Archivio della categoria Teatro

Marcello – autore Ebo Del Bianco

Un racconto Medley di tre personaggi cinematografici interpretati da Marcello Mastroianni ed immaginati al presente in modo surreale. Ispirato ai film Il Mondo Nuovo, Ginger & Fred e Stanno tutti bene.
Supporto musicale: Matroianni – autrice ed esecutrice al piano Sade Mangiaracina, con Luca Aquino tromba, Carmine Ioanna fisarmonica.

«Non so dove mi sta trascinando questa carrozza, gli anni sono appesantiti come macigni, i capelli non sono più cespugli di gioventù. Mi sento un ex Giacomo Casanova perseguitato dalla passione giovanile. Mi fermo in una locanda per distendermi supino ad occhi aperti. Ho ancora molto da guardare, anche se il futuro è come aria rarefatta. Ho ancora un’eternità per riposare».
Casanova resta un personaggio che invecchia come il vino ed appassisce come un fiore. L’album dei ricordi è un atto dovuto.

L’età non necessita di classificazioni, anche se Ginger & Fred, ai tempi d’oro, non avevano sciatalgie e dolori reumatici. Ma oggi, entrando negli studi televisivi del commendatore, il grande presentatore non urla più al microfono: «Ed ecco a voi…». «Oggi Ginger, stanno tutti su un divano in salotto con cinque telecamere e parlano, parlano. Il tip tap per loro è preistoria, per noi due è come un percorso di vita tracciato su una decina di mattonelle e scandito dai nostri piedi malconci. Lasciamoli parlare, Ginger, è il loro modo di apparire. A noi basta essere anche in incognito».

«Matteo, se vai in treno su al nord dai nostri figli, ricordati di mettermi i fiori sulla tomba, poi, quando torni, dimmi se stanno tutti bene». Il viaggio di Matteo Scuro pensionato, anche oggi avrebbe questo preludio. I figli vivono verso nord, la terra sognata, ma lassù oltre la nebbia, qualcos’altro spesso occulta la realtà. «Il treno mi emoziona perché quando si ferma nella grande stazione come ora, i figlioli corrono verso il loro padre.
E’ ora di scendere, lo sportello è aperto, ma ad attendermi non vedo nessuno. Ma al nord a quest’ora lavorano, non hanno tempo di venire qui. Ora provo a telefonare a gettoni. Ma non trovo cabine, meglio telefonare dal Bar Stazione. Meno male, tutto ok, vengono a prendermi. Eccoli là, tutti insieme, uniti per papà Matteo. Sono commosso, è da tanto che non ci vediamo».
Matteo è ansioso di sapere se stanno tutti bene, perché al ritorno, in Sicilia, al cimitero deve rassicurare la moglie defunta. I figli hanno nascosto la loro realtà non convincendo del tutto Matteo. Non stanno tutti bene, ma Matteo se ne torna in treno autoconvincendosi del contrario.
P.S.: ho scelto questi tre personaggi perché poco considerati dai critici e mezzi di comunicazione, nonostante i profondi contenuti esondati dalla splendida interpretazione di Marcello Mastroianni.

Ciao Marcello e scusa il disturbo, ma era un dovere.

10 Novembre 2016 Ebo del Bianco

“Freedom Adios” di Ebo Del Bianco

Supporto musicale: brano “Le 400 coups” – autrice Rita Marcotulli -Musicisti: ENRICO RAVA tromba, STEFANO DI BATTISTA sax soprano, RITA MARCOTULLI piano e keyb., MICHEL BENITA bass., ROBERTO GATTO drums.

Il regista sceglie il teatro dove operare la propria azione scenica ed insieme identifica il cast su cui agire ed impostare l’opera. Oggi, il vasto campo della strumentalizzazione della pubblica opinione, trasforma il regista in stratega, cioè un vero miliziano che, per la sua stessa natura, deve ubbidire alla disciplina del dogmatismo. E così rifugge da ogni tentazione critica e dialettica. I personaggi sociali cercano disperatamente un autore vero per entrare in gioco, in scena, ma il miliziano stratega, incoronato come operatore kulturale, traccia la sua politica agli attori. Cerca così di sacralizzare il suo messaggio normativo. Il dialogo a cui ricorre il “capo” coi propri collaboratori in casi eccezionali, non è continuativo e quindi non da luogo ad una dinamica dialettica. La sua è solo comunicazione persuasiva.
Di primo mattino, quando i piedi si avviano verso una passeggiata campestre, il silenzio di massa illude concedendo una pausa nella manipolazione informativa. Gli animali ti guardano, non scappano, e pur non sapendo di essere, ti osservano come un qualcosa di estraneo. La campagna, bruciata dal sole, sogna il verde. Tu, invece, ferito da tante domande senza risposte, cerchi di scappare attraverso sentieri impervi verso freedom, un posto ormai invisibile al mondo. Lassù in alto lo stratega è già in cabina di regia lanciandoti strali contundenti di realtà imposta, per impedirti di alimentare il sogno. I suoi strali sono argomentazioni persuasive a cui non puoi sfuggire. Il mare poi, non è così lontano, ti aspetta, e da lì puoi sperare di fuggire. Purtroppo sarà un eterno inseguimento che ti farà approdare senza saperlo, in una grande insenatura denominata Strategia del consenso. Questa trappola ti farà dire Freedom adios, sempre visibile ma da lontano. Lo stratega ormai ha spento ogni luce e la manipolazione ha trasformato la verità in polvere da palcoscenico, calpestatata dalla disinformazione sociale.

Agosto 2015 autore Ebo Del Bianco

Il viaggio autore Ebo del Bianco

Musica di supporto: Running from album More – autore Jacob Karlzon – musicans: jacob Karlzon piano – tastiere, Han Andersson contrabbasso, Jonas Holgersson batteria.

