Archivio cinema

Recensione film di Paolo Sorrentino “La grande bellezza” a cura di Ebo Del Bianco

Musica di supporto:”La vanità” – Rita Marcotulli trio.

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La sensibilità avvolge con forza la vita di uno scrittore, personaggio chiave del film, splendidamente interpreato da Tony Servillo. Roma, coi suoi monumenti, coi suoi palazzi, con la sua storia, assiste silenziosa agli eccessi schizzofrenici della mondanità, di quell’andare cintinuamente in scena per avere visibilità. Allora, Roma, lentamente sta perdendo la sua grande bellezza. Il protagonista, scrittore, Jef Gambardella, viene anch’esso travolto dal vortice della mondanità, anzi lui ne è il re. Libertà, quindi, allo sfarzo, agli eccessi di una felicità imposta dalle regole, mentre Roma resta silenziosa, abitata e lebrata da turisti con una semplice macchina fotografica. Tutti i protagonisti che si dimenano nel vortice, sanno di essere drammaticamente nei pressi della disperazione tra fragilità e continue menzogne a sè stessi. Ecco perchè si fanno compagnia. La sensibilità è la chiave che permette allo scrittore Gambardella. di raccontare l’inesorabile disfacimento psico fisico, anche suo. Gli permette di raccontare il tragico fallimento di tutti i protagonisti che si tuffano nel collettivismo momdano sol per avere visibilità. Anche ad un funerale, evento apparentemente casuale, la mondanità detta le sue regole. Mai piangere, mai rubare la scena al dolore dei parenti. E’ immorale, non consentito. Ci si apparta per essere megglio individuati, ci si avvicina al massimo a fine funerale verso il famigliare del defunto ed all’orecchi:”Sappi che nei prossimi giorni, quando ci sarà il vuoto, potrai contare su di me”.
Nella mondanità traspare una disperata quanto inutile ricerca della felicità attraverso la conoscenza di tanta gente. Nella mondanità che disturba la bellezza di Roma, c’è di tutto, compresi i nobili, i patrizi che sottolineano l’essere ricchi come un mestiere. C’è persino la chiesa nella figura di un certo cardinale che distrattamente non ha risposte sulla fede. Dopo gli eccessi quotidiani si resta sempre in due, distesi su un letto, saturi di tutto e tutti, e lo scrittore Gambardella rivlgendosi a Ramona (Sabrina Ferilli) compagna di turno:” E’ stato bello non fare l’amore”. Ramona risponde:”E’ stato bello volersi bene”. Lui aggiunge smemorato:”Mi ero scordato che amore significa volersi bene”. M ai margini di questo vortice, pura, incontaminata, c’è Suor Maria, 104 anni, che dorme a terra su un cartone e non concede l’intervista a Gambardella. Suor Maria ha sposato la povertà e la povertà non si racconta, si vive. Riesce ad inchiodare lo scrittore domandandogli:”Perchè non hai mai scritto un libro? Risposta:”Perchè non ho trovato la grande bellezza”: Il supporto paesaggistico, storico di Roma non è sufficiente per mascherare il dramma.
“Finisce sempre così, con la morte, però prima c’è stata la vita, nascosta sotto i bla bla bla. E dopo c’è l’altrove”. E’ giunta l’ora di iniziare a scirvere questo romanzo, perchè anch’esso in fondo è solo un trucco per nascondersi dietro non essere vissuti.
Tutti i protagonisti del fil grandioso, italiani, impeccabilmente interpretano il tema loro assegnato. una citazione di merito per Tony Servillo e per Carlo Verdone, soprendentemente drammatico.

Autore Ebo Del Bianco 20 Gennaio 2014

“Twenty years after” di Ebo Del Bianco

Musiche di supporto: “Rising Star” e “Just the way you are” eseguite da Till Bronner & Band – Musicians – TILL BRONNER trumphet, WOLFGANG HAFFNER drums, KIM SANDER vocal, ERIC ST. LAURENT guitar, ROBERTO DI GIOIA keiboards, CHRISTIAN v. KAPHENGST bass.

