal film C’era una volta il west, il tema musicale L’uomo dell’armonica, autore ed esecutore Ennio Morricone, all’armonica Franco De Gemini.

Nell’arte cinematografica, il regista Sergio Leone, supportato dai temi sonori di Ennio Morricone è stato un maestro di sintesi, di essenzialità, nei dialoghi, nel far scorrere nell’immaginazione dello spettatore, il senso di un primo piano, di uno sguardo, a volte senza l’uso di parole, ma solo sottolineature musicali.
Nella prima scena del film C’era una volta il west, scena che dura circa 10 minuti, Sergio Leone con una maestria eccezionale, costruisce l’antefatto della storia con precisione, con dialoghi brevi, asciutti, ma profondi.
In una stazione sperduta del west, 3 pistoleros, attendono in modo prepotente ed arrogante, l’arrivo di un treno.
Su quel treno, viaggia un certo Harmonica, infallibile con la pistola, che sta girando il west per scovare ed uccidere un certo Frank per un grave delitto commesso da quest’ultimo nei riguardi di un suo famigliare.
E’ stato Frank ad inviare quei 3 killers alla stazione ferroviaria, rinunciando lui stesso ad andarci.
Quando arriva il treno in stazione, i freni cigolano, il convoglio si ferma.
I tre banditi in fermento osservano se scende qualcuno dal treno, e quando rilevano che nessuno è sceso dalla parte giusta, stanno per andarsene via.
Ma quando il treno è partito dalla parte opposta sui binari, appare Harmonica che richiama l’attenzione dei 3 suonando con l’armonica un tema minaccioso di avvertimento.
I banditi si fermano e si girano verso Harmonica.
Ecco il dialogo: Harmonica: «E Frank?». Uno dei banditi: «Frank non è potuto venire», Harmonica: «Avete un cavallo per me?», uno dei banditi risponde con ironia: «Evidentemente ci siamo dimenticati di portare un cavallo». Harmonica, implacabile, risponde: «No, ce ne sono due di troppo». Il dialogo finisce così, poi una sparatoria finale con Harmonica che annichilisce i 3 banditi, pur ferito leggermente.
Tutto il tema del film è svolto con dialoghi brevi, essenziali, supportati da musiche ed immagini che sottolineano lo svolgimento con precisione e chiarezza, dando anche la possibilità allo spettatore di immaginare anche ciò che non si vede.
Sergio Leone, Ennio Morricone hanno formato un binomio artistico di sintesi, di essenzialità, unico nella storia del cinema.
Anche il silenzio, nei suo capolavori, comunica, a volte una situazione di attesa e di paura.
In musica e nell’arte letteraria, la sintesi per sottolineare l’essenza è possibile con gli strumenti giusti, come ad esempio, l’elettronica.
Leone è un esempio chiarissimo di un’arte cinematografica basata sull’essenza e sintesi.

Agosto 2014
Ebo Del Bianco

“Why?” di Ebo Del Bianco

Cineracconto col supporto musicale del brano Stili — tratto da Leucocyte Musicians: Esbjorn Svenson piano, Danberglund basso, Magnus Ostroms drums.
Aggrappato all’immagine agghiacciante di questo squallore mattutino, lui osserva lo sconfinamento dell’ennesima onda minacciosa. Sulla battigia invernale, i fotogrammi si bloccano sul bianco di una veste, su due piedi nudi
violentati dal freddo, mentre le nuvole stanno cancellando il sole. Forse è scoccata l’ora di una fatalità, l’ora X segnalata dal tempo.
Trascinandosi su quei piedi rassegnati all’attesa, il vestito bianco attende l’onda profonda e anomala per varcare l’ignoto. Trascinato via, si sente cacciato dal palcoscenico dove ogni mattina osserva l’immenso. Non ha il diritto di assistere in platea all’ultimo flash di una vita.
La sabbia è fredda, a due passi da una marea di perplessità che ora si trasformano in onde aggressive: il ruolo di spettatore diviene possibile.
L’impeto della brezza si scatena rendendo ancor più bianca la veste, innalzando verso il ciclo sciolti e liberi i suoi capelli, mentre si avvicina a lei, per avverarsi, un sogno senza più catene. Ora i suoi piedi ricevono impulsi pericolosamente dinamici.
Il cuore si risveglia dal sonno, e gli ordina ora di inviare sul suo ultimo sguardo di lei Why?, messaggio destinato ad essere respinto. Poi, un fugace frammento di sole, si fa largo tra nubi viaggiatrici, e sulla battigia, una
panchina offre ai 2 salvataggio come ultimo tentativo. Alle due estremità, si posano faticosamente quei due corpi girati di schiena per offrire solo spunti e non certezze
ali’ immaginazione. In mezzo è visibile il reciproco messaggio: Why? I loro sguardi non s’incrociano per non frantumare il silenzio, per non essere estranei al
rumore delle onde. «Non impedire questo mio procedere», inizia lei. «Potrei frenare il tuo sguardo verso il mio essere estraneo a tutto ciò che è stata la tua vita.
Ma non lo farò». Aggiunge lui con difficoltà, senza poter osservare, ma solo intuire la sua
reazione. «Poeta del nulla, liberati del nulla che ti sta assediando. Ora insieme, da estranei al nulla, andiamo verso l’ignoto abbandonando le radici del nostro essere vissuti».