Non è il solito viaggio.
Lungo la costa, la strada è come una linea diretta interminabile. Anche la macchina mi asseconda ad intraprendere questo itinerario esplorativo senza meta, mentre confido a me stesso una morbosa curiosità verso il nord.
Sono già in viaggio, in autunno inoltrato, circondato da una atmosfera rarefatta di primo pomeriggio piovoso.
Nella mente si accavallano dimenticanze, conseguenza per questa decisione improvvisa.
Sto riflettendo sul fatto di scappare o meno. Non riesco a fuggire, solo viaggiare attorno a me stesso per nuove esperienze. Parcheggio per le spese, per il solito decaffeinato ed un succo di arance, lasciando la macchina incautamente incustodita. Quando torno, noto una passeggera a bordo, sul sedile posteriore, inzuppata d’acqua come una spugna. Apro lo sportello e mi sento dire: «Ho cercato il primo rifugio come riparo. Se vuoi, scendo subito».
Non so cosa rispondere, mi siedo, accendo la macchina ed inizio a guidare.
«Non ho asciugamani a bordo, ho solo il riscaldamento acceso» le dico.
Non mi risponde, però mi offre uno sguardo di ringraziamento nello specchietto.
«Vado a nord, non so dove deciderò di fermarmi», inizio per suscitare in lei qualche parola.
«Non sono sola, ho un figlio che vive in comunità a Milano. Mi piacerebbe rivederlo, sono una ragazza madre» mi risponde.
«Quale sventura ti porta ad occupare il sedile della mia macchina? Sei in una scatola dove non conosci il contenuto, non è per te una rischiosa avventura?» le rispondo.
«L’appiattimento della vita quotidiana mi porta a mal sopportare questa situazione» mi risponde.
«Se ho ben compreso, vuoi cambiare aria, ma senza bagagli?» le dico.
«I bagagli li tengo nascosti dentro di me perché all’interno della valigia, trasporto tutti i rischi della vita, e quelli la rendono molto pesante» mi risponde.
«Sono molto sorpreso dalle tue parole, la macchina è a tua disposizione, anche per una improvvisa tua richiesta di scendere ed andare via» le dico.
«Intanto continuiamo a viaggiare, a te non chiedo nulla, è sufficiente l’ospitalità sul sedile posteriore della tua macchina», la sua risposta è chiara.
Proseguo e noto nello specchietto che si è assopita su un fianco. Mi sembra di viaggiare underground, con un ospite a bordo di cui mi devo assolutamente fidare.
Ora siamo in due ad inseguire in incognito se esiste una meta da verificare se è condivisa da entrambi.
Stiamo fiancheggiando il mare da un po’ di tempo.
Accendo lo stereo a basso volume e dallo specchietto vedo che non ci sono novità, solo segnali di sonno profondo.
Mi pongo una domanda: ma dove andremo?
Neanche il tempo di rifletterci sopra che colgo al volo una freccia indicatoria, con la scritta Milano.
Decido subito e svolto verso quella direzione.
Improvvisamente dopo un’ora di guida silenziosa, dalla sua voce: «Mi chiamo Isabelle». Io non le ho chiesto generalità, però rispondo: «Chiamami Paco, il mio nome d’arte. Non sono cubano sono italiano, non stiamo più costeggiando il mare, ma ci siamo addentrati nella più grande pianura italiana, in direzione Milano».
Dallo specchietto ci incrociamo con un profondo sguardo, poi assoluto silenzio.
Stiamo attraversando un grigio soffocante, a tratti nebbioso e Isabelle incuriosita porge lo sguardo fuori dal finestrino.
Quando ho pronunciato la parola Milano, non ha avuto alcuna reazione, forse ho sbagliato, ma lei improvvisamente se ne esce: «Non ti chiedo di portarmi da mio figlio, sarebbe invadente da parte mia. Voglio restare seduta qui e viaggiare con te, all’oscuro di tutto e tutti».
Isabelle, allo stesso tempo mi trasmette imbarazzo ed ammirazione per le sue parole cariche di significato.
Costeggiare il mare, era troppo da west-coast, americaneggiante.
Penetrare in questa pianura e salire verso nord, rende il viaggio più intrigante con tante incognite.
Andare a Milano in autostrada è come guidare col pilota automatico. Meglio la tortuosità di altre strade.
Ma so benissimo che il mio navigatore, da un momento l’altro può diventare Isabelle.
Con lei mi sento in grado di esplorare la parte nascosta, aggrovigliata di questo incontro a due.
«Ci fermiamo in un bar per riposare seduti» propongo.
Il locale è piccolo, tre tavoli e qualche sedia. Ci sediamo di fronte ed incrociando lo sguardo, e sui nostri occhi è stampata una frase: «Perché tutto ciò?».
Con Isabelle è fantastico anche stare in silenzio, basta un gesto per intenderci già al volo.
«Dove e quando finirà questo viaggio?» lancio questa frase come un missile nel cosmo.
«Questo viaggio avrà termine come tutto ciò che ci tiene illusi per tutta la vita. Godiamo al presente, ciò che non sarà mai né passato e né futuro. I tuoi occhi tristi ed incerti non nascondono le tue verità» Isabelle risponde spalancando la sua anima.
Non è importante sapere quando tutto avrà termine, è fondamentale appropriarci del presente e vivere il viaggio senza porre scadenze, mete, obiettivi.
Prendo la mano di Isabelle, la stringo, la guardo negli occhi per scoprire la sua emozione interna. Il resto, ciò che verrà, è tutto da verificare, da vivere, e se ora tutto ciò non fosse possibile, sarà tutto da immaginare.

autore Ebo del Bianco
Dicembre 2014
Copyright

“Le verità non dette: storia di Ida” di Ebo Del Bianco

“Le verità non dette: storia di Ida” di Ebo Del Bianco

supporto musicale: “Freedom now suite”, vocal Abbey Lincoln -

Prendendo spunto dal maestro Antonioni, in questo soggetto, invece di parole e dialoghi, base di una sceneggiatura, ho reso protagonista il profilo psicologico di una donna. Ai dialoghi non viene accordata alcuna importanza se dentro di noi si nasconde apparentemente l’incomunicabile. Al fatto di cronaca immaginaria, saturo di tanti quando, come, dove e perchè circostanziati, ho preferito sottolineare il vuoto ed il silenzio che si annida in un rapporto di coppia.