Cine racconto di un incontro tra due persone non estranee tra loro, dopo 20 anni.

Marte sonnecchia, sbadigliando al sole di autunno. L’album di foto è ancora all’inizio di questa storia, non scorrevole affatto, nonostante la comodità del divano e le coccole di Stella. Sono passati 20 anni, ma ora non è semplice ripercorrerli pagina per pagina. Marte e Stella, mentre inizio lo sfoglio delle immagini e dei ricordi, all’aria aperta cacciano le ultime lucertole e mosche di stagione. Eccoci qua, in prima pagina, i tuoi capelli rossi di ventenne, il mio continuo stupore nel rivedere tutti i tuoi movimenti istintivi e mai mirati. “Ottimo il caffè che mi hai preparato”, è il minimo che mi devo inventare per non ritrovarmi impreparato davanti alla sua semplicità. Barwoman spettacolare, avresti potuto prepararmi di tutto che avrei sempre acconsentito. Quel bar era il nostro ritrovo, il luogo di ogni folle performance, era il posto più dissacrato che si potesse immaginare. La regina eri tu, il tuo fascino, le tue mani, le tue braccia aperte verso tutti. Nella seconda pagina dell’album c’è una foto, una macchina nuova distrutta sul guard rail alle 23 di una domenica d’estate di 20 anni fa, un signore sdraiato sul lettino dell’Ospedale con la borsa di acqua ghiacciata in testa. Lo riconosco, mi assomiglia. Tu sapevi tutto, hai immaginato tutto vedendomi partire da quel matrimonio beffa con tanta voglia di schiacciare il pedale dell’acceleratore. Quel giorno eri troppo vestita a festa, ti preferivo col rosso bordeaux del tuo grembiule al bar. Una curva, due abbaglianti, sono stati fatali, oltre l’alcool. Eppure non eri tu la celebrata del giorno, tu non porti anelli come me.
Poi, sfogliando l’album mi sento precipitare in un vuoto di memoria senza le tue immagini elettrizzanti, ritrovo solo il lento decadere degli anni che passano. Ritrovo il lento oblio che ci obbliga a voltare pagina anche senza volerlo. Si perde la senzazione di chi ti ha messo in subbuglio il cuore, e che ora sfuma come un sogno. Poi, un giorno di 20 anni dopo, al Supermercato sento chiamare:”Sei tu?” Io rispondo di sì meravigliato senza riconoscere chi mi seguiva col carrello alla cassa. “Sì, sono proprio io!” rispondo. “E tu chi sei?” Quando rispondendomi, pronuncia il suo nome, il cuore prima si raggela, poi si scalda come un termosifone. “Leggo sempre le lettere che mi hai lasciato” mi confessa. Io non ricordo più nulla, ricordo solo lei, ed ora vedendola coi capelli di 20 anni dopo, provo tanta sofferenza. “Leggimi in rete, è la mia vita, il mio diario” gli rispondo. “Non posso leggerti, non ho luce e gas”, afferma con un senso di angoscia e rassegnazione. Resto amareggiato, le stringo la mano, avrei voluto abbracciarla, ma l’impaccio e l’emozione frena entrambi. L’ultima parola racchiude solo il piacere di esserci incontrati dopo 20 anni:”Ciao”.
Non so se ci rivedremo, la pagine dell’album sono per il momento vuote e assai vicine all’ultima pagina, mentre sul terrazzo distraendomi intravedo il gattone Marte che insegue una lucertola. A me basta lui e le coccole di Stella, sua zia. Ho tremato in profondità, ma ormai è volato via tutto come il suo grembiule rosso bordeaux al di là dei ricordi. Ora c’è il blues che percuote cuore e mente ed è lì che voglio perdere i sensi, affogare in quel mare di note ed atmosfere, liberandomi di ogni scoria passionale ed illusoria. Ciao Forever