Ora è lei che detta le decisioni per l’avvio.
«Avvicinati a ciò che di me resta, ormai derubato, saccheggiato di tutto, abbandonato qui, accanto a te, ora non più casualmente», risponde lui con voce insicura.
«Poeta di tanti frammenti di vita, tenace inseguitore di ciò che sfugge, eccomi per mostrarti la mia profondità incontaminata da ipocrisie e banalità», risponde avvicinandosi.
«Ora proviamo ad ipotizzarci come se gli ultimi sogni a portata di mano, potessero far parte
del nostro probabile bottino per restare in vita», aggiunge lui.
«I sogni non sono mai a portata di mano». La loro evanescenza deve convincerci a decidere.
Vieni sul molo ad osservare il laggiù, il lassù, impercettibili alle nostre geografìe».
Con autorità è lei ora che decide.
Il molo offre loro come appoggio il lungo muro grigio, mentre dai suoi occhi nascosti, parte il messaggio di ritorno: Why?
Distanti da qualsiasi tentazione, ora osservano tutto al di là di ogni limite imposto, liberi e liberati da quell’io che ha appesantito con ferocia auto celebrativa il percorso che li ha spinti sin qui. Ora le sue mani fredde si appoggiano in cerca di un rifugio.
Lui accetta questo ultimo gradito agguato ed istintivamente si trova incatenato a quelle mani. Il silenzio è calato come una fitta nebbia.
Si sentono suoi sudditi e per annullarsi reciprocamente in un amore spirituale, raccogliendo a terra abbandonato, uno spry più luminoso del sole. Non resta loro che incidere sul grigio del muro con le loro candide mani pulite: Why?
Si avviano verso la battigia consapevoli ora di volerlo, doverlo fare. Le loro mani si distaccano, le loro vite ora si dividono, quando sono giunti alla scelta finale. Il cuore e la mente, giunti al compromesso, indicano a lui decisamente una via di luce e perciò si avvia con le braccia e mani protese indietro per stringere quelle mani di lei. Ma di lei non resta che il bianco dell’ultima sua veste abbandonata al cospetto dell’onda fatale.
A due passi dal desiderio di vivere che gli peserà come una valigia carica di angosce da trasportare, lui si ritrova tra le mani l’ultima veste di lei. Ed allora scrive sulla sabbia
l’ultimo messaggio senza più destinatario: Why?
Ebo Del Bianco

“Dear Father” di Ebo Del Bianco

Ispirazione musicale: Brani: “Gigi” e “Rime per un sogno” autore ed interprete FABIO CONCATO.

Introduzione – Nulla di più intenso ed emozionante dialogare con chi ti ha insegnato tanto della vita, della musica, con azioni concrete e parole sempre efficaci. Peccato avere di fronte solo ricordi, perchè ad un certo punto della vita non restano che quelli.