L’amore ,non può mai essere concepito eterno. Porta spesso effimera gioia che si alterna ad angoscia, tormento e disperazione. All’inizio l’amore è immenso per tutti, un grande sogno che, col trascorrere degli anni, degenera e si decompone. Ciò che si nasconde dietro parole e gesti, evidenzia spesso una mancata visibilità di sentimenti mai rivelati e cusatoditi in segreto. Ci si accontenta di essere vagabondi sentimentali, fuggire dall’essere, dalle vere emozioni, alla vana ricerca di una identità deforme e sentimentalmente malata.
Ida, era sposata, ma come tante, ciò che all’inizio l’ha dirottata nel mondo dell’irrazionalità, non le ha mai impedito di filtrare dure realtà attraverso il suo vivere senza maschere. Ha dovuto scoprire, attraverso il difficile rapporto con l’altro sesso, di aver avuto accanto per anni un uomo mimetizzato.Ha scoperto tramite le innumerevoli caricature da lui assunte, il vero, misero volto di un compagno indecente, maschera di sé stesso, orgoglioso nel suo autocompiacimento. L’amore, con lui, non è mai esistito nonostante la sensibilità e sincerità di Ida che hanno prima urtato, poi scovato verità mai espresse e non dette. Alla fine, un giorno, decise di andare via, alla ricerca della parte meno visibile di sé stessa, e, tramite la Croce Rossa, è volata accanto a chi ha famigliarità con la povertà, col non avere, e non sperare nulla, se non sofferenza e dolore. E’ un angolo di terra a latitudine Sud, dove i fratelli dalla pelle scura ti accolgono con dignità e silenzio. La loro anima è direttamente visibile senza filtri, trasparente. Sono quelli che si sentono sempre in obbligo di dover dare senza avere il minimo diritto di ricevere. Ida, andò tra loro, accanto ai loro bisogni, accanto a Karim, giovane desideroso come Ida di amore. Si avvicinarono reciprocamente, Ida riuscì a dire ciò che non aveva mai detto, a descrivere e vivere con lui i suoi sentimenti. L’amore, in quella realtà disperata, pur essendo sfiorato da angoscia e tormento, restituì a Ida quella futile felicità che le era sempre mancata. Pur essendo atea, e Karim musulmano, erano molto legati nel lavoro comunitario e sociale, nel tutelare ed assistere tanti bambini orfani, legatissimi nella loro intimità. Karim, in particolare, mostrava rispetto verso l’essere donna di Ida. Era sicuramente l’unica donna della sua vita, la donna che lo amava anche con tutti i suoi difetti ed errori, e la sua inesperienza. Ida donò a Karim con assoluta semplicità tutta la sua generosità e la sua innegabile bontà di animo. Ida, si sentì appagata, pronta sempre a donarsi a lui, perchè finalmente di sentiva lontana dal mondo corrotto, ipocrita, violento e falso. Ma l’amore, poi, e la passione, sono sempre stati la causa scatenente degli eventi. Karim ferquentava la moschea come luogo di culto, Ida invece preferiva non seguire Karim perchè non aveva fede, se non nella scienza. Un giorno, Karim, di ritorno dalla preghiera, incontrò casualmente una vecchia ragazza conosciuta prima dell’Università. Karim fece di tutto per tenerla a distanza, ma un giorno capitò l’irreparabile, perchè acconsentì all’amore della giovane. Anche Karim crollò senza mascherare le sue azioni, e si presentò davanti ad Ida e le confessò l’atto di tradimento.
Li trovarono di lì a poco, riversi e distesi in una pozza di sangue. Ida impugnava ancora un lungo coltello. Nessuno sa, nessuno saprà mai. La storia di Ida termina senza manifesto funebre, senza epigrafe. Ma sulla sua figura aleggia tanta rabbia per una esistenza votata a raccogliere misfatti, tradimenti, ingiustizie. Ida, da vera donna, ha scoperto la tragica concezione dell’amore e dell’esistenza. E se, per ipotesi, fosse un aspetto della verità sostanziale a cui tante donne devono sottoporsi prima di un tragico epilogo?

Novembre 2014 autore Ebo Del Bianco

“Dopo un raccolto ne viene un altro” autore Ebo Del Bianco

Musica di supporto: Colonna sonora originale del film “Novecento” di Bernardo Bertolucci,
autore Ennio Morricone – Tema “Romanzo” -

Questo racconto immaginario, prende spunto da un film passato alla storia della cinematografia Italiana, “Novecento”. Ho cercato di fotografare in sintesi due mondi diversi ma che qualcosa in comune, potrebbero avere………………. Dedicato alla memoria dei 7 fratelli Cervi barbaramente uccisi dai fascisti, ed al loro eroico papà Alcide.