Novembre 2013 Ebo Del Bianco

“La grande città dei sogni: c’era una volta il cinema” di Ebo Del Bianco

Musica di supporto: “Sweet waltz” eseguito da Enrico Testa Quartet

In lontananza, tra una fitta nebbia, intravedo il colore giallo opaco di una luce. Questo viaggio immaginario è ripreso da poco. L’universo donna ha ridato maggior forza a questo desiderio di verificarmi attraverso il cambiamento di tutto ciò che è esterno e non estraneo alla mia vita. Il colore opaco di quella luce mi stimola ad avvicinarmi, sollecitato da una curiosità istintiva ed irrazionale. Apro un vecchio cancello senza serratura ed inizio a percorrere un lungo viale con ai lati delle vecchie panchine su cui sono distesi antichi costumi di scena. Mi rendo conto dove mi sto avviando, cioè a penetrare in quel grande studio dove un tempo si costruivano sogni. La porta è aperta, la sedia è vuota in mezzo alla sala: è proprio lo studio dei grandi maestri dei fotogrammi. Non mi sento affatto turista, ma partecipe a questo strano clima di immobilità, appiattimento ed abbandono che mio malgrado devo qui constatare. Non c’è più vivacità, movimento, colori, dinamicità: non c’è più nessuno. E quei costumi lasciati sulle panchine, esprimono la coincidenza tra il vero ed il finto. I personaggi li hanno lasciati sulle panchine vuote e non nel guardaroba, per infiltrarsi nella società, nella speranza in un futuro di poterli indossare nuovamente, quando verranno ripristinati i confini tra il vero ed il finto che, spesso, ha i requisiti del falso. Il cinema oggi è orfano di personaggi che sappiano fare questa distinzione, perchè solo così si può sognare e ci si può illudere. Oggi è molto difficile sedersi in platea, nella sala del cinema, e donarsi completamente allo schermo per 2 ore. I guai vengono dopo, fuori, quando si torna nel traffico dove ormai si viaggia a cavallo tra finzione e realtà. La grande città dei sogni è molto vasta; c’è sempre qualcuno ancora che tenta in ogni modo di avviare la macchina da presa, perchè il cinema, pur procedendo per conto suo, anche se munito di anticorpi, in una società in crisi deve affidarsi ai miracoli per farci sognare. La strada del cinema è parallela alla società, ma la finzione scenica purtroppo si è trasferita in parte nella società. Il rag. Fantozzi, il sig. Gonnella, L’intellettuale Salvini e tanti altri, si sono moltiplicati e traformati da maschere del cinema a personaggi reali, magari in forma meno accentuata. Tonino, Federico, Luchino, Michelangelo, Mario ci hanno lasciato idee e sogni, hanno attraversato il neorealismo della povertà, degli stracci, fino a far indossare alla società anche l’abito da sera. Al cinema di oggi non si può insegnare le tecniche d’autore, perchè ognuno di noi, dentro e non fuori, ha la sua macchina da presa. Per usarla basta sollecitare l’interesse anche per le piccole cose, quelle che apparentemente sfuggono a molti. Ora posso tornare sul viale fino al grande cancello, socchiuderlo e continuare per una nuova scoperta. La fitta nebbia è sparita, la società è fin troppo illuminata dal malconcio sole ormai a metà strada del suo cammino verso il definitivo declino. Il cinema delle grandi sale aspetta con tanti interpreti in cerca d’autore, tutti seduti ed allineati in prima fila. Non ci sarà un’altra volta, un’altra occasione per riaprire il cancello dei sogni.
Giugno 2013 Ebo Del Bianco

“Prossimamente sullo schermo di questa sala” di Ebo Del Bianco

Oggi cinema: Musica d’accompagno “Tema d’amore”, autore Andrea Morricone, esecutore Ennio Morricone, dal film “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore.