Le maracas, i bonghi, la tumba, riposano accanto alla tua batteria, vicino al rullante dalla pelle d’asino. Mi chiedo a quest’ora della notte, se ti trovi da qualche parte dell’infinito.Magari accanto alla mamma ad ascoltare “Sleepy Lagoon”, di Harry James. Alee 2 di notte, solo la musica è accanto a me, e con lei provo di tutto. Vorrei dare un’immagine di donna a tutto ciò che riesco ad intravedere tra i fantasctici meccanismi di quelle 7 note, più le settime che a te piacevano tanto. Ma non è facile, babbo, la musica è perfetta, invece noi spesso non lo siamo. Da poco, ho ripreso a suonare il rullante, mi ha convinto il nostro amico trombettista “Checco”. Lo ricordi quando venne a suonare con noi a Longlaville, dove prima del nostro gruppo si esibì CLAUDE FRANCOIS? L’artista francese venne fischiato per problemi d’impianto, e “Checco” con “Ciliegie e Rosa” calmò le acque del pubblico. Ora, nella banda, “Checco” suona seduto, tra la sezione trombe. Invece, col rullante, sono confinato tra i bassi, vicino al basso tuba e bombardino. Sto ascoltando musica dalla Virginia degli Stati Uniti, dell’amico giovane batterista afro-americano COREY FONVILLE, uno dei più grandi al mondo. Nei contrattempi è micidiale, devastante, impressionante, è un grande improvvisatore su rullante e charleston. C’è molta intesa con lui, ci siamo capiti al volo. Ha un suo gruppo, un quartetto, che si chiama “Butcher Brown”, giovani come lui, e suonano soffice coi toni giusti, come piaceva a te. Invece io, martello come un metalmeccanico della FIOM, con mani pesanti, ed è una tortura suonare piano. Inoltre, COREY è batterista di un quintetto fenomenale, uno dei più grandi al mondo, che ha come leader un giovanissimo trombettista di New Orleans, potentissimo che usa una moderna tromba periscopica. Si chiama CHRISTIAN SCOTT, un grandissimo talento. Domani a mezzogiorno, quando al cimitero non c’è nessuno, porto lo stereo e te li faccio ascoltare. Tu babbo, lo sai, non ti porto fiori, ti porto la musica, la nostra preferita, sempre in modo underground. Manchi solo te, ho nostalgia dei tuoi sguardi, dei tuoi prolungati silenzi, dei tuoi colpi di tosse(quando tornavo a casa tardi), dei tuoi contrattempi, delle tue spazzole. Ho la cuffia in testa e, fino a che non crollo dal sonno, ascolto solo jazz. Ti ricordi il Gran Caffè Concerto Roma, a Cattolica, dove da bambino mi facevi suonare le percussioni sul palco? Ora non c’è più nulla, solo un “mordi e fuggi” per gente distratta e frettolosa. Ricordo i tuoi sguardi dissuasivi quando suonavo coi toni troppo alti. “Checco” mi ha convinto a tornare, la musica è un mezzo di sopravvivenza, passeggiando tra gli spartiti e respirare solo accordi e battute. Oggi, babbo, si viaggia in Internet in giro per il mondo senza mostrare passaporti, senza essere fermati ad un check-point. Nella banda siamo una trentina, molti giovani, tra cui 10 ragazze molto preparate. A dirigere il tutto un bravissima musicista dalla mente aperta. Arrangia blues, un pò dixie, e le sto per proporre di mettere le mani a “Sleepy Lagoon”, la tua preferita. Credevi di “farla franca” lasciandomi solo tra una marea di vinili, di spartiti, col sostegno di tanti amici jazzisti sparsi per il mondo. Quando ascolto jazz (sono quasi le 3) sono stimolato a scrivere, spesso ad inquisirmi nell’anima, e faccio di tutto per non impantanarmi in cose tristi. Ma cosa sei morto a fare? Ora che sta per arrivare il bello……………ci sarebbe da divertirsi. A Cattolica non c’è più musica, le foto delle piccole orchestre sono raccolte nei soliti album degli archivi. Anche HENGHEL ti ha raggiunto e con lui anche LUCIANO il grande fisarmonicista che incantava il pubblico col preludio Atto primo della Traviata. COREY, in Virginia, a quest’ora si sta preparando per andare a fare un concerto. Se vado in America, solo tu sai perchè non torno più. Gli afro-americani, sono i miei più vicini fratelli di vita, loro che tanto hanno subìto, per oltre 400 anni di sciavitù, razzismo e persecuzioni. Mi sento poco bianco di colore, ma sempre in debito con loro. Hanno il blues nel sangue, con la bocca sorridono sempre, ma nei loro occhi profondi intravedo sempre una vena di antica sofferenza. Sto per crollare dal sonno e sto cercando “Rime per un sogno”, come canta il grande FABIO CONCATO. Spero di catturare questo sogno, poi……….chissà, di realizzarlo e descriverlo in rime.

Aprile 2014 Autore Ebo Del Bianco