La Bassa Padania, le nebbie autunnali che a volte la rendono invisibile, sono il primo fotogramma di ciò che lì è stato Il Novecento. La fattoria dei fratelli Cervi, a Campegine, gli strumenti, gli attrezzi da lavoro di quei contadini e del loro padre, sono ancora intatti sotto la capanna museo.
E’ passato tanto tempo, il silenzio di ogni primo mattino dà l’impressione che da un momento l’altro possa riprendere il lavoro dei campi. Invece è tutto fermo, immobile, abbandonato forse anche dalla memoria della gente. Eppure, poco lontano di lì, c’è un’antica casa, dove il vecchio “Olmo”, rimasto vedovo, è circondato dall’affetto dei suoi tre figli, Rebecca, Matilde e Costantino. “Dopo un raccolto ne viene un altro”, la storia continua anche fuori dai fotogrammi e così siamo piombati sul secondo millennio. “Olmo” è un pensionato, per decenni ha lavorato la terra del “padrone Alfredo”. Siede su una vecchia poltrona, osserva sempre fuori dal finestrone, e nella sua mente, rivede il veloce trascorrere di quei cinquant’anni. Ascolta l’eco delle sue liti con “Alfredo”, perchè un tempo tra padrone e contadino si “litigava”. Ora, nel nuovo millennio, è rimasta la figura beatificata e divinizzata del nuovo “padrone”, sempre in giacca e cravatta, scarpe mai infangate ma lucidissime.
La figura del nuovo padrone è legata ai quartieri alti che lui frequenta assiduamente. L’immagine di “Alfredo” è scomparsa non solo fisicamente. Resta “Olmo”, la vecchia quercia, che porta il peso di tanti ricordi. Il nuovo millennio ha spazzato via tutto e gli regala in abbondanza solitudine ed uno stato di attesa nel suo salone dalle alte pareti. Le figlie di “Olmo”, Matilde e Rebecca, sono sposate, hanno marito, figli, ma quello che “oggi conta”, navigano in Internet, mentre non c’è più tempo per grandi sogni, grandi occasioni, tranne che per “Olmo”. L’ultimo figlio di “Olmo”, Costantino, ha proprio il carattere del contadino. E’ taciturno, diffidente, legatissimo alla terra, silenzioso e vive da operaio metalmeccanico questa crisi non solo economica. Oggi, la terra non produce reddito, e l’amore per il trattore è raro e sostituito dall’interesse per la tecnologia meccanica. Ad “Olmo”, invece è rimasta nella mente la figura di “Ada”, moglie di “Alfredo” ed i dialoghi con lei. “Ada” abbandonò “Alfredo”, la sua smisurata ricchezza, per tornare in Francia senza rimpianti. “Ada” è una donna destinata a non invecchiare mai per il suo fascino. Ora la vita le regala povertà senza beni, ma lei è ricca di idee, ieali, di energia, tra i suoi gatti in campagna. E’ una grande astrofila, legge Giordano Bruno, Galileo Galilei, Joannes Keplero, e naturalmente punta il dito contro gli errori tragici della chiesa. “Olmo”, non sa più nulla di lei, ma la figura di “Ada” fa parte di quel famoso quadro che raffigura il quarto potere, l’occasione mancata nel dopoguerra, ultimo sogno del Novecento. Non è semplice per qualsiasi anziano assistere in disarmo al trascorrere del tempo, dopo aver costruito sulle macerie della guerra. Un tempo certe verità restavano nascoste dentro perchè, le parole per pronunciarle, si ritorcevano come un boomerang. Bastava un colpo d’occhio e ci si capiva al volo.Oggi, il vecchio “Olmo” può incrociare lo sguardo solo col vecchio cane perchè non si parla più. In questo millennio può capitare anche di non sentirsi in certi momenti soggetti attivi, ma piuttosto oggetti d’antiquariato. I fascisti, al tempo del grande sogno, sono scappati o sono stati cacciati. “Olmo” non è mai salito sul carro del vincitore, ma solo sul carro trainato dai suoi buoi. “Olmo” sa che questo paese ha avuti troppi vincitori e pochi sconfitti e da contadino non si è mai fidato. Ed oggi non crede alle rassicurazioni mediatiche, non guarda la televisione. Quando si fa sera e non vede più la sua terra, “Olmo” riposa nel suo letto in attesa sempre che “dopo un giorno ne viene un altro”, mai uguale al precedente. E mentre sulla Bassa Padania scende fitta la nebbia, nelle case, su quel piccolo schermo, il secondo millennio mostra il suo costume, il suo potere di navigare nelle menti attraverso tutti i suoi simboli. E non a caso su quel piccolo schermo, sul carro dei vincitori, non mancano mai una bottiglia di Coca Cola e un fucile Kalasnikov.

Ottobre 2014 Ebo Del Bianco

“Why?” di Ebo Del Bianco

Cineracconto col supporto musicale del brano Stili — tratto da Leucocyte Musicians: Esbjorn Svenson piano, Danberglund basso, Magnus Ostroms drums.
Aggrappato all’immagine agghiacciante di questo squallore mattutino, lui osserva lo sconfinamento dell’ennesima onda minacciosa. Sulla battigia invernale, i fotogrammi si bloccano sul bianco di una veste, su due piedi nudi
violentati dal freddo, mentre le nuvole stanno cancellando il sole. Forse è scoccata l’ora di una fatalità, l’ora X segnalata dal tempo.
Trascinandosi su quei piedi rassegnati all’attesa, il vestito bianco attende l’onda profonda e anomala per varcare l’ignoto. Trascinato via, si sente cacciato dal palcoscenico dove ogni mattina osserva l’immenso. Non ha il diritto di assistere in platea all’ultimo flash di una vita.
La sabbia è fredda, a due passi da una marea di perplessità che ora si trasformano in onde aggressive: il ruolo di spettatore diviene possibile.
L’impeto della brezza si scatena rendendo ancor più bianca la veste, innalzando verso il ciclo sciolti e liberi i suoi capelli, mentre si avvicina a lei, per avverarsi, un sogno senza più catene. Ora i suoi piedi ricevono impulsi pericolosamente dinamici.
Il cuore si risveglia dal sonno, e gli ordina ora di inviare sul suo ultimo sguardo di lei Why?, messaggio destinato ad essere respinto. Poi, un fugace frammento di sole, si fa largo tra nubi viaggiatrici, e sulla battigia, una
panchina offre ai 2 salvataggio come ultimo tentativo. Alle due estremità, si posano faticosamente quei due corpi girati di schiena per offrire solo spunti e non certezze
ali’ immaginazione. In mezzo è visibile il reciproco messaggio: Why? I loro sguardi non s’incrociano per non frantumare il silenzio, per non essere estranei al
rumore delle onde. «Non impedire questo mio procedere», inizia lei. «Potrei frenare il tuo sguardo verso il mio essere estraneo a tutto ciò che è stata la tua vita.
Ma non lo farò». Aggiunge lui con difficoltà, senza poter osservare, ma solo intuire la sua
reazione. «Poeta del nulla, liberati del nulla che ti sta assediando. Ora insieme, da estranei al nulla, andiamo verso l’ignoto abbandonando le radici del nostro essere vissuti».