Amici, amiche, seguitemi: torniamo indietro di 50 anni, tutti indistintamente, anche chi non era nato. I maschietti si vestano tutti con pantaloncini corti o alla zuava e sandali. Le femminucce adolescenti, indossino gonna tipo scozzese, scarpe con tacchi di sughero ed un fiocchetto bianco in testa. Dove si va, oggi, domenica pomeriggio? Si va tutti al cinema parrocchiale dietro la chiesa: c’è il doppio programma, tutto in bianco e nero. Il primo è un film di Totò, il secondo, il classico western con John Wayne. A farci compagnia, ci sono gli amici e le amiche d’infanzia di allora, che, non appena “Fino” apre il portone, si precipitano sui sedili di legno delle prime file per fumarsi una Giubek di nascosto da “Fino” l’operatore in cabina. Venite anche voi, ci sono noccioline e lupini a volontà, gomma americana; questa sala è il simbolo di come allora si passava la domenica pomeriggio nei paesi d’Italia. State tranquilli, ci stiamo tutti. Ma sia chiaro che la vita non è come quella vista sullo schermo del cinema, ma un po’ di illusione e sogno non guasta. La vita è molto più difficile e complicata, dobbiamo amarla tutti come abbiamo amato quell’atmosfera della sala parrocchiale, esorcizzando, oggi, la morte.
Per fare il verso ai cow-boy, ci siamo costruite pistole di legno che sparavano lacci di gomma. I cosidetti films “d’amore” si potevano vedere nella sala pubblica dell’ex casa del fascio in compagnia dei genitori. Tra i film di allora ricordo “Riso amaro”, “I figli di nessuno” e tanti altri. Il parroco li censurava, cosicchè noi vedevamo solo western, comici e film di guerra. Nelle prime file, su quelle sedie di legno tutte attaccate, succedeva di tutto, scapaccioni a volontà, fischi, ma era la magìa dello schermo a tenerci uniti per 3 ore e vederci insieme dalla mattina alla sera, anche a combinare birichinate. Nel film “Nuovo Cinema Paradiso”, c’è il personaggio “Alfredo”, interpretato stratosfericamente da Philippe Noiret, che, mentre era in cabina col giovane Salvatore (Totò), pronuncia queste parole che a tutti voi invito a tenere ben a mente:”Prima o poi arriva il tempo che parlare o stare zitti, è la stessa cosa. Allora è meglio stare zitti. Anche il fuoco, col tempo, diventa cenere”. “Alfredo” aveva preso la licenza elementare ad età adulta grazie a Totò che, di nascosto gli passò il foglietto con la risoluzione del problema.
Oggi, a volte, parliamo troppo e non sappiamo tacere ed ascoltare. Il cinema non è più un obiettivo, uno svago per conoscerci, per sapere, per aggrapparsi con amore a quei fotogrammi. Il cinema, a volte, è confezionato a mò di panettone; a Natale si ride perchè si deve ridere come un fatto di moda, perchè “l’ha detto il telegiornale”. In quella sala del prete, si rideva, si faceva casino perchè era un fatto di costume di vita, una realtà: c’era solo la sala per stare insieme.
Anche voi che non eravate nati, che vi siete accomadati in platea su mio invito, ora siete tristi perchè avete capito che il cinema parrocchiale non c’è più. Penso proprio che “Alfredo” abbia ragione: meglio stare zitti. Il silenzio, spesso, parla più della voce, come in un giro di blues.
Guardatelo con me sullo schermo quel mattacchione del compianto Philippe Noiret, a volte ciabattino “Amleto”, a volte l’operatore “Alfredo”: il “francesone” più italiano che abbia mai conosciuto di persona. Se vi capita di rivedere (oggi è utile) “Nuovo Cinema Paradiso”, fatelo a tavola con la vostra famiglia e mai soli in mediateca con la cuffia. INSIEME, è tutto un altro film. Spesso mi sento sempre insieme nella sala del prete con tutti quelli di allora, ma anche idealmente con voi se avete intuito cosa c’è dietro questo scritto. Però, ora che il mio immaginario film è terminato, ora che non c’è più “Fino” e la sala è chiusa,devo confessare che dentro di me c’è solo fedeltà per tutti i percorsi della vita, al prezzo più alto da pagare, come la domenica pagavo il biglietto d’ingresso a “Fino”: la solitudine, la mia cara amica. Sapete dove vado oggi, domenica pomeriggio? Vado a trovare i miei due amici felini, Marte e Venere, astuti e diffidenti, che, beati loro, non hanno problemi.
Gennaio 2013 Ebo Del Bianco