Ora è lei che detta le decisioni per l’avvio.
«Avvicinati a ciò che di me resta, ormai derubato, saccheggiato di tutto, abbandonato qui, accanto a te, ora non più casualmente», risponde lui con voce insicura.
«Poeta di tanti frammenti di vita, tenace inseguitore di ciò che sfugge, eccomi per mostrarti la mia profondità incontaminata da ipocrisie e banalità», risponde avvicinandosi.
«Ora proviamo ad ipotizzarci come se gli ultimi sogni a portata di mano, potessero far parte
del nostro probabile bottino per restare in vita», aggiunge lui.
«I sogni non sono mai a portata di mano». La loro evanescenza deve convincerci a decidere.
Vieni sul molo ad osservare il laggiù, il lassù, impercettibili alle nostre geografìe».
Con autorità è lei ora che decide.
Il molo offre loro come appoggio il lungo muro grigio, mentre dai suoi occhi nascosti, parte il messaggio di ritorno: Why?
Distanti da qualsiasi tentazione, ora osservano tutto al di là di ogni limite imposto, liberi e liberati da quell’io che ha appesantito con ferocia auto celebrativa il percorso che li ha spinti sin qui. Ora le sue mani fredde si appoggiano in cerca di un rifugio.
Lui accetta questo ultimo gradito agguato ed istintivamente si trova incatenato a quelle mani. Il silenzio è calato come una fitta nebbia.
Si sentono suoi sudditi e per annullarsi reciprocamente in un amore spirituale, raccogliendo a terra abbandonato, uno spry più luminoso del sole. Non resta loro che incidere sul grigio del muro con le loro candide mani pulite: Why?
Si avviano verso la battigia consapevoli ora di volerlo, doverlo fare. Le loro mani si distaccano, le loro vite ora si dividono, quando sono giunti alla scelta finale. Il cuore e la mente, giunti al compromesso, indicano a lui decisamente una via di luce e perciò si avvia con le braccia e mani protese indietro per stringere quelle mani di lei. Ma di lei non resta che il bianco dell’ultima sua veste abbandonata al cospetto dell’onda fatale.
A due passi dal desiderio di vivere che gli peserà come una valigia carica di angosce da trasportare, lui si ritrova tra le mani l’ultima veste di lei. Ed allora scrive sulla sabbia
l’ultimo messaggio senza più destinatario: Why?
Ebo Del Bianco

“Giulia” autore Ebo Del Bianco

Questo non è un soggetto per fiction, per cinema. E’ il tentativo di far emergere, attraverso flash di passato, presente, con un futuro assai vicino, la figura interiore di una donna, di Giulia. Non è importante sapere se esiste o meno, è fondamentale conoscere la sua carta d’identità spirituale. Ogni fatto riferito a persone o cose è puramente casuale.

Musica di supporto inziale: “Exit music for a film Radio Head cover” eseguita da
BRAD MEHLDAU piano -
LARRY GRANADIER contrabbasso -
JEFF BALLARD batteria.

Sono qui, alla Stazione di Bologna. Con me, solo valigia e sacco a pelo che restano appoggiati sulla panchina in attesa della mia decisione. Sono accanto al binario 1 e ripercorro con alcuni flash, momenti della mia vita. Mi chiamo Giulia, ora mi rivelo per essere certa di potermi identificare. A 14 anni, prima superiore, disorientata da una moltitudine di libri, sono all’Istituto Magistrale, in un aula in prima fila. Gli insegnanti, molto esigenti, mostrano poca comprensione per chi trova difficoltà nell’impatto con le superiori. Non vi è confronto, il dialogo tra così diverse generazioni, è basato esclusivamente su un rapporto non semplice. Solo l’insegnante di italiano apre uno spiraglio al confronto. Siamo agli inizi anni ’70, e sulla piazza il clima sociale è sempre in ebollizione. I rapporti tra noi giovani adolescenti erano free, molto liberi. Ed è con quell’atteggiamento che, finite le superiori, entrai all’Università Facoltà di lettere, nella mia città. La mia vocazione è sempre stata l’insegnamento e volevo con determinazione qualificarmi una educatrice scolastica. I compagni e le compagne universitari erano splendidi sotto ogni aspetto, ivi compresa la forte passione per lo studio. Ricordo Cesare, col suo ciuffo alla Elvis Presley, Giovanni giramondo intellettuale napoletano, Lucia che puntava al giornalismo, Laura che mirava alla laurea in Sociologia, ed un tipo originale che, saltuariamente scriveva su “Lotta Continua” con lo pseudonimo Paco il Cubano. Con loro ho vissuto gli anni dei sogni, delle illusioni, delle lotte, con loro mi sono avvicinata senza forzature all’altro sesso. Thomas era un ragazzo forte, uno dei responsabili del Movimento Studentesco e durante un’assemblea, il suo emozionante intervento non lasciò indifferente il mio cuore. Restammo insieme per alcuni anni, poi un giorno, la vocazione politica, il suo amore per il “Che” convinsero Thomas ad emigrare in Sud America. E’ stato doloroso per entrambi, ma non fu mai un addio. In due diverse situazioni, pur geograficamente lontani, agivamo in sintonia rivoluzionaria nei nostri rispettivi lavori. Ora Thomas vive a Cuba e si occupa di problemi e servizi sociali. Invece io, tra concorsi, ed inutili invii di curriculum, sono rimasta alcuni anni in attesa. Finalmente, un giorno si aprirono le porte di un Istituto Scolastico medie Inferiori in un paesino del Trentino. I miei ragazzi parlavano tutti tedesco, ed io, loro insegnante di italiano, per capirli ho dovuto studiare il tedesco. Nel loro costume di vita erano tirolesi, e per me il compito non era facile da svolgere. Quando trascorrono gli anni e non ti accorgi di ciò, significa che vivi intensamente ogni attimo di presente. Ma il mio cuore sempre in agitazione, lo lasciai a Bologna, e così la mia anima sempre assetata di affetto. Conobbi Jason in una libreria, quasi di sfuggita, durante una torrida estate. Sin dai primi sgurdi ci furono subito comuni intuizioni, lui abilissimo nell’arte figurativa e scenografo a tempo perso. Invece io, di carattere mai domo e mai rinnunciataria al grande sogno, mi sono subito aggrappata al suo modo di vivere artisticamente ogni giorno. Ci siamo scoperti uniti quasi istintivamente, senza annullarci a vicenda, ma rispettando reciprocamente il nostro spazio di autonomia. Quella parola così “definita” ed impronunciabile come amore, fu vissuta certamente con grande entusiasmo da entrambi. Ci siamo resi conto che avevamo in comune diversi punti di riferimento, ed emergevano con forza nei momenti in cui ci si metteva in gioco per superare difficoltà. Fu un’estate volata via troppo presto e mi sentivo ormai traghettata con tutta me stessa nel mondo artistico di Jason. Fu scontata però la mia partenza per il Trentino per il nuovo anno scolastico coi miei ragazzi. Jason mi salutò senza ritualità, e mi regalò un disegno che ci riproduceva mentre insieme guardavamo i piccioni di Piazza Maggiore. Anche se mi mancano alcuni momenti convissuti solo attraverso uno sguardo, ho la certezza però di vivere profondamente quel sentimento anche da lontano. Quell’inverno non finiva mai, anche se Jason di notte non teneva mai spento il cellulare. Mi sono anche rafforzata come insegnante, ero molto più sicura delle mie capacità. Quando terminò l’anno scolastico, mi precipitai in Stazione per acciuffare di corsa il primo treno per Bologna. Per tutto il viaggio, guardando fuori dal finestrino, immaginavo l’incontro con Jason. Poi, arrivata, scesi dal treno, ma al binario 2 Jason non c’era. La corsa affannosa verso l’appartamento dove vivevamo, alimentava in me dubbi e angosce. Giunta davanti al portone, lo aprii,e su un tavolo era visibile un biglietto:”Perdonami, vado a Roma, a Cinecittà, non ti dimenticherò mai, ora lavoro nell’arte”.
Il suo non era tradimento, perchè era fortissimo il richiamo verso il mondo che Jason sognava da sempre. Ma da quel momento, Bologna per me era uno spazio ristretto e riservato solo ai ricordi. Ed allora, eccomi qua in Stazione con valigia e sacco a pelo. Da ore, sono circondata da sguardi indiscreti e curiosi, dai soliti famelici ingordi e malati di sesso. Non li temo, ho pietà per le limitazioni del loro intelletto, ma so anche difendermi. Il mio futuro ora sta nascosto nella valigia dove spero restino in vita quei sogni rimasti. Non so ancora quale sia il mio treno, la mia destinazione, ma Milano era nei miei piani. Avevo un’amica a Lambrate, era una vecchia compagna universitaria. MIlano è la città che ha un ritmo di vita veloce, la gente va sempre di corsa, ed è proprio questo dinamismo milanese la medicina più adatta per distogliermi mentalmente ed immergermi nel caos. A Roma, vestita in abito da sera, preferisco Milano sempre in tuta da lavoro, come scherzosamente all’Università sosteneva Thomas. Dopo 2 ore di viaggio, eccomi alla Stazione Centrale. Milano per me è una terra con molti punti da scoprire, e spero di esserne all’altezza. Al primo impatto, sento già di trovare spazio e segnali forti per realizzare il futuro. Mentre anche le lancette dell’orologio scorrono veloci, mi ritrovo miracolosamente in camicia e blue jeans. E’ l’abito giusto per convivere con questa città che di notte non ha costumi decadenti da celebrare, ma solo i soliti malavitosi a caccia di prede e denaro. Milano, al mattino, si sveglia presto, colazione alle 7.30, poi alle 8 tutti al lavoro. Ci passerò con Beatrice un’intera estate, anche lei vive sola. A Trento mi aspettano i ragazzi che già parlano correttamente l’italiano. Nella vita devo evitare di regalarmi, di condecedermi alle certezze. Nei bagagli della nostra vita meglio portarsi le perplessità del presente, valide sollecitazioni per prendere la vita come viene. Io, Giulia, non esco fuori da nessuna storia, da nessun racconto. Non ho autori che mi certificano. Sono qui, sola, in carne ed ossa, autrice ed esecutrice di me stessa.

musica da scoltare alla fine: “Istambul in blue”- esecutori: FAHIR ATAKOGLU piano, BOB FRANCESCHINI sax tenore
HORACIO EL NEGRO ERNANDEZ drums, ANTONY JACKSON basso elettrico, WAINE
KRANZ guitar

Marzo 2014 Autore Ebo Del Bianco

Recensione film di Paolo Sorrentino “La grande bellezza” a cura di Ebo Del Bianco

Musica di supporto:”La vanità” – Rita Marcotulli trio.

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La sensibilità avvolge con forza la vita di uno scrittore, personaggio chiave del film, splendidamente interpreato da Tony Servillo. Roma, coi suoi monumenti, coi suoi palazzi, con la sua storia, assiste silenziosa agli eccessi schizzofrenici della mondanità, di quell’andare cintinuamente in scena per avere visibilità. Allora, Roma, lentamente sta perdendo la sua grande bellezza. Il protagonista, scrittore, Jef Gambardella, viene anch’esso travolto dal vortice della mondanità, anzi lui ne è il re. Libertà, quindi, allo sfarzo, agli eccessi di una felicità imposta dalle regole, mentre Roma resta silenziosa, abitata e lebrata da turisti con una semplice macchina fotografica. Tutti i protagonisti che si dimenano nel vortice, sanno di essere drammaticamente nei pressi della disperazione tra fragilità e continue menzogne a sè stessi. Ecco perchè si fanno compagnia. La sensibilità è la chiave che permette allo scrittore Gambardella. di raccontare l’inesorabile disfacimento psico fisico, anche suo. Gli permette di raccontare il tragico fallimento di tutti i protagonisti che si tuffano nel collettivismo momdano sol per avere visibilità. Anche ad un funerale, evento apparentemente casuale, la mondanità detta le sue regole. Mai piangere, mai rubare la scena al dolore dei parenti. E’ immorale, non consentito. Ci si apparta per essere megglio individuati, ci si avvicina al massimo a fine funerale verso il famigliare del defunto ed all’orecchi:”Sappi che nei prossimi giorni, quando ci sarà il vuoto, potrai contare su di me”.
Nella mondanità traspare una disperata quanto inutile ricerca della felicità attraverso la conoscenza di tanta gente. Nella mondanità che disturba la bellezza di Roma, c’è di tutto, compresi i nobili, i patrizi che sottolineano l’essere ricchi come un mestiere. C’è persino la chiesa nella figura di un certo cardinale che distrattamente non ha risposte sulla fede. Dopo gli eccessi quotidiani si resta sempre in due, distesi su un letto, saturi di tutto e tutti, e lo scrittore Gambardella rivlgendosi a Ramona (Sabrina Ferilli) compagna di turno:” E’ stato bello non fare l’amore”. Ramona risponde:”E’ stato bello volersi bene”. Lui aggiunge smemorato:”Mi ero scordato che amore significa volersi bene”. M ai margini di questo vortice, pura, incontaminata, c’è Suor Maria, 104 anni, che dorme a terra su un cartone e non concede l’intervista a Gambardella. Suor Maria ha sposato la povertà e la povertà non si racconta, si vive. Riesce ad inchiodare lo scrittore domandandogli:”Perchè non hai mai scritto un libro? Risposta:”Perchè non ho trovato la grande bellezza”: Il supporto paesaggistico, storico di Roma non è sufficiente per mascherare il dramma.
“Finisce sempre così, con la morte, però prima c’è stata la vita, nascosta sotto i bla bla bla. E dopo c’è l’altrove”. E’ giunta l’ora di iniziare a scirvere questo romanzo, perchè anch’esso in fondo è solo un trucco per nascondersi dietro non essere vissuti.
Tutti i protagonisti del fil grandioso, italiani, impeccabilmente interpretano il tema loro assegnato. una citazione di merito per Tony Servillo e per Carlo Verdone, soprendentemente drammatico.

Autore Ebo Del Bianco 20 Gennaio 2014

Dal film Io e te di B. Bertolucci Recensione Io e te di Ebo del Bianco

Musica di supporto: L’amore fugge, trio Rita Marcotulli

L’ultimo film di Bernardo Bertolucci Io e te presentato al Festival di Cannes qualche anno fa fuori concorso, a fine proiezione ha ricevuto 10 minuti di applausi.
E’ un racconto con sottofondo metaforico, che tratta il tema della solitudine.
La sorpresa sta nel fatto che Bertolucci ha fatto svolgere quel tema a due giovani attori, fratellastri, Lorenzo e Olivia interpretati da due giovanissimi Jacopo Olmo Antinori e Thea Falco.
Il racconto si basa sulle decisioni di un ragazzo di isolarsi in gran segreto in una cantina per sette giorni dando ad intendere alla famiglia di recarsi alla settimana bianca con la sua classe. Lorenzo, pur di sfuggita, fa apparire la madre premurosa in eccesso, imbarazzata ad affrontare un quesito posto dal figlio sull’eventuale e remota sopravvivenza (solo di entrambi) ad una ipotetica distruzione della razza umana.
Lorenzo, per non far estinguere il futuro dell’uomo, promette un accoppiamento materno, alchè la madre, non afferrando il senso della domanda, si irrita. E provocatoriamente, con l’istinto giovanile si rivolge alla madre dicendo: “Come lo chiameresti?”. Il padre si presenta come il solito assente, tutto lavoro.
Ma Lorenzo cerca altro, cerca rifugio e si estrania da solo con la sua musica in cuffia in una cantina in compagnia di un formicaio.
E’ quello il posto per misurarsi, per scoprire la parte di sé stessi nascosta e non più distratta e disturbata dalla insoddisfacente vita quotidiana. Essendo tutta premeditata, la solitudine a cui si sottopone Lorenzo, è un antidoto a tutto ciò che la società gli offre quasi in modo ossessivo ed uguale.
Nella cantina si trova benissimo, non vede indici puntati, si libera delle scorie personali per scoprire se stesso. Ed è certo di ottenerlo, perché trovasi solo con se stesso, e non può nascondersi alla sua evidenza.
La solitudine non garantisce che sei migliore degli altri.
La solitudine ti mette davanti ad uno ipotetico specchio per suggerirti: “Quello sei tu, ora scopriti”. Ma a Lorenzo subentra improvvisamente in quel “bunker” un elemento disturbatore che gli certifica a tratti la presenza di tutto ciò che è esterno a quel posto.
E’ la sorellastra Olivia, un concentrato sociale di vizi e virtù assimilati fuori. Entra in cantina di sorpresa, con una prorompente figura di eccessi come la droga, come l’essere giovane amante di un uomo sposato, come il non aver un posto da dormire, il non aver un boccone per sfamarsi.
Olivia è l’elemento che, senza volerlo e saperlo, distrae Lorenzo dalla sua solitudine conquistata. Ma Olivia si presenta nel dialogo con Lorenzo anche in modo possente con affermazioni profonde come il desiderio di volersi smaterializzare per poter penetrare col suo spirito anche attraverso i muri sociali.
Per fotografare la sua malattia, il suo vizio di tossicomane, Olivia dice al fratello: “Ormai nei miei occhi c’è un angelo che non vola”.
Olivia asseconda Lorenzo nella scelta di nascondersi e la condivide con lui, anche se legata troppo all’esterno. L’unico punto di riferimento per Lorenzo fuori in cui fare affidamento, è la nonna inferma, che non lo annoia, perché anche lei vive la solitudine ma in modo continuativo. Ad un certo punto essendo finiti i viveri alimentari nel rifugio, Olivia e Lorenzo decidono di andare a casa di lui di notte a “prelevare” dal frigo tutto quello che serve loro.
Ne viene fuori una bella scorpacciata di cibo, ed un bel brindisi.
Ma i giorni nel bunker stanno per finire, Olivia è in fermento perché fuori lei ha molto, Lorenzo, invece, dovrà solo ricordare quei 7 giorni, quella cantina e riprendere il bioritmo quotidiano.
Il fantastico progetto di Bernardo Bertolucci è stato quello di far svolgere un tema così profondo, non a due attori navigati, magari condizionati da retrospettive novecentesche.
Il tema della solitudine Bertolucci lo ha affrontato con due giovani di questo nuovo millennio, incontaminati da tutte le vicende del secolo scorso.
A volte l’aver vissuto intensamente il ‘900, per molte generazioni il rapporto con questo nuovo secolo è assai difficile perché sono venuti a mancare punti di riferimento e certi valori.
I giovani devono lottare a caccia del loro presente, del loro futuro, della loro identità. Anche loro necessitano di pause di riflessioni, scappare metaforicamente in una cantina e ritrovarsi.
Bravissimo, Jacopo Olmo, Antinori, straordinaria e splendida Thea Falco.

A Bertolucci, grazie di questo nuovo capolavoro tratto dal libro di Niccolò Ammaniti.

Ebo del Bianco

“Twenty years after” di Ebo Del Bianco

Musiche di supporto: “Rising Star” e “Just the way you are” eseguite da Till Bronner & Band – Musicians – TILL BRONNER trumphet, WOLFGANG HAFFNER drums, KIM SANDER vocal, ERIC ST. LAURENT guitar, ROBERTO DI GIOIA keiboards, CHRISTIAN v. KAPHENGST bass.

Cine racconto di un incontro tra due persone non estranee tra loro, dopo 20 anni.

Marte sonnecchia, sbadigliando al sole di autunno. L’album di foto è ancora all’inizio di questa storia, non scorrevole affatto, nonostante la comodità del divano e le coccole di Stella. Sono passati 20 anni, ma ora non è semplice ripercorrerli pagina per pagina. Marte e Stella, mentre inizio lo sfoglio delle immagini e dei ricordi, all’aria aperta cacciano le ultime lucertole e mosche di stagione. Eccoci qua, in prima pagina, i tuoi capelli rossi di ventenne, il mio continuo stupore nel rivedere tutti i tuoi movimenti istintivi e mai mirati. “Ottimo il caffè che mi hai preparato”, è il minimo che mi devo inventare per non ritrovarmi impreparato davanti alla sua semplicità. Barwoman spettacolare, avresti potuto prepararmi di tutto che avrei sempre acconsentito. Quel bar era il nostro ritrovo, il luogo di ogni folle performance, era il posto più dissacrato che si potesse immaginare. La regina eri tu, il tuo fascino, le tue mani, le tue braccia aperte verso tutti. Nella seconda pagina dell’album c’è una foto, una macchina nuova distrutta sul guard rail alle 23 di una domenica d’estate di 20 anni fa, un signore sdraiato sul lettino dell’Ospedale con la borsa di acqua ghiacciata in testa. Lo riconosco, mi assomiglia. Tu sapevi tutto, hai immaginato tutto vedendomi partire da quel matrimonio beffa con tanta voglia di schiacciare il pedale dell’acceleratore. Quel giorno eri troppo vestita a festa, ti preferivo col rosso bordeaux del tuo grembiule al bar. Una curva, due abbaglianti, sono stati fatali, oltre l’alcool. Eppure non eri tu la celebrata del giorno, tu non porti anelli come me.
Poi, sfogliando l’album mi sento precipitare in un vuoto di memoria senza le tue immagini elettrizzanti, ritrovo solo il lento decadere degli anni che passano. Ritrovo il lento oblio che ci obbliga a voltare pagina anche senza volerlo. Si perde la senzazione di chi ti ha messo in subbuglio il cuore, e che ora sfuma come un sogno. Poi, un giorno di 20 anni dopo, al Supermercato sento chiamare:”Sei tu?” Io rispondo di sì meravigliato senza riconoscere chi mi seguiva col carrello alla cassa. “Sì, sono proprio io!” rispondo. “E tu chi sei?” Quando rispondendomi, pronuncia il suo nome, il cuore prima si raggela, poi si scalda come un termosifone. “Leggo sempre le lettere che mi hai lasciato” mi confessa. Io non ricordo più nulla, ricordo solo lei, ed ora vedendola coi capelli di 20 anni dopo, provo tanta sofferenza. “Leggimi in rete, è la mia vita, il mio diario” gli rispondo. “Non posso leggerti, non ho luce e gas”, afferma con un senso di angoscia e rassegnazione. Resto amareggiato, le stringo la mano, avrei voluto abbracciarla, ma l’impaccio e l’emozione frena entrambi. L’ultima parola racchiude solo il piacere di esserci incontrati dopo 20 anni:”Ciao”.
Non so se ci rivedremo, la pagine dell’album sono per il momento vuote e assai vicine all’ultima pagina, mentre sul terrazzo distraendomi intravedo il gattone Marte che insegue una lucertola. A me basta lui e le coccole di Stella, sua zia. Ho tremato in profondità, ma ormai è volato via tutto come il suo grembiule rosso bordeaux al di là dei ricordi. Ora c’è il blues che percuote cuore e mente ed è lì che voglio perdere i sensi, affogare in quel mare di note ed atmosfere, liberandomi di ogni scoria passionale ed illusoria. Ciao Forever

Novembre 2013 Ebo Del Bianco